Archivi tag: Chiesa Cattolica

Un gioco per l’estate

brainstorming

Tratto da Cubia n° 53 – Giugno 2005

Chi nella sua infanzia è stato appassionato del meccano sa che il momento critico della propria attività di costruttore non era quando osservando sulle istruzioni l’oggetto da realizzare se ne stimava una difficoltà quasi al limite delle proprie possibilità, se non oltre. Questo, anzi, era il cuore della sfida, l’esaltazione che caricava di energia per motivarsi alla riuscita e immergersi nel fervore dell’impresa. No, la fase più ardua da superare arrivava quando, dopo aver ultimato l’oggetto e averlo utilizzato per giocarci, occorreva decidere che era giunto il momento di smontarlo e rendere disponibili i singoli pezzi per l’avvio di una nuova avventura ricostruttiva. Questa capacità di lasciare il già conquistato, di rimettere in discussione il già consolidato per tentare nuove sortite evolutive, con l’età rischia di essere abbandonata in soffitta insieme con la scatola dei lego. La potremmo chiamare arte della decostruzione.Da diverso tempo è di pubblico dominio una tecnica che viene impiegata per il problem solving e che è denominata brain storming, cioè tempesta di idee. E’ stata importata dall’ambito pubblicitario, ma sottratta alle sue discutibili finalità, può permettere di liberare forti energie creative. Di fronte ad un problema, a mente rilassata, si cerca di produrre ipotesi di soluzione rispettando quattro regole fondamentali: 1) Critica esclusa: ogni valutazione sulle idee prodotte, proprie o altrui, viene differita ad un secondo momento; 2) Elogio dell’insolito: le idee più stravaganti o fuori dagli schemi possono portare soluzioni inedite e permettere fecondi cambi di prospettiva; 3) Quantità innanzitutto: maggiore è il numero delle idee prodotte e più saranno le probabilità di raggranellare qualcosa nel vaglio finale; 4) Combinazione e miglioramento: le idee si possono combinare per trasformazioni migliorative. La potremmo chiamare arte dell’immaginazione creativa. Arte della decostruzione e dell’immaginazione creativa sono strumenti esplosivi ma, presi con leggerezza, si possono prestare ad un divertente gioco per l’estate. Si tratta di applicarli a situazioni, concetti, problemi che catturano la nostra attenzione e …viaggiare in mondi paralleli. Qualche banale esempio personale: 1) Cattolica si fa chiamare “la Regina”. E noi, siamo sudditi o principini? Decostruire: il concetto di sovranità. Immaginare nuovi slogan: Cattolica, città dei volti; Cattolica la poveraccia; Cattolica la signora del cemento. 1) I bagnini sono in affanno sempre alla ricerca di nuove proposte per attirare clienti, i vigili sono costretti a turni estenuanti di controllo per allontanare gli abusivi, le concessioni della spiaggia sono blindate e non consentono che un bene naturale comune come mare-sabbia-sole sia patrimonio di tutti. Decostruire: l’idea di spiaggia privata. Immaginare creativamente: spiaggia totalmente libera; di tutti e di nessuno; gestita dalle cooperative a partecipazione mista immigrati-bagnini; spiaggia chiusa per un anno sabbatico di ripensamento; spiaggia aperta solo ai cavalli che, come lo stallone del bagnoschiuma Vidal, sono finalmente liberi di correre sul bagnasciuga. 2) Le associazioni di categoria protestano e non vogliono il mercatino degli ambulanti extracomunitari con regolare licenza ( saranno 30-40 gli autorizzati ). Decostruire: il concetto di egoismo corporativistico. Immaginare: abolire la privacy patrimoniale e rendere trasparenti redditi e possedimenti di ciascuno per aiutare chi non riesce davvero a sbarcare il lunario; adozione a distanza di un lavoratore povero da parte di uno ricco, regalare al segretario della Cna Gessi la T-shirt, apparsa a Besano al funerale di Claudio, con la scritta “Difendi il tuo simile distruggi tutto il resto”; regalare al presidente di Confcommercio Meletti la T-shirt con scritta apparsa sui muri di Berlino nel 1994 “Il tuo Cristo è un ebreo. La tua macchina è giapponese. La tua pizza è italiana. La tua democrazia è greca. Il tuo caffè brasiliano. La tua vacanza turca. I tuoi numeri arabi. Il tuo alfabeto latino. Solo il tuo vicino è uno straniero”.3) I ragazzi vengono a sapere che sono bocciati e si suicidano. Decostruire: il concetto di promozione. Immaginare: un mondo senza scuola dove chi non ha voglia di essere produttivo si gode la vita anche senza niente, si diverte a guardare gli altri lavorare e prende comunque il sussidio di sopravvivenza; una scuola senza schede di valutazione dove si fanno i conti solo con la motivazione di alunni e docenti; una scuola dove gli alunni danno la pagella agli insegnanti, possono ricusarli per suspicione di parzialità o costringerli a prendere ripetizioni durante il periodo estivo.4) Il ministro Calderoli vuole castrare tutti quelli che commettono reato di stupro o pedofilia. Decostruire: il concetto di Lega Nord. Immaginare: a tutti i leghisti che sparano idiozie estirpare la lingua; costringere Berlusconi a mangiarsi tutte le lingue così ottenute in salmì, che si ricordi che quelli lì ce li ha portati lui; regalare il ministro Castelli, con la Fallaci in dote, ad un facoltoso arabo musulmano stanco del suo Harem tutto femminile; 5) Benedetto XVI non fa in tempo ad emettere un peto che ce lo ritroviamo a reti unificate in diretta televisiva. Decostruire: il concetto di Vaticano. Immaginare: ogni stato del mondo, in nome delle pari opportunità, rivendica il diritto di ospitare a rotazione sul proprio territorio, facciamo per sei mesi, il pontefice( arrivederci al prossimo conclave); il papa viene equiparato allo status di colono abusivo e costretto da Sharon a tornarsene in Israele; Ratzinger decide di donare la sua residenza estiva di Castengandolfo agli immigrati trattenuti coatti nei Centri di Permanenza Temporanea per dimostrare che occorre occuparsi della vita anche dopo il concepimento.
Giocate anche voi, da soli o in compagnia, non costa niente e fa buon sangue.

di Amedeo Olivieri

Annunci

Lascia un commento

Archiviato in LIBERAmente

Lo sgombero non è la soluzione

accoglienza

Tratto da Cubia n° 82 – Maggio 2008

Bisogna essere severi con quelli che delinquono, siano essi italiani o stranieri, regolari o clandestini, ma tutti devono essere trattati con il rispetto che si deve alle persone. Don Biagio ritiene questo aspetto essenziale nell’affrontare il tema all’ordine del giorno in questo momento in Italia: la sicurezza. Ma il Parroco di San Pio è anche convinto che lo sgombero di per sé non risolve nulla, se non si trovano soluzioni alternative per chi lascia gli insediamenti abusivi, soprattutto nei confronti dei più deboli, come bambini, anziani e donne in gravidanza.

Si parla tanto di sicurezza in Italia e quasi esclusivamente a proposito degli immigrati clandestini. Cosa ne pensa di questo aspetto della vita sociale italiana?

Il tema della sicurezza nella vita delle nostre città è stato molto presente sui giornali e nei dibattiti politici, anche nella propaganda delle ultime elezioni politiche, rischiando di essere strumentalizzato a fini elettorali. Ritengo che alcune considerazioni debbano essere sempre ben presenti. Innanzitutto appare evidente come il rispetto della persona, e di ogni persona, che sta alla base della vita civile di un popolo, in questi giorni in Italia sia messo duramente alla prova. Ancora una volta gli immigrati, a volte senza precisazione, vengono demonizzati, indicati come causa di ogni male possibile per la nostra società. A scanso di equivoci, va poi detto che i clandestini non hanno la ragione d’essere in una società moderna. Questo vale per chi viene in Italia per sopravvivere alla meglio, così come per tutte quelle persone che sfruttano la clandestinità offrendo lavoro nero, pratica che permette una comoda evasione fiscale. Con la stessa chiarezza va pure ribadito che i “delinquenti”, siano essi immigrati regolari o clandestini o italiani, o di Cattolica, devono pagare i loro errori o le loro colpe con la certezza della pena e la esecuzione della medesima.

Colpire chi delinque, chiunque esso sia –come lei ha detto- è giustissimo. Non le sembra, invece, che in Italia, in questi ultimi tempi, ci sia invece la caccia al rom, al diverso, solo in quanto tale?

La legalità non si discute, ma in alcuni casi si è sceso abbondantemente sotto i limiti stabiliti dai fondamentali diritti umani. E’ giunta all’epilogo la situazione dei campi rom abusivi nelle periferie di Milano, Bologna, Roma, Napoli. Da una quindicina di giorni le forze dell’ordine sono state quasi costantemente presenti nelle aree dei campi abusivi, operando ripetuti e opportuni interventi di demolizione di diverse baracche, mandando così un chiaro segnale a tutti coloro che occupano illegalmente delle aree, a non ritenere definitiva questa situazione. Nulla da eccepire su questo. Ma allontanare questi disperati, senza pensare per loro un’alternativa, cosa produce? Gruppi di nomadi si mettono alla ricerca di altre zone, vagando per le città, disseminandosi per l’Italia: in mezzo a loro anziani, bambini, donne in avanzato stato di gravidanza o con figli di pochi mesi. Perché, insieme alla dovuta fermezza, non si è vista nessuna forma di assistenza elementare per loro, specie per i più deboli tra i disperati? Insieme allo schieramento delle forze dell’ordine in atteggiamento antisommossa, occorreva qualche tanica d’acqua, del latte per i più piccoli, un presidio medico, qualche soluzione alternativa per i bambini, i malati, le donne in gravidanza.

Insomma, fermezza sì, ma con rispetto per le persone…

Certamente! All’interno di una situazione di grave disagio sociale e di illegalità a cui occorreva provvedere, diventava opportuno riaffermare quello stile civile che persegue atti illegali e criminosi, ma sa riconoscere sempre e comunque la dignità di ogni persona. Papa Giovanni affermava: “Ancorché clandestina, la persona mantiene tutta la sua dignità”.

Non le sembra che in questo clima si finisca per dare spazio a sentimenti di tipo razzistico, che non distinguono tra lo straniero che commette reato e quello che vive onestamente?

Ci sono delle persone non in regola con la legge e nei loro confronti occorre che la legalità prevalga. Ma non si possono confondere i nomadi e i migranti che lavorano con i delinquenti, oppure gli irregolari con chi è in possesso di regolare permesso di soggiorno. La maggioranza degli immigrati in Italia lavora, tanti con regolare contratto. Molti sono occupati nell’edilizia, nell’industria, nel lavoro alberghiero, nella ristorazione, nell’assistenza agli anziani, ai malati, nei lavori domestici. Spesso sono costretti a lavorare in nero, ricattati in mille modi. Una domanda allora s’impone: all’Italia, alle nostre città, a noi stessi, questi immigrati servono o danno fastidio? Sappiamo che gli immigrati non sono tra noi per turismo o per svago. La maggioranza di loro è qui per poter lavorare. Sanno che del loro lavoro, noi italiani abbiamo bisogno. Che ne sarebbe di vasti settori del lavoro senza la manovalanza a bassissimo costo di rumeni, macedoni, albanesi, marocchini, senegalesi, moldavi, russi, ucraini, cinesi?

Venendo a Cattolica, come viene affrontato nella nostra città, secondo lei, l’aspetto dell’accoglienza e della integrazione con chi viene da mondi e culture diverse?

Per molti aspetti possiamo dire che la nostra città è per gli immigrati un’isola felice, pur non mancando alcuni problemi. Generalmente la cultura della nostra popolazione è segnata da atteggiamenti di solidarietà, di accoglienza. Basta pensare a tutta la realtà della caritas cittadina, con la mensa per i poveri, il dormitorio, il centro di ascolto, lo sportello per gli immigrati, il centro di aiuto alla vita, le case famiglia della “Papa Giovanni XXIII”, la casa della Fraternità “S. Francesco”. Sono tutte realtà nate e sorrette nel tempo dalla generosità della popolazione e della stessa amministrazione comunale. Accanto a queste iniziative per gli immigrati e poveri di passaggio, va pure sottolineata la preziosa ed insostituibile opera educativa e di integrazione sociale svolta dalla scuola, dalle materne fino alle medie.

In effetti, l’immigrazione è soprattutto una questione culturale: la si affronta nel modo giusto, solo se si accetta l’idea che ormai la nostra è e sarà sempre più una società multietnica. Non le pare?

Certo, ed è proprio nella scuola che le nuove generazioni hanno soprattutto la possibilità di imparare a vivere in una società che sarà sempre più plurietnica, multireligiosa, pluriculturale. Dobbiamo saper prefigurare la nostra città di Cattolica proiettata nel futuro, quando la presenza di razze, culture, religioni diverse segnerà la civile e libera convivenza delle persone e delle famiglie. E’ per l’impegno educativo e formativo di tutte le istituzioni sociali che crescerà una mentalità di rispetto e di osservanza della legalità. Ma il rispetto della legalità non riguarda solamente gli immigrati: che dire dello sfruttamento messo in atto da albergatori e da affittacamere nel vendere posti letto o camere d’albergo ad immigrati irregolari, o addirittura come luoghi di prostituzione o per altre attività illecite? E’ illegalità anche il vasto fenomeno del lavoro nero, che trova tra gli immigrati irregolari il suo mercato preferito. Lavorare per la legalità è impegnarsi per la giustizia, per condizioni di vita degne di un essere umano; è mettere al centro sempre e comunque la persona umana. Ce n’è di strada da percorrere per tutti.

Come chiesa locale, quali iniziative portate avanti per favorire questo processo di integrazione?

Innanzitutto, la Chiesa ha come riferimento obbligato la Parola di Dio. Ricordo, tra i tanti, due brani che andrebbero scritti a chiare lettere all’ingresso di ogni casa e di ogni città. Il primo è tratto dal libro dell’Esodo ed è rivolto ad un popolo nomade che cammina alla ricerca della propria terra: “Non molesterai il forestiero né lo opprimerai, perché voi siete stati forestieri nel paese d’Egitto” (Es. 22,20). Il secondo fa parte del giudizio finale, riportato dal Vangelo di Matteo: “Venite, benedetti dal Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi… perché ero forestiero e mi avete ospitato” (Mt. 25,35). Da notare che il forestiero è tale non solo per provenienza etnica diversa dalla mia, ma anche per la sua posizione culturale, per la sua religione, per la sua condizione sociale. Siamo accomunati dal fatto che ogni uomo qui sulla terra è forestiero, di passaggio, e contemporaneamente dall’essere tutti figli del medesimo Padre, quindi con eguale dignità e responsabilità.

Qui si innesta il problema del rapporto con le altre religioni e quindi del dialogo del cristiano con chi ha esperienze di fede diverse…

Indubbiamente, la Chiesa ha ancora vaste opportunità educative, formative. Il cristianesimo, quando è colto nella sua dimensione essenziale, porta a vivere come cittadini del mondo, in atteggiamento di rispetto e di accoglienza, per una società umana sempre più fraterna. Chi si presenta come diverso non è di per sé un problema, ma una opportunità per il confronto che ne può nascere, per la condivisione di comuni valori. La Chiesa, poi, dall’incontro con religioni e culture diverse, è chiamata da una parte a conoscere meglio la propria tradizione cristiana, e nello stesso tempo è sollecitata a conoscere sempre più chi è portatore di altre esperienze. Conoscere, accogliere, confrontarsi, vivere nella pace le diversità, questo è uno degli orizzonti di civile convivenza per il quale operare e lavorare fin da oggi. Vi saranno lungo il cammino delle difficoltà, generate da situazioni contingenti: tutto sarà superato se non verrà smarrito l’orientamento di fondo per una convivenza pacifica e vera di un unico popolo fatto da realtà diverse, ma non contrapposte.

di Paolo Saracino

Lascia un commento

Archiviato in Interviste

Ricordo di Don Mauro Ercoles – Ac’ vidin Mauro

 

Dora sul cavallo di don Mauro Ercoles

Dora sul cavallo di don Mauro Ercoles

 

 

Tratto da Cubia n° 92 – Maggio 2009

 

“Buttala lì… e lascia che cresca”.

Così avrebbe detto il contadino nel buttare il seme in terra, così avrebbe detto il marinaio nel buttare l’esca in mare, così dice il missionario nel “buttare” la Parola di Dio tra la gente, attraverso la sua persona…

Immediato, concreto, fiducioso è il messaggio che Mauro, marinaio, contadino, sacerdote, missionario, nomade della Vita ci ha lanciato come messaggio per il cammino nel Regno.

Don Mauro Ercolos è stato nella sua esistenza interprete, mediatore, messaggero convinto e coerente del Concilio Vaticano II: meraviglioso passo “indietro” della Chiesa di Giovanni XXIII e di Paolo VI. Dico “passo indietro” perché la Chiesa con questo Concilio ha cercato di recuperare e restaurare le sue origini per poter affrontare e vivere meglio il futuro.

Tanti i testimoni-martiri di questo pellegrinaggio verso la liberazione, verso quell’universale messaggio di Gesù Cristo che supera i limiti della religione per incarnarsi nella Parola e nel Figlio dell’Uomo: uomo libero, fedele, giusto e amorevole.

Sabato 9 Maggio al Teatro Snaporaz erano presenti tanti amici, collaboratori, testimoni, “folli” che avevano conosciuto don Mauro, ma non solo lui. Egli infatti si portava dietro un grande bagaglio di “anime”: dai bambini agli anziani, dagli amici agli animali: Mafia, la cagnetta, Irma, la sua cavallina indomabile, e così via… Il suo amore non poteva non contemplare la natura in tutte le sue manifestazioni. Che festa, Mauro, vedere crescere e spuntare fiori e piante! che gioia il mare calmo o in burrasca! che tuffo al cuore incontrare un amico o sentirsi vicino e accettato da coloro che “cercano” sempre e comunque Amore e Resurrezione!!!

Nel libro presentato allo Snaporaz; Don Mauro Ercoles un prete di frontiera, a cura dei suoi amici, ci sono testimonianze e ricordi preziosi e significativi per fare “memoria” di questo uomo.

Don Piergiorgio Terenzi (altro sacerdote di frontiera) ha proprio sottolineato, nella sua presentazione e introduzione al libro, il ruolo di padre che ogni prete ha in sé: “Se don Mauro ci ha trasmesso qualcosa… noi, in un modo o nell’altro, siamo suoi figli” e come figli non possiamo dimenticare di “fare memoria”, quasi una Eucarestia di lui e di ciò che ha significato per ciascuno di noi.

E’ stato un prete anticlericale, è andato nomade a cercare la pecorella smarrita, facendosi prossimo ad essa, comprendendola, accettandola senza condizioni, anzi… smarrendosi con lei per amore.

Don Mauro viveva condividendo e mai condizionando i cammini diversi delle anime. Spesso si rendeva scomodo e spesso era “sora la schina dal buratel”, ma la sua fede sapeva ben guidarlo al faro giusto del porto, che aveva per lui solo un colore: il Cuore dell’Uomo. 

Difetti? Un macello! Voleva avere sempre ragione? Spesso! Ti metteva alla prova? Sempre!

E la sua Chiesa?

Molte volte non l’ha capito. Altre volte l’ha emarginato. Ancora oggi fa fatica a ricordarlo.

Anche la sua cartella personale in Diocesi a Rimini è molto sbrigativa (probabilmente è così per tutti i nostri preti…sigh): per gli archivi sei numero, elenco di incarichi e basta, ma tutto questo lascia un pò di amaro in bocca. Non siamo fratelli? Lo liquidiamo e inquadriamo così e stop?

Per ricordare don Mauro allo Snaporaz eravamo in diversi, ma una più consistente presenza cattolichina, sia di fedeli che di clerici, penso che sarebbe stata significativa e segno di amore verso questo figlio-fratello-padre che ha percorso Cattolica e con Cattolica, anche con i “fuori-rotta”!, un tratto di camminata speciale nel Regno del Buon Dio.

di Magda Gaetani

 

Nato a Cattolica il 6/7/46 da Colombo Ercoles (Macaron) e Paolina Gaudenzi, ha studiato a Cattolica fino alla V elementare, frequentando la parrocchia di San Pio V e il porto, dove lavoravano il padre marinaio e lo zio Colombo Gaudenzi (Topolino). Dopo le elementari è entrato in seminario. E’ stato ordinato sacerdote il 24/10/70. Ha prestato il suo servizio a Santarcangelo, Riccione, Croce di Montecolombo, San Giovanni in Marignano, Sant’Andrea in Casale e San Clemente. E’ deceduto a Cattolica il 24/2/98, alle 4 di mattina, in un incidente mentre si recava al porto per imbarcarsi per la pesca con lo zio.

1 Commento

Archiviato in Pensieri e Parole

Le contraddizioni del “governo divino della Storia”

Vito_Mancuso_Il_Dolore_Innocente

Tratto da Cubia n° 64 – Agosto_Settembre 2006

Ho condiviso le riflessioni di Amedeo Olivieri svolte nell’articolo “Atei per un giorno”, con cui si invita a vivere la fede nella cruda consapevolezza della nostra condizione umana, “senza distogliere lo sguardo dalla radicalità della nostra solitudine”.
Amedeo rifiuta tutte le speculazioni teologiche, che pretendono di ricondurre a Dio, ed alla Sua volontà, ciò che umanamente ci ripugna, come la sofferenza innocente del piccolo Alfredino.
E’ un vecchio tema, su cui tanti – come il sottoscritto – hanno vacillato nella propria fede, trovando spesso riparo e conforto in quei “pensatori cristiani del paradosso” che hanno affrontato a muso duro questo tranello, come Pascal, Kirkegaard, Dostojeskij, e da ultimo il nostro Sergio Quinzio, grande esegeta e biblista per il quale la fede ha senso solo se mantenuta dentro questa consapevolezza.
E’ il cuore del problema cristiano, coniugare l’infinità bontà e onnipotenza di Dio Padre con ciò che è assurdo e privo di senso, come la vicenda di Alfredino o la morte di stenti della piccola Eleonora di Bari od ancora la dissipazione di vite procurata dallo tsunami.
Il tema del dolore e della sofferenza non diverge infatti più di tanto da quello della creazione e della natura. Ci si chiede sempre se la natura risponde ad una volontà divina, se Dio interviene nella storia e governa l’azione degli uomini, se ciò che accade risponde al Suo volere.
La questione ci interpella, ed è insoddisfacente l’insegnamento ufficiale della Chiesa Cattolica sulla dottrina della creazione, volta a ritenere benigna la natura in quanto espressione del Creatore; si continua pervicacemente ad affermare il “valore veritativo del mondo”, ma ciò che accade nella natura ha poco a che vedere con la volontà divina; la Chiesa non lo dice ma tuttavia non obbietta nulla quando lo affermano chiaramente i teologi più lucidi.
Vito Mancuso in una delle sue email mi ha scritto: “Lei mi chiede dell’assenza di Dio sul piano naturale, se è davvero così. Io l’ho scritto e ne sono convinto: Dio Padre è assente dal mondo naturale e storico. Solo così è possibile la libertà”.
Mancuso non è uno qualunque, ma è docente di Teologia, subentrato all’Università di Milano a don Bruno Forte, teologo tra i più ascoltati in Vaticano; secondo vecchi schemi, dovremmo dire che siamo vicini all’eresia gnostica (don Baget Bozzo, interpellato dal sottoscritto sul libro di Vito Mancuso “Il dolore innocente”, ha osservato : “Ho letto il libro di Vito Mancuso, che considero il più rilevante teologo italiano, tuttavia considero il libro eretico in senso stretto, perchè nega il governo divino della storia e quindi la Provvidenza divina e quindi la stessa bontà della natura: è una riedizione della prima eresia cristiana, lo gnosticismo”).
Il “governo divino della Storia”: niente di più tristemente contraddetto; come è triste constatare che dopo il ‘900 c’é ancora qualcuno che guarda alla Storia come governata da Dio; un milione di bimbi gasati dal nazismo sono lì a testimoniare che la Storia ha conosciuto ben altri governi, altrochè quello divino! Sono convinto che, se non emancipiamo la nostra fede da queste convinzioni, la spiritualità del mondo non farà troppi passi avanti.
Dobbiamo confrontarci in modo adulto con il problema del dolore e della sofferenza, confrontarci con esso nei limiti della nostra ragione e della nostra fede, non per spiegare ciò che non ha spiegazione, nè per trovare formule logiche che “mantengano” sensato il discorso, ma semplicemente perchè – con Padre Turoldo – ”il vero orante è colui che interroga il Mistero”, e forse chiedersi “Perchè ?” fa parte di quel percorso individuale di fede che il Signore riserva a ciascuno di noi.
Al contempo ho maturato l’idea che sia importante avere un atteggiamento di grande umiltà, così da non porsi troppe domande, per lasciare che i dubbi e le inquietudini rimangano fino in fondo tali, per non privarci di quel senso di vera e tangibile impotenza, in cui forse cresce la fede più autentica.
In questo forse mi sento molto vicino alla mentalità ebraica, a come questa cultura ha interrogato se stessa dopo Auschwitz, con quel senso di abbandono da rimettere ogni cosa a Dio (“Come si può conciliare il Creatore – scriverà Elie Wiesel – con la distruzione mediante il fuoco di un milione di bambini ebrei? Io ho letto le risposte, le ipotesi. Ho letto le soluzioni teologiche offerte: la domanda rimane domanda. Quanto alle risposte non ce ne sono, non ce ne devono essere”), un interrogativo rimesso al Messia che dovrà venire, e che per noi cristiani dovrà tornare, che trova il suo valore nel fatto stesso di voler porre la domanda (abitudine che il cristianesimo sembra aver smarrito, troppo incline a “pacificarsi” nelle ”appaganti” risposte della teologia della gloria, per cui la Resurrezione di Cristo avrebbe dato un colpo di spugna a tutte le domande ed inquietudini dell’uomo: non è così purtroppo).
Trovo che la bellezza ed insieme la vera difficoltà della fede non stia nella consapevolezza che il mondo è segnato dalla sofferenza, ma nel trovarvi in ciò un valore salvifico. Papa Wojtyla ha chiamato “salvifici doloris” una lettera apostolica scritta nel 1984, che a mio avviso vale mille encicliche (è un testo fondamentale, che va al cuore del problema): in questa Lettera si dice che “nella sofferenza si nasconde una particolare forza che avvicina interiormente l’uomo a Cristo, una particolare grazia”, ma soprattutto il Papa afferma che “nel programma messianico di Cristo, che è insieme il programma del Regno di Dio, la sofferenza è presente nel mondo per sprigionare amore”.
E’ difficile da credere, ma ciò trova conferma nella testimonianza terrena e spirituale di Gesù, che ha vissuto il Suo calvario rispondendo amore a chi urlava il proprio odio.
Quando penso a questo paradosso, mi viene in mente Emanuel Mounier, l’intellettuale francese cattolico, che ebbe la terribile disgrazia di perdere una figlia, Francoise, a nove anni, dopo grandi sofferenze. Nel suo “Lettere sul dolore” si legge: “Che senso avrebbe tutto questo se la nostra bambina fosse soltanto una carne malata, un po’ di vita dolorante, e non invece una bianca piccola ostia che ci supera tutti, un’immensità di mistero e di amore che ci abbaglierebbe se lo vedessimo faccia a faccia”; dunque una sofferenza non fine a se stessa, ma che si dona al mondo, dalla potenza trasformatrice, che apre l’uomo alle profondità del Mistero.
Si dirà che la posizione di Mounier è una posizione estrema, di chi – anche nobilmente, e con grande dignità umana – fa di necessità virtù, quasi per non impazzire, trovando ragioni divine (e dunque motivi di speranza) anche laddove, come ha scritto il grande Quinzio, “se dovessi veramente esprimermi, se dovessi veramente parlare, griderei e piangerei senza fine”.
Ma il cuore del cristianesimo è tutto qui: “non l’opera che ti sei scelto, non la passione che ti sei autoimposto, ma ciò che ti sopraggiunge contro la tua scelta, contro il tuo pensiero, contro il tuo desiderio, questo devi seguire, questa è la tua chiamata, qui devi essere discepolo, questo è il tuo tempo”, così scriveva Martin Lutero.
Allora dobbiamo rivedere il concetto di Provvidenza che più o meno volutamente ci è stato insegnato fin da piccoli. Provvidenza non vuol dire ritenere che tutto ciò che accade l’ha voluto Dio, o che in un modo o nell’altro verrà ricondotto al Suo piano, o che la nostra storia quotidiana volgerà sempre al bene perché c’è l’angelo custode. Provvidenza significa abbandonarsi a tal punto – e fiduciosamente – a Dio Padre da rendere salvifico ogni accadimento umano, anche il più negativo od efferato: la vicenda terrena e spirituale di Gesù testimonia questo, non altro.
La Croce non corrispondeva al volere di Dio. Ma Gesù è riuscito a viverla in un modo così esemplare, cioè di affidamento totale all’azione del Padre, da viverla come compimento del volere del Padre. Continuando ad amare anche dalla Croce, continuando anche sulla Croce ad esprimere vita, traducendo in gesti di perdono la forza che accoglieva dal Padre. In questo modo Egli modifica il valore stesso di quella esperienza, di quella situazione che rimane contraria al volere di Dio perché frutto del peccato, frutto del compromesso politico, del tradimento degli uomini. La situazione vissuta da Gesù in modo tale da compiere il volere di Dio trasforma un evento cattivo, assurdo, violento, in un evento di salvezza. Questa è la forza dell’amore di Dio. Questo significa vivere affidandosi alla Provvidenza: essere certi che in qualsiasi situazione, in qualsiasi condizione ci possiamo trovare, anche contraria al volere di Dio, noi possiamo crescere come figli, raggiungere la nostra identità, perché la forza creatrice che ci investe non può essere annullata da nessuno. L’odio degli uomini resta in superficie come pure la violenza della natura: Provvidenza è la tensione spirituale che ci fa vivere queste situazioni non negandole, bensì attraversandole, portandole su di noi.
E’ forse questo il carattere salvifico della sofferenza, di cui ha parlato Papa Woityla nella sua lettera (“la sofferenza è presente nel mondo per sprigionare amore”). Scrive ancora Woityla: “Con la sua sofferenza Cristo dischiude gradualmente gli orizzonti del Regno di Dio; lentamente ma efficacemente Cristo introduce in questo mondo del Regno del Padre l’uomo sofferente, attraverso il cuore stesso della sua sofferenza. Una sofferenza che non può essere trasformata e mutata con una grazia dall’esterno, ma dall’interno. E Cristo con la propria sofferenza salvifica si trova quanto mai dentro ad ogni sofferenza umana, ed invita ad agire dall’interno di essa”.
Gesù Cristo, nell’abbassamento più estremo, ha dunque affermato una modalità di vita che consente all’uomo di veicolare, trasmettere, la forza creatrice di Dio, lo spirito di vita, pur nella condizione di estrema sofferenza, che è comunque una condizione permanente e presente nella vita umana.

di Astorre Mancini

Lascia un commento

Archiviato in Pensieri e Parole

In occasione della visita di Bush

Bush con il Papa

Bush con il Papa

Tratto da Cubia n° 83 – Giugno 2008

In occasione della visita di Bush

Questi più che mai sono i tempi dell’utopia profetica. Sono rimasta male dagli ultimi “passaggi”

teocratico-politici che qui in Italia stanno avvenendo, ma forse non solo in Italia…

Un amico mi chiede: come fai a credere ancora in certi valori, come fai a portare avanti la tua fede e le tue scelte di vita?!? Rispondo: è dura, ma io sono una tignaccia e penso che in epoche di chiusura sociale, di potere assoluto, di assoluta cecità mentale e culturale si fa più dura e forte la “resistenza” di chi crede e confida nell’Uomo; sia di chi crede in un ideale umanitario sia, e soprattutto, di chi “cerca” di credere in Cristo, sommo ispiratore-generatore della nuova umanità. Lui artefice della resurrezione umana, da Lui partita, e che continua nei poveri, nei derelitti, negli emarginati, negli “inutili” della nostra società. Il suo cammino è un sentiero ben segnato e chiaro a vedersi, ma difficile da percorrersi. Il senso della Sua Parola è pregnante e impregnato di Amore e di Vita. Forse qui ci può essere d’aiuto l’importanza che alla parola-significato viene data dalla cultura orientale.

La civiltà cinese (altri figli di Dio presso i quali Lui già dalla creazione dimora) dà grande importanza e valore al segno-senso della parola. La parola in sé è l’unica cosa dell’umanità che deve essere perpetuata, in relazione anche al culto degli antenati, cioè di coloro che ci hanno generati (a loro somiglianza). Edifici, opere antiche, palazzi e templi sono ricostruibili e imitabili, la parola NO, è quella, solo quella, nel segno e nel suo significato.

Questo ci viene dalla cultura e dalla vita di un popolo asiatico. Incontrare civiltà, stili di vita diversi, sapienze altre vuol dire crescere in umanità e amore verso Dio, Padre di tutti!

La Parola va valorizzata e ripensata nel suo senso originario e vero (non addomesticata a seconda della convenienza epocale e storica) perché siamo in gran confusione e rischiamo di perdere quella Profezia universale e aperta che Gesù ha risvegliato e vissuto nel suo tempo, andando contro l’Impero del potere. Profezia e Utopia si abbracciano nel nostro tempo per sostenere e vitalizzare la Speranza. Parola che deve diventare Vita!

Speranza per i Rom che possano sentirsi a “casa”.

Speranza per gli immigrati perché possano sentirsi accolti.

Speranza per gli esclusi perché possano sentirsi valorizzati.

Speranza per il mondo ricco e opulento perché impari a condividere e non ad accumulare.

Speranza per la mia persona perché possa riuscire ad essere coerente in ciò che dico e faccio.

Speranza per il Vaticano perché si renda conto dell’importanza del ruolo che svolge e, di conseguenza, non tradisca le aspettative.
Qui mi soffermo su un aspetto che fatico ad accettare, come membro della comunità cristiana.

Penso alla visita di Bush al Papa. Penso al Papa che riceve Bush e lo conduce in giro per il Vaticano ricambiando la visita di cortesia a suo tempo ricevuta in America. Va bene lo scambio di cortesie, va bene accogliere l’uomo Bush, ma accogliere il Presidente Bush mi fa male.

Il presidente Bush: sostenitore di una guerra preventiva! sostenitore di una politica imperialista che affama mezzo mondo! che ancora accetta nei suoi Stati la pena di morte! che giustifica un’economia distruttiva dell’ambiente! …

Tutto questo nella “casa” della Chiesa cattolica (universale) cristiana che ha scelto l’impegno nel mondo alla sequela di Cristo. Un impegno che la vede vicina ai violentati, ai sofferenti, agli emarginati, a quella bellissima Terra che ci ha dato perché ne fossimo tutori responsabili e non fruitori dissennati. Un impegno che coinvolge uomini e donne felici della scelta della non violenza, della condivisione e della testimonianza-martirio, proprio perché tutti vivano la giustizia e la vita piena.

Ora questa casa si apre a Bush, che ufficialmente rappresenta il potere dominante, e rimane chiusa agli immigrati non in regola (quindi che non servono), agli zingari cacciati dai loro campi (perché violentatori e rapitori), per i quali si lanciano appelli di accettazione e convivenza , ma … per loro la casa è chiusa, come purtroppo lo sono le nostre singole case!

di Magda Gaetani

Lascia un commento

Archiviato in Pensieri e Parole