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TEMP AD GUERA

Tratto da Cubia n° 99 – Febbraio 2010

La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla. (G.G. Marquez)

Pla guera, tal risturent un dèi era do o tre autesta chi aspiteva ad magnè e sal banconi era di ov dur perché pla guera an gnera dla gran roba da magnè: L’entra un tedesc e sla priputenza l’urla: “Mangiare, mangiare”. (Durante la guerra, un giorno nel ristorante c’erano due o tre autisti che aspettavano di mangiare e sul banco c’erano delle uova sode perché a causa della guerra non c’era tanta varietà di cibo. Entra un tedesco e prepotentemente urla che voleva mangiare).

Ma me u m’è mnù rabia e a nal so perché ha i’ho mes i pogn sota la facia e ha i’ho det: “Per voi questi ci sono”. Quest al ciapa so al bancon, l’arbelta al caset sa tot i sold, tot li ovie li va sal tren. Propria cativ. Um vleva met li men m’ados. Um steva tirand un bucion ad ven al do litre. Un bel lavor! Per furtuna i’era un milizien che u l’ha ciap tal brac e u i’ha fat caschè al bucion sal tren. Pien pien i l’ha cunvint a scapè e nun per no savè né leg e né esciv avin cius al luchel.

(io mi sono arrabbiata e non so perché gli ho mostrato i pugni sotto la faccia e gli ho detto “per voi ci sono questi”. Lui si aggrappa al banco, ribalta il cassetto con i soldi, tutte le uova a terra; era proprio incattivito. Mi voleva mettere le mani addosso. Mi stava tirando un bottiglione di vino da due litri. Stavo fresca! Per fortuna c’era un miliziano che l’ha preso per un braccio e gli ha fatto cadere il bottiglione per terra. Pian piano l’ha convinto a uscire e noi per prudenza abbiamo chiuso il locale).

Me an aveva paura ad gnint. Al sarà stè l’incuscenza dla gioventù.

(Io non avevo paura di niente. Sarà stata l’incoscienza della gioventù).

Pal front nun a simie sfuled a Pianventa. I tedesc i feva i rastrellament e i purteva via tot i omne. “Scapè, ch’iv porta via!” I omne is maseva tot. Mal ba ad Giulio i l’aveva ciap. “E’ anziano, lasciatelo…”. Fato sta, t’un mument ad cunfusion al scapa giò per un chemp ad gren. “Allora tu non vecchio”. I dis dop chi l’ha ciap. Il ten per un brac e il porta tla piaza. La su moi, che pureta l’era maleda ad cor, l’al treva per ch’l’elt brac. Un al treva da na perta e leia da chl’elta. “Lui vecchio, lui poveretto”.

Durante il passaggio del fronte eravamo sfollati a Pianventena. I tedeschi facevano i rastrellamenti e portavano via gli uomini. “Fuggite che vi portano via!”. Gli uomini si nascondevano tutti. Avevano preso il babbo di Giulio. “E’ anziano, lasciatelo…”. Intanto in un momento di confusione fugge già per un campo di grano. “Allora tu non vecchio” dicono dopo che l’hanno ripreso. Lo tengono per un braccio e lo portano in piazza. Sua moglie, che poveretta era malata di cuore, lo tirava per l’altro braccio. Uno tirava da una parte e lei dall’altra. “Lui vecchio, lui poveretto”).

Me am met tal mez e a deg: “Ma, andena via”. Al tedesc, perché am so mesa tal mez, um dà un sciafon. Me an ho badè né temp e né mez e, sciafff, ha i’ho smulè un manarvers. Lo al tira fora una pistola e al dis: “Ti ammazzo”. “Ma chi t’amaz. Vigliacchi, ve la prendete con le donne, i vecchi e i bambini”. “Madona u t’amaza!”. “Mo can maza ma nisun, cl’è un vigliac”. “Cor, cor, cu t’amaza”. Tla cunfusion am so masè tla chesa d’un cuntaden sota una mocia ad agren e al tedesc, cal steva mal Moscule, um circheva mo un m’ha trov.

Io mi metto nel mezzo e dico “Mamma, andiamo via”. Il tedesco, poiché mi ero intromessa, mi dà uno schiaffo. Io non ho perso tempo e istintivamente, sciaff, gli ho mollato un manrovescio. Lui tira fuori la pistola e dice “Ti ammazzo”. “Ma chi ammazzi. Vigliacchi, ve la prendete con le donne, i vecchi e i bambini”. “Madonna ti ammazza”. “Ma non ammazza nessuno perché è un vigliacco”. “Corri, corri che ti ammazza”. Nella confusione mi sono nascosta nella casa di un contadino sotto un mucchio di grano e il tedesco, che stava a Moscolo, mi cercava ma non mi ha trovata).

An aveva paura gnenca dla rivultela, gnenca pel cavolo. Quand al paseva Pippo (aereo da bombardamento) am mitiva la testa tal paier.

(Non avevo paura neanche della rivoltella, neanche del cavolo. Quando passava Pippo mettevo la testa dentro un pagliaio).

Drè al risturent, vers la ferrovia, avimie d’ielbure ad perie e a li vleva arcoi da cos. Mnend vers Catolga sla bicicleta d’Elvino, al mi cugned, quand a so daventi al campsent ech di tedesc.

(Dietro il ristorante, verso la ferrovia, avevamo degli alberi di pere e le volevo raccogliere per farle cotte. Venendo verso Cattolica con la bicicletta di Elvino, mio cognato, quando sono davanti al cimitero ecco dei tedeschi).

“Dare a noi bicicletta” “No, bicicletta è mia” “Adesso portare te al Comando”. Ec a vidin arvè un om sa una bicicleta. L’era Marcolini che l’amniva giò sa una bicicleta nova. Me a inforc la mia e via ca scap ad cursa. Dop un po’, a Catolga aveg pasè ma Marcolini a pid.

(Ecco vediamo arrivare un uomo con la sua bicicletta. Era Marcolini che veniva giù con una bicicletta nuova. Io salgo sulla mia e fugge di corsa. Dopo un po’, a Cattolica vedo passare Marcolini a piedi).

Ho cot un bel tighem ad perie cotie. Ha li ho ufertie ma un tedesc ch’al steva i lè da vsena e ch’a simie in bon raport tent ch’uc vleva purtè in Germania, Giulio a lavurè tna fabbrica e me a fè l’assistenza ma la su ma ch’l’era duturesa. Ai present al tighem perché al tulesa una pera e quest al porta via tighem e tot. Addio pere.

(Ho cotto un bel tegame di pere. Ho offerto le pere a un tedesco che alloggiava lì vicino e con il quale eravamo in buoni rapporti tanto che ci voleva portare il Germania, Giulio a lavorare in una fabbrica e io a fare l’assistenza a sua madre che era una dottoressa. Gli presento il tegame perché prendesse una pera e lui porta via tegame e tutto. Addio pere).

Rievocazione in dialetto di Lidia Giunta Signorini (Lidia dal Mor)

a cura di Giuseppe Tirincanti


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Hotel San Marco

Tratto da Cubia n° 98 – Gennaio 2010

La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla. (G.G. Marquez)

I primi anni cinquanta abbiamo comprato l’Hotel San Marco. Era una bella villa che apparteneva al prof. Comelli. Era tutta in mattoni come se ne vede ancora qualcuna sul lungomare. Prima l’abbiamo affittato ai Monetti e poi l’abbiamo gestito noi.
L’alberg l’era mes ben, sa i su saluten; li camara piò grandie li aveva i su servizie e la docia. Al sarà stè al ’52 o al ’53. L’amniva genta impurtenta e da quatren. I’arveva anche in aereo da Roma (L’albergo era ben conservato, con i suoi salottini; le camere più grandi erano con i servizi e la doccia. Erano gli anni ’52 o ’53. Veniva gente importante e danarosa. Arrivavano anche in aereo da Roma).
Per al magnè iera al su menù: avimie al pes tot i dè. Si vleva cambiè an femie nisuna fadiga perché amnimie dal risturent e sa l’esperienza ch’avimie ui vleva poc a priparè piò menù (Per il mangiare c’era un menù; ogni giorno preparavamo il pesce. Per chi voleva cambiare non c’era nessun problema perché venendo dall’esperienza del ristorante ci voleva poco per preparare un menù).
Avimie un dutor cun gn’andeva mai ben gnint da magnè e um tucheva fè la spesa propria par lò. Ai giva ma la cameriera: “dì che questo l’ha fatto apposta la signora Lidia per lei” (Ospitavamo un dottore al quale non andava mai bene niente e dovevo fare la spesa proprio per lui. Dicevo alla cameriera: “dì…”).
Una volta l’è mnù una copia ad rumen sa do fiolie. Leia, una bela dona! A la sera la n’andeva mai a leta e la s’alzeva a mizdè e i se an pudimie mai fè la camera. A la sera i magneva sempre i macarena sal ragù. I steva un mes. Una sera l’ha vlù i spaghet sal baselghe. Me a tneva sora la fnestra un ves sal baselghe per quand al bsugneva. La ven olta la cameriera: “La signora ha detto che il basilico negli spaghetti non c’è”. “Dì ma la sgnora che il basilico l’ho messo e sun gni va ben, portie tot la pienta e anche la fnestra!”. E ma Giulio ai ho det: “Scriv tal libre nir che ma quist an i voi piò!” (Una volta è arrivata una coppia di romani con due figlie. Lei era una bella signora. Alla sera non andava mai a letto e si alzava a mezzogiorno e non poteva mai riordinare la camera. Alla sera mangiavano sempre maccheroni con il ragù. Stavano un mese. Una sera ha voluto gli spaghetti con il basilico. Io tenevo un vaso di basilico sopra una finestra per quando bisognava. Viene la cameriera: “La signora…”. Dì alla signora che il basilico l’ho messo e se non le va bene portale tutta la pianta e anche la finestra! E a Giulio ho detto: “Scrivilo sul libro nero che a questi non li voglio più”).
L’anno dopo sono andati al Fulgida ma… venivano a mangiare da me.
In quegli anni passava il Giro d’Italia e a volte faceva tappa a Cattolica. E abbiamo ospitato il grande Fausto Coppi. In quegli anni la sua notorietà era al massimo e aveva fatto scalpore la sua relazione extraconiugale con la cosiddetta “Dama Bianca”, che in una tappa l’aveva seguito ed era ospite anch’essa nel nostro Hotel.
Quand il ha savu’ in gir, un sac ad genta l’amniva per vedla. Me a sera tla sela quand a veg intrè tota stravolta la (…). La va so per li schelie urland: “Dì, putena, fat un po’ veda” (Quando la gente ne è venuta a conoscenza, in molti sono venuti per vederla. Io ero nella sala quando vedo entrare tutta stravolta la (…). Sale le scale urlando: “Dì, puttana, fatti un po’ vedere”).
“Mo dì’, tzè mata?” (Ma sei matta?).
“Ma cal sgrazied, guerda cum tlè ardot. An stà gnenca in pid. A la bot giò pli schelie ma la dama bianca” (A quel poveretto, guarda come l’ha ridotto. Non sta neanche in piedi. La butto giù per le scale alla “dama bianca”).
A fatica l’abbiamo calmata.
Ogni volta ch’iera al gir d’Italia l’arveva al camion dla television e tota sta genta l’intreva tl’alberg e anche tla cusena chi vleva magnè. Amarcord che un dè l’è entre tla cusena Gimondi e al dmanda cus c’hiera da magnè. “Signora, faccia un po’ di dolci”. E sé, al magneva di gran dolc (Ogni volta che c’era il Giro d’Italia arrivava il camion della televisione e tutta la gente entrava nell’albergo e anche in cucina per mangiare. Una volta è entrato in cucina Gimondi che chiese cosa ci fosse da mangiare. “Signora…” E sì, mangiava dei gran dolci).
Us lavureva sempre sacrificand anche la fameia (Si lavorava sempre sacrificando anche la famiglia).
Quand u s’ha i’ esercizie i fiol us fa fadiga a badei e iè un po’ a strasnun (Quando si ha un lavoro si fa fatica a badare i bambini, che sono un po’ trascurati).
Avimie la Margherita znena e un dè ho det ma la cameriera ad purtela un po’ a spas. L’ha la porta sal lungomare tal pasigin. Quand l’è artorna l’aveva la facia tota rosa e scripuleda pal sol. Pora fiola!!! (La Margherita era piccola e ho detto alla cameriera di portarla un po’ a spasso. L’ha portata sul lungomare con il passeggino. Quando è tornata aveva la faccia tutta rossa e screpolata per il sole. Povera figlia!).
Dopo un po’ di anni Giulio u s’era stof e a l’avin afitè e nun a stemie t’un apartament tl’Atlantic andò c astemie anche quand a gestimie al S.Marco (Giulio si era stancato e l’aveva affittato e noi abitavamo in un appartamento nell’Atlantic dove stavamo anche quando gestivamo il San Marco).
A la fin u iè mnù l’idea ad vendle. Me ai giva: “se tal vend a t’amaz!” (Poi gli è venuta l’idea di venderlo. Io gli dicevo: “se lo venti ti ammazzo!”)

Un giorno erano arrivati dei signori interessati all’acquisto. Io stavo dietro a una tenda e ma Giulio ai giva: “Tent a t’amaz, tent a t’amaz!” (dicevo a Giulio: “tanto ti ammazzo, tanto ti ammazzo!”).

Alla fine questi se ne vanno e vado da Giulio.

“Alora, tl’è vandù o na?” (Allora l’hai venduto o no?).

“Mo va là, ho avud una paura quand ho vest chi du oc drè la tenda!!!” (Ma no, ho avuto paura quando ho visto quei due occhi dietro la tenda!!!).

Poi, ripensandoci, alla Luisella ho detto: “Cus ch’avin fat?! Sul vandiva, st’eltr’an a pudimie andè dri marena a fè al bagn!!” (Cosa abbiamo fatto?! Se lo vendeva, quest’altr’anno potevamo andare a fare il bagno al mare!!).

Rievocazione in dialetto di Lidia Giunta Signorini (Lidia Dal Mor)
a cura di Giuseppe Tirincanti

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Si parlava così

padre_nostro

Tratto da Cubia n° 26 – Nobembre 2002

Aneddoti, modi di dire dialettali, poesie, proverbi raccolti nel tempo da Gian Franco Dellasantina

A proposito di diete: Fra cent’an a sarin tot d’un megre…!

Tre amici all’osteria sono in attesa del quarto per la partita a carte, quando questi arriva e grida con entusiasmo: “Burdel, al savì?, a ho trov da lavurè finchè a chemp!”. Al che uno dei re sbotta: “Cus t’aspet cant’amaz!?”.

Due vecchi marinai in treno, diretti a Bologna, si appisolano. Uno si sveglia di soprassalto e chiede preoccupato all’altro: “A sin arvat?”. Questi guarda fuori del finestrino, vede un cartello e risponde: “An cred, a sin a clorodont!

“Tsé dla religion cattolica?” “A so ad Singian”.

“Cum stè?” – “Basta arcuntela, si l’arconta chielt lè peg!”.

Sal pesa tal let n sgnor, l’ha sudé.

Un padre al figlio: “Tsi peg dli tas!”.

Quando una barca è strapiena di pesci: “A so brosc a la munichela”.

La nonna ai nipotini: “Nu va da long, nu aluntante da chesa, cuiè la Canciulli cla fa e savon!”

Al rid par una paca ad feva!

Al fnes prima i sold mai re, che la miseria mai puret.

Un marinaio aveva portato la barca in squero e tutti i giorni pioveva. Una sera, stof d’aspité, u s’è mes a dè la maiolga sla spazadura e l’umbrela tla men, e pu l’ha det: “Me a tla ho de, al sta ma te berca a fetla duré!”

A si com i ledre ad Gradera, chi ledga ad de e i va a rube li galenie insen ad nota.

“A las un milion ma la Rusena; a las un milion ma Gvan; a las um milion ma  Andrea… Un’altra figli a gli chiede: “Ma ba, do t’è tot sti quatren?” – “Sent, a stag per muri – risponde il babbo – fam pinsè anche ma quest!”.

E’ morta la nonna. L’anvod al va dal bichin e riferisce poi al babbo: “Uiè la cassa, i fiur, la messa, al tumben, i manifest…”. Al ba ui dis: “Insomma quant l’è la spesa?… Co?? Ma il sa cal mort al mitin nun!?”.

Fiola nu compra gnint clava al manche, bsogna duvrel.

E lavor un è proprie una gran cosa; quel cl’à invent al lavor l’è mort anca lo!

A sin come cal chen in tla cisa; do cal pasa al ciapa dli zampedie.

Erano andat a rubare le galline; uno dice al compare: “Ciapa tre zempie che do galenie gli è sigur!”

San tal sè du t’è d’andè, arcorte da du t’ven!

A sin ned senza sod, a murin che a ni lascen sempre trop.

A so vnu si bof, a vag via si debte.

Un anziano all’amico: “Una volta a risulviva i prublem ad fameia, tra me e la mi moi, tal let; ades tal let ai crei!”.

La legna la schelda do voltie: quand tla tai e quand tla brus.

Ai bambini un tempo: “Magna! Perché s’an tmagn tvè da Balta!”

 

 

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Adesso picchiano i maestri

 

Lupini selvatici

Lupini selvatici

 

 

Tratto da Cubia n° 94 – Agosto/Settembre 2009

Chi ricorda il lupino selvatico? Forse pochi!

Non ha più spazi dove crescere spontaneo, e i contadini non lo seminano più. E’ una foraggera delle papilionacee che cresce a cespi con fusti eretti poco più grossi di un lapis.

Basta privare ogni fusto dei filamenti fibrosi che lo rivestono per liberarne l’anima commestibile, d’un fresco, strano sapore.

In un Maggio maledetto remoto, io e altre quattro brave bambine andammo a cercarlo, marinando la scuola.

Lo trovammo nei pressi di una masseria. Una ragazza stava lavando i panni. “Scusa,” domandammo: “Ci lasci cogliere una bracciata di lupini?”.

La risposta fu: “Neanche per sogno: sono ancora bassi, fareste solo un gran calpestare!”

Bugia! Avevamo usato tutto il bon-ton e la ruffianeria che ci apparteneva per essere remunerate così? Li avremmo presi ugualmente! Eravamo all’opera quando ci giunse un fischio seguito da vitupèri e minacce.

Il padre della “lavandaia”, munito d’un robusto vinco, o cosa che ci sembrò tale, stava inforcando la bici.

Ci separava da lui una discreta distanza. Troppo poca considerato che avrebbe corso su strada!

Scappammo a gambe levate. Due di noi ripararono nella nicchia d’un pagliaio. La Paola, la Luigina e io, guadagnate le scale del casale dei Cherubèn, fuggimmo come siluri in cucina, lasciando esterrefatta un’anziana signora.

Volevamo raccontarci, ma non ci fu tempo. Ci infilammo sotto il letto.

Era alto, come lo erano i letti di campagna che dovevano poter ospitare la fascina per il baco da seta, la cofana per la nascita dei pulcini e la cassetta delle sorbe.

Entrò l’uomo, alla nostra stessa maniera! Guardò dappertutto e ci scovò.

Si inginocchiò a terra imprecando e cominciò a menare con rabbia il vinco da destra a sinistra, come un tergicristallo.

Avrebbe continuato fino a stanarci se, richiamato dalle urla, non fosse salito un uomo della casa, che cercò di rabbonirlo e lo convinse ad andarsene.

La signora ci invitò a uscire. Ci aspettavamo una sana rimproverata. Invece, viste le nostre facce, ci obbligò soltanto a bere dell’acqua e ci fece scortare per un tratto dal “bon cherubino“.

Io, accostata alla parete di testa, indossavo Superga e pedalini, ma sembravo liberata dai ceppi, tante ne avevo prese su una caviglia. La Paola no: nemmeno mezza! Era in fondo e si era fatta scudo con una cassetta di legno. Come no, la Luigina indossava il grembiule nero (però allacciato sul davanti che faceva meno “scolaretta”). Se lo ritrovò tutto inzuppato, dall’orlo al colletto. Per schivare le frustate aveva rovesciato un pitale ancora colmo.

Tornammo leste, mute e a testa bassa. Forse pensavamo tutte e cinque la stessa cosa: a casa non ci aspetta certo zucchero. I genitori di allora non avevano troppe frequentazioni con gli strizzacervelli e anche quando Federico Fellini le prendeva dal padre, ce n’era una buona dose anche per il suo amico Titta.

Quello spavento è sempre rimasto nella mia valigia. Provo a chiedermi se ciò che è sia migliore di ciò che è stato, ma non ho più tempo per chiedermi dove stia di casa l’arcabaleno. Peccato!

di GiBì

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Riaffiorano i ricordi

 

Basilica sant'Apollinare

Basilica sant'Apollinare

Tratto da Cubia n° 57 – Dicembre 2005

Era la prima estate dopo la fine della guerra, il mese di Luglio, ed io ero in viaggio fra la Lombardia e la Romagna. Mi ero trovata all’improvviso a capo della mia famiglia in uno dei periodi più difficili della vita. I miei genitori avevano un’età molto avanzata e toccava a me avere cura di loro. Mia madre (figlia maggiore dell’eroico garibaldino Emilio Fabbri), coraggiosamente aveva voluto ritornare nel paese natale, Coriano, pur sapendo che era stato quasi totalmente distrutto. Io l’avevo dovuta accompagnare e lasciare lì, in una piccola stanza senza soffitto e con il tetto che lasciava vedere le stelle: una rete sul pavimento con un materasso, un cuscino, le lenzuola e qualche coperta; ma se pioveva ci voleva l’ombrello. Rientrando, avevo preferito percorrere la via Romea, con minore traffico e meno oppressa dal caldo, perché rasentava il mare. Ero partita da Coriano la mattina presto in bicicletta, senza mai fermarmi prima delle ore calde. Il pedalare non mi impediva di pensare e di soffrire, preoccupata della vita futura. Ero senza fede e senza speranza, quando vidi lontano stagliarsi contro il cielo azzurro un bel campanile ed una bella, grande chiesa. Non mi ero accorta di essere giunta a Classe e stavo raggiungendo la basilica di sant’Apollinare, scrigno prezioso dell’arte bizantina. Mi beai di quella vista (l’arte consola!), poi raggiunsi Ravenna per riposarmi, e mi fermai in un piccolo albergo, che portava i segni dei bombardamenti. Il giorno dopo raggiunsi la provincia di Brescia, dove mi attendevano il babbo e mia sorella.

Per il babbo, il più delicato di salute, era stato riservato il viaggio più comodo: la Pontificia Opera di Assistenza aveva organizzato un treno speciale per tutta l’Italia, con vari pernottamenti in case provviste di letti. In Agosto il babbo ed io lasciammo Brescia e scendemmo a Rimini. In una parte meno frequentata della stazione, ma sotto la tettoia, ammucchiammo le nostre povere, ma care cose: un materasso non troppo strettamente arrotolato, su cui ci riposammo coi piedi appoggiati su una valigia. Finalmente, il benvenuto in Romagna ce lo diede, nella nostra bella lingua italiana, al mattino un interprete, che affiancava il militare che comandava la stazione. “Vae victis!”, disse l’elegante ufficiale vincitore, che non seppe però mai chi aveva tanto disprezzato: due persone magre, molto modestamente, quasi poveramente vestite, contornate da ancora più povere cose, come gli zingari. Una, dimenticati gli studi fatti, elemosinava un passaggio; ma l’altro era stato da studente l’allievo più stimato di Valfredo Carducci, fratello del poeta, capo del collegio-convitto della scuola normale di Forlimpopoli; diplomato a pieni voti, insegnò per 50 anni; per parecchi anni fu l’unico insegnante del Corso integrativo (classi sesta, settima ed ottava), poi Corso d’Avviamento al lavoro. Il Ministero di allora gli diede la massima onorificenza, insignendolo dell’Ordine di San Maurizio al merito educativo. In tempi successivi, l’Ispettore Didattico di Rimini, Prosperino, in una riunione di tutti gli insegnanti del circolo di tutto il riminese, per aggiornarli in base alle nuove direttive ed ai nuovi programmi, lo segnalò dicendo che fu il precursore dei nuovi metodi scolastici.

Io so anche che fu, al di fuori della scuola, umile con gli umili: nel periodo della prima guerra mondiale, con la mamma fu l’amministratore e distributore incaricato delle pensioni di guerra fino al 1919. Ella inoltre per tutta la vita aiutò le persone analfabete o quasi nella corrispondenza: domande a vantaggio dei mariti o dei figli richiamati alle armi; donne che venivano spesso a casa e per le quali essa trovava sempre il tempo; diceva: “Andate a comprare un foglio e una busta”. Al loro ritorno aveva già preparato sul tavolo il calamaio e la penna; scriveva quanto desideravano e, completata la busta (sapeva gli indirizzi dei vari Ministeri o degli Enti provinciali), la consegnava loro facendola impostare personalmente. La conoscevano tutti; venivano da Mulazzano o da Cerasolo, dal confine della Repubblica di San Marino. Per quello volle rivivere fra di loro.

Non si era mai fatta pagare, ma talvolta portavano un piccolo involto di erbe di campagna, una palla di cavalo, una ricotta, qualche grappolo d’uva, secondo la stagione. Quando seppero che era ritornata, qualche famiglia di campagna incoraggiò la ripresa della vita con un pulcino od un anattrocolo.

di Biancamaria Liverani

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Il dancing Sirenella

Sirenella_Dancing

Tratto da Cubia n° 81 – Aprile 2008

Non vorrei apparire noioso e ripetitivo con i miei articoli, ma penso che alla maggioranza dei cattolichini faccia piacere leggere la storia delle nostre tradizioni e dei nostri costumi, e soprattutto quella dei locali che hanno contribuito, come altre attività turistiche, a far grande Cattolica. Molti si riconoscono in questi racconti di vita, specie quelli che hanno superato gli anta con un sei davanti: per loro rimangono meravigliosi ricordi di gioventù. Credo che sia altrettanto utile per i più giovani conoscere queste realtà, anche per confrontarsi con quelle di oggi che in un futuro saranno quelle di ieri…
Il Serenella nasce nel lontano 1948. Appena terminata la seconda guerra mondiale, per i giovani era come se si fosse spalancata improvvisamente la porta del paradiso dopo cinque lunghi anni di conflitti. Giungeva, con il ritorno alla normalità di vita, il divertimento, completamente dimenticato durante gli anni della distruzione e del dolore. Con il primo gestore, riccionese, fratello del noto imprenditore Giuseppe Ravioli, prende l’avvio quello che poi diverrà il locale più scic di Cattolica. Si susseguono altri gestori: Ballo di Bologna, Casadio di Pesaro, i quali mantengono il locale sempre sulla cresta dell’onda, finchè nel maggio del 1958 sotto la conduzione di Paolo Genovesi, in arte Corra da Bologna, il Sirenella subisce una grande trasformazione.
Paolo Corra, uomo di spettacolo con una spiccata fantasia nell’ organizzare feste e attrazioni di tipo hollywoodiano, avvalendosi di una folta schiera di grandi personaggi dello spettacolo dà al dancing Sirenella una notevole impronta personale, come nessuno aveva mai fatto prima d’ora. Sono note le sue esibizioni canore, soprattutto nell’imitare un grande artista americano dell’epoca, Jhonny Ray, quando si strappava la camicia di dosso infiammando le platee.
Il locale era frequentato prevalentemente da ricchi e facoltosi industriali: bresciani, milanesi, bergamaschi, molti dei quali proprietari delle bellissime ville che a quei tempi primeggiavano a Cattolica. Da non dimenticare il famoso caffè Sirenella al fianco del dancing, anch’esso si è distinto per la sua raffinata clientela, mentre durante l’inverno, disponeva d’una sala biliardi per la gioia dei giocatori, si giocava anche alle carte che, purtroppo, per alcuni sono state fatali..
Con grande maestria, degna dei migliori registi teatrali e cinematografici, Carra sapeva organizzare delle fantastiche serate a tema, per le quali ogni volta da Bologna giungevano bauli pieni di costumi teatrali inerenti al tema delle varie feste, come ad esempio la festa dei Pirati: molto coinvolgente. Durante il giorno sfilavano i bragozzi, addobbati in tal modo da sembrare veramente le navi dei corsari, da cui, avvicinandosi alla battigia, scendevano i ragazzi con bellissimi costumi che nelle loro scorribande lungo la riva del mare, “rapivano” le ragazze facendole “prigioniere” e si deliziavano della loro presenza per un giro in barca, poi alla sera tutti al dancing, sembrava d’entrare in una delle tante Taverne di Tortuga.
Da non dimenticare la serata dedicata all’Antica Roma: molto suggestive erano le parate che sfilavano per i viali di Cattolica, con magnifici costumi dell’epoca: dai centurioni ai musici alle ancelle, ecc. sui cavalli, mentre all’ingresso del dancing due colonne romane si elevavano erette verso il cielo, e all’interno tanti addobbi a ricordare l’antica Roma.
C’era poi la festa dei francesi il 14/Luglio, con la presa della Bastiglia: parata in costumi dell’epoca, con la presenza anche dei cavalli, mentre sull’entrata del dancing veniva eretta una grande torre a simboleggiare proprio la Bastiglia. Nel corso della serata, una finta battaglia avveniva all’interno del locale, coinvolgendo clienti e personale con gioia e divertimento di tutti. Queste erano le manifestazioni più suggestive, ma ce n’erano anche altre, come la festa dei pazzi ecc. Molto importante nel successo del Serenella era anche il personale del locale, che collaborava assiduamente con serietà, educazione e professionalità. Tra i collaboratori di Carra ricordo Elio Paolucci, che ringrazio per aver collaborato con le sue informazioni alla realizzazione di questo scritto, Giovanni Prediletto, Elvino Cecchini, Gigi Serafini. Paolo Corra, uomo di notevole spessore umano e di innata signorilità, riusciva in ogni momento a soddisfare i suoi clienti. Alla vista di clienti importanti, scendeva dal palco per accorrere a riceverli nel migliore dei modi. E ad accogliere i clienti c’erano sempre i direttori, impeccabili nella loro eleganza, bei giovani che davano un tocco di classe al locale. Ricordo: Benito Funà, Fuselli il Leone, Giunta, Carlo Ottaviani, ecc.
Al dancing Sirenella si sono esibiti i cantanti più famosi: Sergio Nardi, Giuseppe Negroni, Rino Salviati, Luciano Bonfiglioli, Renzo Angiolucci. E poi: l’orchestra di Franco e i G5; il grande ballerino Bambi che tanti ricordano per le sue esibizioni nella Danza delle Spade; il fantasista Casoni in una magistrale performance: si vestiva e si truccava metà uomo e metà donna, e, seduto su una panchina, si esibiva in una scena d’amore di tale effetto che sembrava una coppia d’amanti; spesse volte la famosa soubrette Wanda Osiris, trascorrendo le ferie a Cattolica, faceva visita a Corra nel suo dancing Sirenella. Da non dimenticare la simpatia dei fotografi che si alternavano durante la stagione: Roberto di Milano, Gege, Luigi, Pietro, i quali immortalavano delle bellissime situazioni che oggi sono storia. Nel bel mezzo delle serate, ogni tanto entrava nel locale il famoso Marino, gestore della pizzeria adiacente al Serenella, con in mano un pentolone e un mestolo che usava o mo’ di tamburo, facendo un gran chiasso, per invitare i clienti dopo il ballo a gustare una pizza nella suo locale: con quella irruzione si interrompevano per un attimo le atmosfere romantiche che a una certa ora dominavano nella pista.
Il dancing era frequentato sempre da bellissime donne, che, con la loro presenza, richiamavano tanti giovani animando così le serate. L’eleganza era d’obbligo per dare un tocco in più al locale e, nelle occasioni di feste particolari a tema, Paolo Corra affidava il compito per le acconciature più strane alla parrucchiera Ede, che aveva il negozio di fronte al locale.
Ovviamente, con tante belle donne, non potevano mancare i grandi amatori, i “ vitelloni”, detti anche “manzi”: tutti amici giovani, che con la loro presenza hanno contribuito a dare un maggiore impulso al turismo della riviera (vedi i film di Fellini). Tanti amori sono sbocciati al dancing Serenella, avventure nate e finite su una pista da ballo.
Anche nei momenti difficili, con l’arrivo della concorrenza, Paolo Corra non s’è mai perso d’animo, e, avvalendosi delle numerose amicizie tra le hostess di varie agenzie italiane e straniere, è sempre riuscito a tenere alto il buon nome del locale continuando con “la sua impronta”.
Ogni storia ha la sua fine. A metà circa degli anni 80 cala il sipario sul Serenella: addio alle feste a tema, alle mis,s alle parate, al gusto del divertimento, tutto finito, il vecchio lascia spazio al nuovo. Nasce il Club “Taxi”, gestito da alcuni giovani: Antonelli, Piemonti, Sozzi, i quali rinnovano completamente il locale, dando un impulso più moderno e innovativo. Frequentato soprattutto da giovani, il Taxi corre a folle velocità… A distanza di qualche anno, il locale viene ancora rinnovato e, coi tempi in continua evoluzione, nasce il Roko-ko, gestito sempre da giovani volonterosi: Piemonti, Galli, Bianco, per arrivare ad una nuova versione, il” Buda Bar”. Infine, e siamo ad oggi, il locale diventa “Le Club”, che, gestito da Paolo Falcone, rivolge molta attenzione ai giovani musicisti, organizzando continuamente bellissime serate all’insegna del divertimento, dei vari generi di musica giovane e dei gruppi emergenti . Ragazzi, avanti così.
Un ringraziamento di tutto cuore va al proprietario del locale, Paolo Pagnini, per le sue preziose informazioni su quella che è divenuta una parte di storia di Cattolica.

di Roberto Bozza
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Amarcord

Rubabandiera

Tratto da Cubia n° 80 – Marzo 2008

Il 12 febbraio scorso è avvenuto un singolare incontro. Franca Patrignanelli titolare del negozio Erba Voglio ha avuto la simpatica idea di radunare tutte le amiche e le persone del vicinato che in qualche modo, sono state presenti nella sua infanzia e adolescenza. La proposta ha avuto grande successo. All’arrivo presso il ristorante molto calda è stata la fase dei saluti, né è mancata la sorpresa per i mancati riconoscimenti. Vero piatto forte della serata, letto tra una pizza e l’altra, è stato l’Attestato di partecipazione che vale la pena riportare integralmente a testimonianza di uno spaccato di cultura che è gia storia. PER NOI DI VIA GARIBALDI DALLA DELFINA A CINCIACA COMPRESA VIA A. VESPUCCI FINO LI BASCEGNE. Per Noi, se andavamo in strada, non era così pericoloso, ci sentivamo libere se nella via di Luison, giocavamo a Ruba Bandiera a Le Belle Statuine a Uno due tre per le vie di Roma a Palla Avvelenata che non mancava neanche Dire, fare, baciare, lettera, testamento, che saltavamo la corda entrando a diritto e rovescio e giocavamo a Settimana e per giocare a cut, avevamo il nascondiglio proibito Al spac dla Bina! Per Noi, i pattini avevano 4 ruote per piede e li usavamo su un marciapiede con i chiusini dei cessi e si allungavano quando il piede cresceva. Suonavamo i campanelli e scappavamo, e masticavamo la cicca facendo a gara chi faceva il pallone più grosso, per poi scoppiarglielo in faccia, senza trascurare la punta al cannello di liquerizia. Per Noi, che sotto il voltone, abbiamo avuto la fortuna di sgranare le pannocchie di gran turco con i Stracer, che stavamo ad aspettare che una delle angurie che Primon scaricava facendo il passamano cadesse, così la mangiavamo e avevamo come frigo il pozzo della Maria di Matteucci. Quando si faceva la pagnotta di Pasqua, ci accordavamo per farla tutti assieme, e avevamo la Rusena di Stracer e l’Angiulena dli Argusle che facevano da consulenti per la lievitatura. Per Noi, che facevamo il fuoco di San Giuseppe sotto il voltone, con i copertoni della Maria di Matteucci, con il rischio di bruciare i fili della luce, che litigavamo quando facevamo le commedie nella capanna della Carlotta, e gli spettatori volevano i soldi indietro se lo spettacolo non era piaciuto. Ci divertivamo quando la Rina (vestita non so come) faceva le apparizioni della Madonna o del Sacro Cuore alla Bacana che, con il suo amen-stramen faceva da coreografia alle varie scene, quando tutte assieme ci lavavamo i capelli e, appoggiate al suo muro, li asciugavamo al sole, e la Franca faceva da parrucchiera, ( bravissima per le frangette), e l’Angelina dli bascegne faceva da modella. Per Noi, il mezzo di comunicazione era la reda. Le canzoni del festival le andavamo a sentire alla radio dai Stracer. Compravamo il sale dalla Mina dal spac, avvolto nella carta di giornale portata da casa, se no non te lo dava. A scuola andavamo e tornavamo da sole, con la cartella semivuota, se la maestra ti dava uno schiaffone la mamma te ne dava due, se facevamo uno sternuto nessuno chiamava l’ambulanza ma le palline dell’Albero di Natale erano di vetro e si rompevano. Al nostro compleanno non invitavamo nessuno. Per Noi, che alla Messa ridevamo di continuo, che scappavamo dalla file delle suore che ci portavano alla benedizione, mentre era un divertimento alzarci alle 6 alla mattina per andare alla novena. Don Romagnoli ci portava a Loreto, vediamo la Carlotta nella strada davanti al voltone che si sbracciava per fermare il pullman per poi salire, e dice, ulaà fata, ulaà fata (Renzo aveva mangiato una vite ed era stata per fortuna rinvenuta nella cacca). Per Noi , che gli avvenimenti principali erano il giro d’Italia e correvamo in mezzo alla strada per raccogliere gli areclam che tiravano. Poi le mille miglia, quando ci sporgevamo ben avanti per vedere la curva del Mazzini e quella della Lanterna Rossa incuranti delle sgridate degli adulti, e non trascuravamo il tifo per Enrico Molari alle corse del Lunedì di Pasqua. Per la notte di San Giovanni facevamo la Bottiglia, le foglie di fico, le “fave”. Per Noi, che chiedevamo 20 lire per andare alla Domus Nostra a vedere la TV, e Tino, che non li voleva dare alla Franca, diceva : “dis che la Domus Nostra l’è la casa di tutti, me, la mi perta a la vend, fatie dè dal pret”. Noi, che le serate di gala del Festival di San Remo le andavamo a vedere dai Luison con le collane di maccheroni al collo fatte dalla Lisa e la Gabriella.Noi, che finalmente abbiano avuto la televisione e ci siamo trovate a fare il gioco dell’uva!!!Noi, che abbiamo avuto queste FORTUNE, abbiamo avuto il piacere di ritrovarci per una sera e siamo:

a cura di Amedeo Olivieri su testo di Rinalda Antonioli

Silvana dal Pret (Silvana Romagnoli trasferita a Riccione) Jolanda -Wanda ad Gelo o Piton (Jolanda Venturelli, Wanda Venturelli trasferita aGabicce) Carla ad Nunzio (Carla Casicci trasferita a Riccione) Dina e Martina dli arguzie (Dina Vannucci, Martina Vanucci trasferita a S.Giovanni) Clelia (la era nu ste da Singian) (ritornata a San Giovanni) Marisa e Elide Gentilini Cesarina e Lella ad Bascianel (Cesarina Giunta, Gabriella Giunta trasferita a Bologna Lali e Vera sd Donzelli di zocle (Alba, trasferita a Misano e Vera Badioli) Rosa Bianca dla Bibi (quela che tal Comun Lac feva i varul) Marina la parrucchiera (la è riva ch’a simie grandegn (La Franca la ha duvù cambiè miscer) Maria ad Cesarino ad Cicacota (Maria Lorenzi) Graziella ad Pitrin di coc (Graziella Fabrucci trasferita a Rccione) Rina di Stracer (Rina Donzelli) Carlotta e Franca dla Pitrunela (Carlotta Bartoli Patrignanelli, Franca Patrignanelli) Alberta dla Maria ad Matteucci Alberta PlatiSilvana e Angela ad Putanac (Silvana Patrignani trasferita aGabicce, Angela Patrignani) Angela ad Guerrino dal pusteg (Angela Conti trasferita a San Giovanni) Rinalda e Antonia dla Rungaina (Rinalda e Antonia Antonioli) Gabriella di Luisun (Gabriella Magi) Angelina di Luisun (Angelina Melchiorri) Piera Colosio Angelina dli Bascegne (Angela Vanzolini) Mirella dla Titina (Mirella Bordoni) Anna dla Gurga (Anna Cervesi) Angela ad Ciciacota (Angela Cecchini) Brunetta la Triestina (Bruna Drioli) Rita ad Cinciaca (Rita Lazzari)

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Eppure ero contenta

 

Gallinella di Mare

Gallinella di Mare

Tratto da Cubia n° 93 – Giugno/Luglio 2009

Non avevo la Barbie. E nemmeno la tivù.
Io e le mie amichette avevamo quasi tutte un’Elisabetta. Una Betty, mai! Ancora per un po’ non si sarebbero scimmiottati gli Americani.
Ce le facevano le nostre nonne: sgranavano una pannocchia di mais per tre quarti partendo dal basso. Ciò che restava era la testa della nostra bambola, con una voluminosa capigliatura rossa o, qualche volta, dorata, alla “Lucrezia Borgia”.
Un rotolino di tela rigida annodato a croce formava le braccia delle nostre Elisabette, che al momento avevano l’aspetto di capone di mare, ma di lì a poco sarebbero diventate delle splendide principesse.
Sì! Perché la creatività e l’estro delle nonne erano impagabili. Con avanzi di raso, nastri e pizzi all’uncinetto facevano dei vestiti da favola. Sempre lunghi (le nostre Elisabette non avevano gambe, ed essendo di stirpe “regale” mai le avrebbero mostrate). Il pezzo di tutolo sgranato serviva da impugnatura, facendo ricadere le gonne a coprirci le mani.
Non andavo a teatro, non avevo la televisione, ma da incosciente mi godevo la piena della Ventena anche se mi faceva paura.
Verso la fine di marzo e l’inizio di aprile (se ben ricordo) il torrente esondava. Che disastro! L’acqua entrava nelle case dell’ultimo tratto abitato (più o meno all’altezza dell’attuale Coop fino ai bastioni) e faceva… le pulizie pasquali!
Da quei poveri bassi usciva di tutto, e tutto era spazzato via.
Per esorcizzare un po’ la paura, mio nonno aveva improvvisato una filastrocca:
LA FIUMENA

Quant l’arrva la fiumèna [Quando arriva la piena]
L’è un bel spass per i burdèll [Per i bimbi è troppo bello]
Drent’t li chèsie d’la Vantèna [Nelle case della Ventena]
Us po’ intrè sno s’al batèl! [Si entra solo se hai il battello.]

La sotvìta d’la Teresa [La sottoveste della Teresa]
La va a fnì ma la furnèsa [Va a finire nella fornace]
E la paranènza ad Gnèla [La parananza di “Gnela”]
La va n gir p’la Naziunèla [Va in giro per la Nazionale]
Disperèda l’Antugnèta: [Disperata, l’Antonietta:]
“La mi’ gata! La mi’ gata!” [“La mia gatta! La mia gatta!”]
Mo c’la misa furbaciòna [Ma quella micia furbetta]
La va in bèrca t’un mastèl [Va in barca in un mastello]

Sno li andre d’la Lucia [Solo le anatre della Lucia]
Li s’dà un pès c’al pèr d’i re [Si danno arie da regine]
Li va a spass s’al pètt infera [Vanno a spasso a petto in fuori]
Sempre in fila, sempre in tre [Sempre in fila, sempre in tre]

Dop ‘na stmène o bèn o mèl [Dopo una settimana, bene o male]
Tuòtt l’artorna già nurmèll [Tutto torna già normale]
Mo ogni roba o ad qua o ad là [Ma ogni cosa, o di qua o di là]
La ha gudù la libertà [Ha goduto la libertà]

Note: Il “Capone” è il Cappone (o Gallinella) di mare, un pesce della famiglia delle triglie.
Il torrente Ventena fu poi incanalato in un alveo e non ci furono più esondazioni.
La Fornace Verni occupava il posto dell’attuale Coop.
Gnèla (soprannome di Gessaroli) era il macellaio della Ventèna.
La Nazionale è ora Via Emilia Romagna.

di GiBi

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Festa della Teggia e Sagra dell’Uva

Festa_della_Teggia

Tratto da Cubia n° 74 – Agosto/Settembre 2007

Tradizionale Manifestazione di Metà Settembre

Nei tempi antichi, antichissimi, nei paesi dove, come nella Romagna, la produzione vinicola costituiva uno dei maggiori prodotti, se non il principale, di alimentazione e mezzo di scambio, le popolazioni dedite all’agricoltura usavano onorare “dio Bacco” con canti, festeggiamenti e libagioni dopo il raccolto dell’uva.L’Italia, ove la produzione dell’uva e del vino ha avuto sempre grande importanza, e per la qualità e per la quantità dei vini pregiati noti in tutto il mondo, nell’intento di far conoscere ed apprezzare sempre più questo alimento perfetto e di alto valore salutare (la cura dell’uva, infatti, è la più antica, fra tutte le cure di frutta), riprendendo un’antica tradizione, ha istituito in tutti i comuni la giornata dedicata alla “Sagra dell’Uva”.Da frammenti di una pergamena, scritta in castigliano antico, rinvenuta fra le rovine delle mura del Comune di San Giovanni in Marignano, al quale deve le sue origini il Comune di Cattolica, risulta che un uomo di Stato del Reame di Castiglia, ospite del succitato Comune in occasione della Festa dell’Uva, nel fare rapporto al suo grazioso Sire su usi e costumi di queste contrade, rimase colpito dalla bontà di un “pane schiacciato” (tortilla), che veniva confezionato dalle donna su caratteristiche teggie, ai lati delle vie, e servito con dello squisito salame e vino di produzione locale.Il Comune di Cattolica e l’Azienda di Soggiorno decidevano, quindi, di ripristinare questa usanza, per cui, nel giorno dedicato alla “Sagra dell’Uva”, le massaie di Cattolica provvedevano a confezionare sulla teggia la caratteristica “piada” (focaccia a base di farina, sale, pepe, e olio finissimo), che viene servita con salame pepato, grappoli di uva e vino.La festa delle “Teggie e Sagra dell’Uva” inizia nelle prime ore del pomeriggio, a metà Settembre, con sfilata di carri allegorici e di gruppi folkloristici della zona.Nel piazzale Primo Maggio, vicino al mare, si effettua, fra canti e musiche folkloristiche, la distribuzione di sacchetti di uva, dopo di che vengono accesi i fuochi sotto le “Teglie” e ha luogo la cottura delle “piade”, che vengono distribuite al pubblico assieme a fettine di salame e vino locale, fino a tarda notte.Canti, esibizioni folkloristiche e luminarie si susseguono ininterrottamente finchè, ebbro e sazio, il dio Bacco, nella fresca notte settembrina, chiude gli occhi al sonno, che durerà fino alla prossima stagione.

da “Il popolo di Romagna” – 1957

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I Buraten

Locandina_spettacolo_per_burattini

Tratto da Cubia n° 64 – Agosto/Settembre 2006

Mi rivedo ancora nei miei ricordi di bambina, a giocare sul bagna-sciuga del mio mare con mio cugino “Gusten Tonò”. Io intenta a costruire castelli di sabbia con guglie appuntite, Gusten, invece, a giocare con le palline di terracotta che si rincorrevano in piste di sabbia compatta.
Da lontano scorgo un bambino, che porta sulla spalla, e legato al torace, un teatrino in miniatura. Da una giunta sporge la testa di Fagiolino (Fasulèn) col bastone (s-ciadur) e dall’altra parte Sganappino (Sganapèn) con gli abiti alla Sherlock Holmes, che ridacchia.
La voce del bambino si fa sempre più distinta:
-Questa sera tutti nel giardino dell’albergo Monetti, per un grande spettacolo di burattini: “Fagiolino e il bandito Sparavento in una lotta memorabile”. Non mancate. Segue farsa e ballo finale.
Il ragazzo distribuisce anche volantini e si allontana.
Io lascio che un’onda distrugga il mio castello, perché la mia attenzione é concentrata su di lui… Fagiolino, il mio eroe.
A questo punto entra in scena la Pierina, la nostra badante. Mia nonna l’aveva accolta in casa nostra da bambina e la considerava una figlia. A quell’epoca la Pierina aveva circa diciassette anni ed era una bella ragazza. Anche a lei piacevano i burattini, per questo dice:
-Per andé a veda i buratèn, bsogna che a cmincieva a piegn vers li sèi dla sera… (per vedere i burattini dovete iniziare a piangere alle sei di sera).
Lo spettacolo iniziava alle 21, e i nostri genitori, per non sentire quella lagna, davano alla Pierina i soldi per lo spettacolo di burattini.
Rivolta ad Agostino dico:
-Stal pés mort al fa piegn sno ma mé, lû us ni frega (questo pesce morto fa piangere solo me).
A questo punto Agostino, che non ha mai detto una parola, mi si avvicina, mi dà una spinta e io cado, col pagliacetto nuovo prendisole, in acqua.
Io piango, ma la Pierina interviene subito e accomoda le cose.
Le mie esperienze sui burattini iniziarono quando avevo cinque o sei anni e cioé negli anni ‘27 o ‘28. Ma dalle ricerche e dai volantini originali, donatami gentilmente da Livio Magnani, risulta che da diverso tempo prima il burattinaio Rizzoli Aldo e famiglia si esibivano in Cattolica.
Una volta Giogi Filippini, mio caro amico, mi raccontò di aver saputo che nella grande casa di “Masun” Magi (ora Domus Nostra) si esibiva una compagnia di burattinai che dava per i cattolichini spettacoli bellissimi.
Mi risulta poi, per delle ricerche fatte da Dorigo Vanzolini, che il burattinaio Aldo Rizzoli per lavoro veniva ogni anno a Cattolica con la famiglia e alloggiava nella casa di “Mastril” (i Masi) in via Battisti.
Nella palazzina (ex scuola di avviamento professionale) di proprietà, allora, di un certo signor Sani, padrone anche di diversi appezzamenti di terreni, ogni anno in estate la compagnia di Aldo Rizzoli, sfoggiava un repertorio di recite per burattini eccezionale.
Poiché gli affari andavano a gonfie vele, Rizzoli si era fatto un socio: Mineci, che con la famiglia animava anche lui i burattini. Le cose andarono bene per diversi anni, finché quel Mineci fu preso dal vizio del gioco e allora le cose precipitarono così violentemente che, mentre la società operava ora come ho detto, nei giardini dei Monetti, dovette sciogliersi e andarsene da Cattolica per sfuggire i creditori.
Da bambina gustavo con tanto interesse gli spettacoli dei burattini. Di questi i più simpatici erano: Fagiolino, Sganapino e Sandrone. Seguivano nella lista: il Dottor Balanzone, l’Apollonia “La Pulogna”, Trepatate, Sparavento il bandito. Il diavolo, la morte, Angelica, la principessa Fiorella e il principe Gustavo, il re, la regina, i carabinieri.
Quando il popolo dei burattini era in sommossa, si sentiva in lontananza un brontolio di voci alterate che gridavano: Abbasso l’infame e a morte il tiranno… bla, bla, bla… che mi facevano venire la pelle d’oca.
Sempre in relazione ai burattini, quando nella bottega di mia mamma Giulia arrivava il viaggiatore Boldini a commissionare scialli di seta e di lana dalle lunghe frange, noi bambini, che vedevamo in questo uomo Sandrone (come gli assomigliava!), ascoltavamo a bocca aperta le frasi che diceva in dialetto bolognese per poterle ricordare e poi ripeterle. Ma per quanti sforzi facessimo sapevamo solo dire: Ragazol… sorbole… di mondi… brisa.
Da quei giorni di sventura la società Rizzoli non si esibì più a Cattolica. Vennero altri burattinai a lavorare con attrezzature più misere e immagini di burattini meno significative. Lo spettacolo si teneva sotto il mercato coperto in via Milazzo e il teatro era allestito dietro la casa della “Rusena dla Mlangiana”. Tutti i spettatori assistevano allo spettacolo in piedi.
Un giorno, mentre eravamo tutti a tavola, mi capitò di chiedere:
-Nona, Fasulèn l’é fasista? Al porta sempre al manganél? (nonna, Fagiolino é fascista? Porta sempre il manganello?).
Ci fu un breve silenzio, poi tutti gridarono:
-Nààa’.
Mia nonna:
-Quel cal porta Fasulèn an é un manganél! L’é un s-ciadur (quello che porta Fagiolino non é un manganello… ma un mattarello). Tutt li don ad sta chèsa li ha al s-ciadur, ma nisuna la é fascista! Ui mancaria élt! (tutte le donne di questa casa hanno il mattarello, ma nessuna é fascista! Ci mancherebbe altro).
Sempre inerente ai burattini ho da raccontarvi un’altra storiella simpatica.
Io e altre bambine della mia stessa età eravamo dalle suore per la dottrina, quando inaspettatamente un giorno entrò un prete giovane per una lezione supplementare di Catechismo.
Questo é il dialogo con la mia amica Rastelli Alba (figlia di Fanali il calzolaio):
-E stal pret cus al vo? Furtuna che u s’é fat pret: sa cla facia chil tuliva? (questo prete cosa vuole? Fortuna che s’è fatto prete: con quella faccia chi lo sposava?)
Ci parlò del perdono cristiano e della non violenza:
-Se una persona ci schiaffeggia, noi dobbiamo offrire l’altra guancia.
-Sent quest cus al dis!? Per andé in paradis avin da es di minciun, dli cordie lentie, di pa…ta… (senti questo cosa dice: per andare in paradiso dobbiamo essere dei minchioni, dei deboli, dei pa… ta…).
-Nu dì li parulacc, avin da passé la Cumunion (non dire le parolacce, dobbiamo passare la Comunione).
-Se un um dà un chèlc t’un stinch? (e se uno mi da un calcio nello stinco?).
-T’è da dèi anche cl’élta gamba (devi porgere anche l’altra gamba).
-E se um tira al nès? (e se mi tira il naso?).
-Dato che di nès an avin sno un, ti pô di da spudét tn’urecia (dato che di naso ne abbiamo solo uno, puoi dirgli di sputarti in un orecchio).
-In ogni mod un gné via ad schémp: o ciapélie a dupieta o andé all’inferne (in ogni modo non c’é via di scampo o prenderle a destra e a sinistra o andare all’inferno).
A questo punto voglio dettagli più precisi: mi alzo in piedi e chiedo al prete:
-Il mio amico Fagiolino, che difende i più disgraziati col bastone, lui… lui… non può andare all’inferno perché é buono. Lui le botte non le prende mai, anzi…
Risponde il prete:
-Chi é questo signore Fagiolino?
La suora confusa interviene:
-Rimandiamo l’argomento a domani perché… la lezione é finita.
La cosa da quel giorno non é stata più trattata.
Ora che ho raccontato delle mie care teste di legno, voglio finire come terminavano le loro storie:
-Ballo e canto finale:
La Polverina
Polverina, polverina
chi la vuole venga qua
é un prodotto della Cina
fabbricato in Canadà.
Anche il Re del Labrador
la vendette a peso d’or
ma al mio pubblico però
per un soldo gliela dò.
Signorine, donnine servette
questa polvere dove si mette?
Si mette un pochino più in giù
così la pulce non pizzica più!
Polverina, polverina…

di Lorenza Morosini

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