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Fu vera gloria?

 

Giovanni Giolitti

 

Tratto da Cubia n° 98 – Gennaio 2010

Anche Giovanni Giolitti ebbe i suoi bravi guai giudiziari, ma rimane assodata la sua elevata qualità di statista illuminato che seppe transitare le classi liberali elitarie e dominanti verso sensibilità popolari.

Sul finire del ventesimo secolo fu ordita una massiccia e aggressiva caccia ad un intero ceto politico, convinti che fosse stato colpito da peste predatoria. Della variopinta masnada fu escluso il partito comunista, che pure controllava una buona parte di Comuni, Province, Regioni, perché ritenuto vaccinato rispetto ad una presunta e non dimostrata superiorità morale. Innumerevoli furono gli avvisi di garanzia, interrogatori, indagini. Decine le persone sospettate, diverse finite nelle patrie galere, alcune non ressero alla vergogna e cercarono la morte.

Il comune cittadino che viveva quelle vicende dovette pensare che un’ondata di malaffare avesse sommerso l’Italia come non era avvenuto in tutta la storia post-unitaria. Oggi, l’osservatore indipendente e disincantato può comprendere che ci fu molta esagerazione. Dalle ultime relazioni della Corte dei Conti (massima magistratura contabile) abbiamo appreso che la società italiana è attraversata da una corruzione montante e da un enorme giro di affari illeciti. Tutti sanno che le varie mafie, che controllano interi territori, non esisterebbero se fossero recisi i legami con il mondo politico. Quindi, è lecito supporre che quella stagione non abbia avuto un culmine o un disgustoso picco, ma facesse parte della fisiologica e immorale gestione del potere.

La più illustre vittima fu il già presidente del consiglio Bettino Craxi. La travagliata storia del socialismo italiano comprende anche il vassallaggio al gigante comunista, peraltro succube delle impostazioni moscovite. Furono il faentino Pietro Nenni prima, e poi il suo allievo Craxi, che cercarono la via dell’autonomia, liberandosi dai lacci che li soffocavano. Un altro romagnolo aveva abbandonato le suggestioni della rivoluzione per confrontarsi con le istituzioni parlamentari-democratiche, e rispondeva al nome di Andrea Costa.

Se da un lato ci furono i perseguitati, dall’altro ci furono i persecutori. Il più illustre è quel Tonino da Montenero di Bisacca che, apertasi una brillante carriera politica, non ha dismesso i panni del giustiziere.

E’ necessario che lo Stato ritrovi il proprio prestigio nell’equilibrio dei vari poteri. La Costituzione deve essere modificata e aggiornata, ma non può prescindere dall’assunto fondamentale che “la sovranità appartiene al popolo”. Ancora Silvio Berlusconi è atteso da numerosi appuntamenti con le procure, ma ha fatto sapere che le valigie sono già pronte per una trasvolata nell’accogliente Panama sudamericana. Non vorremmo che due presidenti del Consiglio della nostra amata Repubblica avessero lo stesso destino.

di Giampaolo Bazzocchi

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Don Peppone e Don Camillo / 2

DonCamilloPeppone

Tratto da Cubia n° 95 – Ottobre 2009

E’ andata. Ciò che paventavo nello scorso numero di Cubia si è puntualmente verificato. La convenzione per il conferimento di fondi comunali alla Scuola Paritaria delle Maestre Pie è stata rinnovata senza nessuna remora. Scivolata via nel silenzio di una delibera di giunta il 17 settembre. Anzi, proprio per evitare un passaggio in consiglio comunale che avrebbe quantomeno comportato uno straccio di riflessione sulla sua opportunità, l’amministrazione ha utilizzato un piccolo/grande accorgimento: ridurre da tre anni ad uno la durata del rinnovo. E mentre l’Assessore Mancini giustificava l’escamotage con la tenera età del mandato elettorale che avrebbe impedito un’attenta ponderazione delle tre paginette della Convenzione: “Abbiamo voluto prendere un ulteriore anno per riflettere”, la motivazione del sindaco, di segno opposto, si appellava alla necessità di efficienza: “Non potremo mica portare in consiglio ogni questione sulla quale dobbiamo decidere? Bloccheremmo l’amministrazione”. Più munifico e sbrigativo Antonio Gabellini, ex assessore al bilancio: “Cosa vuoi che siano 17mila euro, ormai li diamo per una qualunque mostra fotografica”. Questo è tutto il dibattito che sono riuscito a racimolare in casa Pd. Continuiamo a chiederci, ormai rassegnati, se dalle loro parti qualcuno si accorge che c’è qualcos’altro per cui vale la pena di arroventarsi le laringi oltre agli alienanti battibecchi interni su leadership e identità del partito.Ma, pur essendo conclusa la partita sul finanziamento, non è venuta meno l’esigenza di ragionare sul suo significato. Vorrei dunque segnalare, dopo quella di natura economica dello scorso intervento, una questione più radicale, che solleva un problema di incompatibilità tra scuola con finalità confessionali e offerta di un servizio pubblico. Vediamo.La legge 62/2000, promulgata da un solerte centro-sinistra, detta i requisiti che anche le scuole cattoliche debbono avere per diventare scuole paritarie (da ora SP) e vedersi così accreditate come soggetti che svolgono un servizio pubblico. Esse debbono essere aperte a tutti ed accettare chiunque si voglia iscrivere, “compresi gli alunni con handicap”che, precedentemente alla legge, le scuole parificate potevano rifiutare. La legge richiede, inoltre, alle SP di adottare un “Progetto educativo in armonia con i principi della costituzione” tra i quali, lo ricordo, risalta quello dello della laicità, definito “supremo” dalla corte costituzionale (sent 203/89). Ora: è sufficiente l’imposizione di accoglienza incondizionata di chiunque desideri iscriversi, figlia dell’Art 3 della Costituzione che obbliga a non discriminare nessuno in base a sesso, razza, lingua, credo, opinioni politiche e sociali, per garantire il rispetto del principio della laicità? Cosa esige tale rispetto da un sistema formativo pubblico? Che nella sua proposta educativa tutte le posizioni in materia di fede siano trattate allo stesso modo senza privilegiarne alcuna, considerato anche che il nuovo concordato dell’84 non riconosce più quella cattolica come religione di stato. Dunque nello spazio pubblico, luogo dove viene riconosciuta l’intersoggettività delle identità plurali, credenti o meno, non ci può essere una confessione che viene assunta come chiave di lettura della realtà e a cui chiedere di aderire per fede. Qualora una scuola decidesse di optare per una simile impostazione confessionale indottrinante, vale a dire ponesse tra le sue finalità quella dell’implementazione (se non imposizione) di una fede specifica, negherebbe al suo progetto formativo la coerenza con le finalità della scuola laica repubblicana e quindi tale progetto difetterebbe di almeno un requisito, per nulla secondario, per vedersi accreditata la paritarietà. Ma è questo il caso della scuola delle Maestre Pie? Ovvio che sì, in quanto essa è scuola cattolica e la mole di documenti ecclesiali al riguardo è inequivocabile. Qualche esempio: “Una scuola Cattolica si caratterizza dal vincolo istituzionale che mantiene con la gerarchia della chiesa, la quale garantisce che l’insegnamento e l’educazione siano fondati sui principi della fede cattolica e impartiti da maestri di dottrina retta e vita onesta. La scuola cattolica è vero e proprio soggetto ecclesiale in ragione della sua azione scolastica, in cui si fondano in armonia la fede, la cultura e la vita”. (Congregazione per l’educazione cattolica, maggio 2009); “Tenuto conto che l’uomo storico è l’uomo redento dal Cristo, la scuola cattolica mira a formare il cristiano nelle virtù che lo specificano e lo abilitano a vivere la vita nuova nel Cristo consentendogli di collaborare in fedeltà all’edificazione del regno di Dio. L’adesione a Cristo è il fondamento del carattere peculiare della scuola cattolica in quanto comunità educativa” (Cong. Educ.cattolica, 1977). Questo problema di incongruenza tra laicità del servizio pubblico e fini della scuola cattolica non sfugge alla Legge 62 ma essa, per cercare di ovviarvi quadrando il cerchio, combina un vero pasticcio normativo. Ecco come. All’Art 1 recita: “Il progetto educativo della scuola paritaria indica l’eventuale ispirazione di carattere culturale o religioso”. Qui mette le mani avanti in quanto il legislatore sa benissimo che in Italia la maggior parte delle scuole paritarie ha finalità confessionali. Poi, con la frase successiva, il tentativo di salvataggio in corner: “Non sono comunque obbligatorie le attività extracurricolari che presuppongono o esigono l’adesione ad una determinata ideologia o confessione religiosa”. Tradotto, significa che dovrebbe essere possibile chiedere l’esonero (cosa, tra l’altro, di difficile attuazione pratica) da attività quali preghiere, celebrazioni liturgiche in occasioni particolari, progetti specifici, catechesi, ecc…Ma se il problema è tutelare la libertà di coscienza perché intervenire solo sulle attività extracurricolari? Infatti, come abbiamo verificato, nella scuola cattolica è tutto l’impianto del progetto formativo che è di natura catechetico- confessionale, è l’aria che si respira che mira a costruire una identità credente e quindi non è in armonia con il principio costituzionale della laicità. Percepite la contraddizione?La nostra amministrazione decisamente no, tanto che, nella premessa alla Convenzione con cui decide il finanziamento, dà atto serenamente che: “le scuole paritarie svolgono un servizio pubblico e sono caratterizzate da un proprio progetto educativo in armonia con i principi della costituzione..” Così sia.
I miei omaggi a don Peppone.

di Amedeo Olivieri

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Don Peppone e Don Camillo / 1

Laicità

Tratto da Cubia n° 94 – Agosto/Settembre 2009

Nel mese di Ottobre scade la convenzione triennale tra il Comune di Cattolica e l’Istituto Maestre Pie dell’Addolorata (contro di loro, chiarisco subito, non ho niente, ne sono anche stato un felice alunno; qui parliamo di scelte amministrative) con la quale l’Ente locale versa Finanziamenti Pubblici alla Scuola Paritaria privata (li indicherò con FPSP). Ritengo che non sarebbe dignitoso reiterarne l’approvazione solo per inerzia, assegnando al rinnovo la valenza di un atto di routine o, peggio, dovuto. Così come sarebbe fortemente riduttivo considerarla solo un affare di numeri, limitandosi a stabilire l’entità dei contributi. Viviamo un momento storico della nostra Repubblica molto delicato in cui la chiesa cattolica ha dichiarato guerra alla laicità, principio supremo dello Stato italiano. Nessuna decisione al riguardo può essere presa senza una riflessione approfondita che, a Cattolica, è resa ancora più necessaria dai disequilibri che si sono creati nell’amministrazione con la presenza di diversi soggetti fortemente radicati in parrocchia, i cui figli frequentano la scuola paritaria e che potrebbero trovarsi in conflitto di interesse riguardo la Convenzione in oggetto. Inoltre, accanto alla questione “LAICITA’”, inerente la compatibilità di una scuola confessionale con un servizio pubblico (ci torneremo), ne esiste una “PRIORITA’”, poiché in tempi di risorse congelate, vedi sforamento del Patto di stabilità, occorre scegliere da che parte stare e non è più possibile dare un colpo alla botte ed uno al cerchio: o Stato o Chiesa. Se anche Peppone diventa “don” la società civile è persa. Eppure nel programma del sindaco Tamanti si afferma (o dovremmo dire “affermava”?): “A proposito di scuola, un attenzione particolare merita la scuola statale, soprattutto le elementari che si trovano, a causa dei continui tagli operati dal Governo, in una situazione di forte difficoltà. Pensiamo che il Comune debba intervenire, anche se non sarebbe di sua competenza (sic!), con risorse finanziarie aggiuntive. Proponiamo di stanziare, già dall’anno scolastico 2009/2010, un “fondo comunale di compensazione” (20/25.000 euro)”. Intanto ci piacerebbe sapere aggiuntive rispetto a cosa: alle risorse stanziate dal Comune gli anni precedenti (che nel 2008 vedevano in testa gli scolari delle suore con 82€ pro capite contro i 59€ degli statali) o a quelle dello Stato? Credo sia dovere irrinunciabile degli amministratori, senza nascondersi dietro al partito, dare ragione pubblica delle proprie scelte, così come lo sia del cittadino valutare come vengono spese le risorse della comunità. Tanto più che, se il Vaticano tiene al valore della scuola cattolica, può sempre sostenerla con i fondi truffa dell’8permille che lo Stato gli regala e di cui non rendiconta a nessuno. Mentre a Palazzo Mancini non trovano nemmeno i soldi per la manutenzione della scuola, o per qualche ora di straordinario dei propri tecnici informatici onde approntare il laboratorio dei computer. Per non parlare dell’impossibilità di cablare le aule e poter così utilizzare le lavagne multimediali. E mi piacerebbe che l’Assessore all’Istruzione Bacchini potesse smentirmi sul fatto che si è dimessa, in primis, perché non le hanno dato una lira per realizzare i suoi progetti. Dunque, i fattori in causa per il rinnovo della Convenzione sono molteplici. Tralasciamo qui la lunga storia dei tentativi di aggiramento della illegittimità dei FPSP alla luce dell’art 33 della Costituzione che sancisce il diritto per i privati di istituire scuole “senza oneri per lo Stato”. Soffermiamoci invece sul principio di Sussidiarietà spesso tirato in ballo dai fautori dei FPSP. In suo nome si vorrebbe che lo Stato, anche al livello dell’Ente locale, facesse un passo indietro nella gestione di attività di interesse generale laddove ci fossero singoli o corpi intermedi (famiglie, associazioni, partiti) capaci di svolgerla autonomamente, sussidiandoli, appunto, economicamente. Ma per la scuola ciò non è sostenibile. Il riferimento obbligato fondamentale rimane, pur se ogni giorno più eroso, la Costituzione, alla quale non ci si può riferire come ad un prontuario, stralciandone contenuti specifici senza contestualizzarli al quadro complessivo che, in merito, è assolutamente inequivocabile: lo Stato italiano opera la scelta di considerare strategica ai fini dell’istruzione dei suoi cittadini la propria scuola Statale. L’art 33 è perentorio: “La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi”. Non recita, badate, “ha il diritto di istituire scuole…” espressione che risulterebbe meno vincolante per lo Stato in quanto ad un diritto si può sempre rinunciare in favore di altro (ad esempio di scuole private che offrissero lo stesso servizio a più basso costo). Usa invece proprio tale dicitura nel comma successivo quando, riferendosi ai soggetti privati, afferma che “hanno il diritto di istituire scuole” (non l’obbligo, come lo Stato), diritto loro garantito in nome della libertà di insegnamento. Non si nomina, invece, nessun diritto delle famiglie a disporre della scuola che preferiscono. Per cui quella Statale è una scuola dovuta dalla Repubblica, e occorre investirvi perché possa conseguire il successo formativo di tutti, mentre quella paritaria è una scuola possibile. Ne consegue che la Repubblica Italiana, e i Comuni ne sono una componente costitutiva, non considera in nessun caso la scuola statale alla stessa stregua delle scuole paritarie, che sono tali solo ai fini della validità del titolo che rilasciano e non perché ne abbiamo lo stesso status, nemmeno alla luce della legge 62/2000 che le incorpora nel sistema nazionale pubblico di istruzione. Ecco perchè, in questo caso, non ci sono le condizioni valide per l’applicazione del principio di Sussidiarietà. Da ciò deriva anche che la privatizzazione del sistema scolastico dell’obbligo sarebbe improponibile alla luce dell’attuale Costituzione. Privatizzazione, ad es, invece teoricamente possibile in ambito sanitario considerato che lo Stato, all’ Articolo 32, pur tutelando il diritto alla salute e garantendo cure gratuite agli indigenti, non fa menzione di vincolarsi a proprie strutture. Approfondisca bene Tamanti, con la sua fresca delega all’istruzione, questo aspetto della Sussidiarietà orizzontale poichè ho sentore che molti dei suoi mentori non rinunceranno a farvi appello quando gli chiederanno di rinnovare la Convenzione senza indugi.
Al prossimo numero l’analisi dell’impossibile convivenza tra servizio pubblico e scuola confessionale.

di Amedeo Olivieri

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Contro il Razzismo – L’indifferenza e la Paura dell’Altro

Manifesto NON aver PAURA

Manifesto NON aver PAURA

 

Tratto da Cubia n° 90 – Marzo 2009

27 organizzazioni (Acli, Amnesty International, Antigone, Arci, Asgi, Cantieri Sociali, Caritas Italiana, Centro Astalli, Cgil, Cir, Cisl, Cnca, Comunità di S.Egidio, Csvnet, Emmaus Italia, Federazione Chiese Evangeliche in Italia, Federazione Italiana Organismi persone senza fissa dimora (Fiopsd), Federazione Rom e Sinti Insieme, Gruppo Abele, Libera, Rete G2 Seconde Generazioni, Save the Children, Tavola della Pace, Terra del Fuoco, Sei – Ugl, Uil, Unhcr) hanno lanciato una campagna nazionale contro il razzismo, l’indifferenza e la paura dell’altro.

spauracchio

spauracchio

Dovrebbe far paura ma serve, al contrario, ad esorcizzarla, nel segno dell’ironia.

 E’ un fantasmino giallo (lo spauracchio), disegnato da Viorel Samuel Cirpaciu, un bambino Rom di 11 anni, il simbolo della prima campagna sociale contro il razzismo, la paura e i pregiudizi.

Obiettivo della campagna è  favorire la conoscenza reciproca e il dialogo, abbattendo i pregiudizi e gli stereotipi che spesso determinano paure ingiustificate e sono alla base di deprecabili episodi di intolleranza e razzismo. La campagna, che vuole avere un carattere culturale, è mirata a contrastare la paura del diverso, chiedendo alle cittadine e ai cittadini di partecipare attivamente sottoscrivendo il Manifesto per una campagna nazionale contro il razzismo, l’indifferenza e la paura dell’altro ed esponendo il fantasmino: sull’abito, sulla borsa, sulla scrivania al lavoro o su un mobile a casa.

Le firme raccolte verranno consegnate al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in occasione della giornata mondiale del rifugiato promossa dalle Nazioni Unite il 20 giugno.

IL MANIFESTO DA SOTTOSCRIVERE

Più di quattro milioni di persone di origine straniera vivono oggi in Italia. Si tratta in gran parte di lavoratrici e lavoratori che contribuiscono al benessere di questo Paese e che lentamente e faticosamente, sono entrati a far parte della nostra comunità.

Persone spesso vittime di pregiudizi e usate come capri espiatori specialmente quando aumentano l’insicurezza economica e il disagio sociale.

Chi alimenta il razzismo e la xenofobia attraverso la diffusione di informazioni fuorvianti e campagne di criminalizzazione fa prima di tutto un danno al Paese. L’aumento degli episodi di intolleranza e violenza razzista a cui assistiamo sono sintomi preoccupanti di un corto circuito che rischia di degenerare e che ci allontana dai riferimenti cardine della nostra civiltà.

Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciate nella Costituzione italiana e nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, senza distinzione alcuna di nazionalità, colore della pelle, sesso, lingua, religione, opinione politica, origine, condizioni economiche e sociali, nascita o altro.

Sono questi i principi fondamentali che accomunano ogni essere umano e costituiscono la base di ogni moderna democrazia.

Una società che si chiude sempre di più in se stessa, che cede alla paura degli stranieri e delle differenze, è una società meno libera, meno democratica e senza futuro.

Non si possono difendere i nostri diritti senza affermare i diritti di ogni individuo, a cominciare da chi è debole e spesso straniero. Il benessere e la dignità di ognuno di noi sono strettamente legati a quelli di chi ci vive accanto, chiunque esso sia.

NON AVER PAURA

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Il preambolo che non c’è

Repubblica Italiana

Repubblica Italiana

Tratto da Cubia n° 78 – Gennaio 2008

22 dicembre 1947, aula di Montecitorio, ore 14 circa. Ultimo giorno di lavoro per l’Assemblea Costituente. PRESIDENTE TERRACINI: “[…]Abbiamo così esaurito l’esame di tutte le questioni da sottoporre all’Assemblea per la soluzione definitiva”.

LA PIRA: Chiedo di parlare. PRESIDENTE: Ne ha facoltà. LA PIRA: […] ieri sera ho presentato alla presidenza una proposta, che il testo costituzionale sia preceduto da una brevissima formula di natura spirituale che dicesse: “In nome di Dio il popolo italiano si dà la presente Costituzione”. (Commenti a sinistra). Spero che[..] si possa pervenire alla sua approvazione perché mi pare che in Dio tutti possiamo convenire.[..] Voglio dire, in sostanza, che c’è un punto di convergenza per ogni creatura, c’è sempre una realtà superiore e quindi, per questa ragione, se noi potessimo, concordemente al di sopra di ogni questione politica, ancorarci a questa formula, sarebbe veramente uno spettacolo di fede. Il popolo è il soggetto e non ci sarebbero quindi questioni da sollevare, quindi pregherei tutta l’Assemblea di votare unanimemente la formula da me proposta[…]

PRESIDENTE: [..] ieri sera non ancora formalmente [..] ho fatto all’On. La Pira una prima osservazione: che la sua proposta poneva una questione di principio, quella del preambolo della Costituzione. La questione è stata dibattuta frequentemente nel corso dei nostri lavori […] il comitato di redazione dopo lunga e ampia discussione ha respinto il concetto della inserzione di un preambolo nella Costituzione. Si poteva riaprire questa discussione già conoscendosi la profonda diversità di pareri? [..] L’On. La Pira, obbedendo a un impulso della sua coscienza, ha ritenuto ugualmente suo dovere di porre il problema. [..] Alcuni colleghi hanno chiesto di parlare sull’argomento. [..] La questione ha una delicatezza di contenuto in sé e più è delicata per le ripercussioni che essa certamente avrà nell’animo di tutti coloro che la conosceranno e la conosceranno tutti gli italiani. Le parole siano dunque adeguate.[..]

TOGLIATTI: On. Presidente, è un fatto che stamani quando ci siamo alzati faceva freddo, ma nonostante questo, quando abbiamo visto brillare il sole nel cielo di dicembre, abbiamo sperato che, almeno per noi, membri della Assemblea Costituente della Repubblica Italiana, esso avrebbe brillato su una giornata di unità e di concordia. Siamo venuti qui [..] con il deliberato proposito di scartare in questo giorno tutte le questioni che potessero dividerci, aprire o riaprire solchi, elevare barriere. Io vorrei pregare tutti i colleghi di non staccarsi da questa atmosfera elevata [..] Se dovessimo aprire il dibattito sulla proposta dell’ On. La Pira, non ci troveremmo uniti. Questo è un fatto certo.[..] non so nemmeno se in campo cattolico una posizione, la quale faccia della fede qualcosa di collettivo e non soltanto personale, possa essere accolta da tutti.[..] Per questi motivi prego l’On. La Pira di voler desistere dalla sua proposta.

MARCHESI: Questa nostra Carta costituzionale ha certamente grande importanza per la storia del nostro paese, per gli sviluppi che successivamente avrà nella futura legislazione, ma facciamo in modo che non cominci con una parola grande che susciti il dissidio dei piccoli mortali.

CALAMANDREI: Anche io avevo intenzione di presentare la proposta di alcune parole introduttive da premettere come epigrafe alla nostra Costituzione. Avevo pensato che questa invocazione allo Spirito e all’eternità fosse consacrata in un richiamo sul quale credo che tutti noi ci saremmo trovati concordi; in un richiamo cioè ai nostri Morti, che si sono sacrificati affinché la grande idea per la quale hanno dato la vita si potesse trasfondere in questa nostra Costituzione che assicura la libertà e la Repubblica. [..] Avevo in animo… che la Costituzione incominciasse [..]: “Il popolo italiano consacra alla memoria dei fratelli caduti, per restituire all’Italia libertà e onore, la presente Costituzione”. Questo non si può più fare, ha detto il Presidente, per ragioni di procedura.

PRESIDENTE: Noi abbiamo accettato un Regolamento per i nostri lavori: l’estrema delicatezza ora posta travalica lo stesso regolamento [..] Ora più che mai il Regolamento non può essere ignorato. Per questo dico all’On. La Pira e all’On. Calamandrei che non ritengo più proponibile nessuna richiesta.

LA PIRA: […] Se potessimo unificare le due formule, quella dell’On. Calamandrei e quella presentata da me non sarebbe cosa veramente opportuna? L’importante è di non fare una specifica professione di fede [..] ma perché rifiutarci di dire “In nome di Dio”?

PRESIDENTE: On. La Pira, l’impulso che l’ha mossa è stato di unità e concordia. Ma [..] Prendendo la sua iniziativa ella non aveva valutato tutte le conseguenze che avrebbe determinato. Dopo questa breve, composta e degna discussione, io credo che lei si sia reso conto che non con un atto di unità si concluderebbe la nostra seduta, se insistesse nella sua proposta.[..] Per non incrinare [..] occorrerebbe che ella, con quello stesso impulso di bontà che l’ha mossa a fare la proposta, ci dicesse che, comprendendo, accetta di ritirarla.

LA PIRA: […] Se la pace e l’unità non si possono raggiungere cosa devo dire?

COPPA: La procedura sbarra il passo a Dio. (Commenti animati a sinistra)

PRESIDENTE: Facciamo silenzio, prego, On. La Pira, prosegua. LA PIRA: Francamente, se tutto questo dovesse produrre la scissione nell’Assemblea, io non posso dire che questo: che ho compiuto secondo la mia coscienza il gesto che dovevo compiere. (Vivissimi, generali, prolungati applausi- molte congratulazioni.)

Sul sito dell’Assemblea Costituente è possibile visionare i verbali di tutte le sedute. In questo 60esimo anniversario della Costituzione, leggendo quello da cui ho stralciato i brani che vi riporto, mi è sembrato per un attimo di essere lì e ho respirato una boccata di ossigeno politico. Intendevo scrivere di laicità e di come è tempo di cessare di affermare che chi non ha un Dio non possa avere un’etica. Ce lo ricordano con più autorità i padri costituenti e il fatto che è dal dopoguerra che riusciamo a convivere in nome di principi civili comuni. Senza bisogno di fondarli in alcun Dio.

di Amedeo Olivieri

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