Archivi tag: dialetto

I quindici anni de “La canta”

Piazza Del Porto

Tratto da Cubia n° 100 – Marzo 2010

Sono già trascorsi quindici anni dal tempo in cui andavamo a “fare allegria” coi nostri canti popolari all’osteria Forza e Coraggio al porto di Cattolica, dove centinaia di giovani ogni volta ci facevano cornice attorno, apprezzando i bei canti popolari della nostra terra e del nostro mare, alla maggior parte di loro sconosciuti.

Le taverne e le osterie hanno costituito fin dalla notte dei tempi il luogo ideale per l’esibizione di musicanti e artisti d’ogni genere. Già dal lontano 1948, mio padre Giovanni con un gruppo di giovani amici, tutti reduci dalla guerra con la passione per la musica popolare e con la voglia di dimenticare il passato, nel loro tempo libero amavano recarsi nelle osterie per un tranquillo e sano divertimento con una chitarra e tanta voglia di cantare.

Prima di morire, mio padre espresse uno degli ultimi suoi desideri con queste parole: Roberto, non dimenticare gli amici della Scuola Cagnorum, come simpaticamente amava definire la sua compagnia. Dopo tali parole non potevo certo dimenticare gli amici dell’osteria, e così abbiamo continuato la ricerca delle nostre tradizioni attraverso i canti popolari.

Molti dei nostri canti sono frutto di ricerche storiche di vecchi motivi che noi abbiamo rivisitato e arrangiato, lasciandone intatti lo smalto e la bellezza originali. La peculiarità della musica popolare è dovuta soprattutto alle genti di mare, ricevendo linfa vitale dallo scambio reciproco di esperienze che arricchiscono il patrimonio culturale frutto delle emigrazioni in altre regioni dell’Adriatico per lo svolgimento dell’attività marinara (se si pensa che la permanenza in mare era lunghissima…), mediante l’assimilazione dei diversi dialetti e delle diverse tradizioni. Oltre a creare un momento di aggregazione e di divertimento, la musica popolare assumeva e assume un preciso significato di comunicazione, costituendo un vero e proprio linguaggio.

Una caratteristica della tradizione marinara è stata poi quella d’inserire nel canto popolare, dall’ottocento in poi, elementi di musica operistica. Un esempio significativo è il pout-pourri di quaranta brani che troviamo nel canto de “Le Quaranta”, che già nel titolo rivela la presenza di dialetti diversi e di frammenti di musica operistica. I nostri pescatori hanno in seguito tradotto il titolo nel “Al Ministron” (Il Minestrone)…

Dalle osterie siamo poi passati al teatro: è stato un “salto” voluto dal Prof. Atos Lazzari, uno dei fondatori e dirigente dell’Università Civica di Cattolica, il quale ebbe la felice intuizione di unire, durante le conferenze culturali che si tenevano al teatro Snaporaz, la musica alle parole degli illustri ospiti che si succedevano negli incontri del sabato pomeriggio. E così il nostro gruppo La Canta ogni volta faceva da cornice alle conferenze arricchendole con la musica della tradizione popolare cattolichina. Ancora oggi si chiedono perché tutto questo sia finito dopo la scomparsa del nostro amico Atos Lazzari…

Nel corso degli anni, i componenti del gruppo La Canta, con grande entusiasmo e spirito di sacrificio, hanno partecipato ad innumerevoli importanti spettacoli, anche televisivi, portando i suoni e le parole della nostra gente in varie parti d’Italia e all’estero. Cito alcuni di questi spettacoli.

Durante i festeggiamenti di fine millennio, dopo uno spettacolo pomeridiano al Teatro Snaporaz, abbiamo accolto in piazza Mercato, con le note del famoso brano “Gli Scariolanti”, il passaggio degli scariolanti diretti a Roma, ripreso da RAI 2.

Siamo stati alla televisione tedesca “Deutch Rundfunk” per un programma sulla nostra Riviera.

Abbiamo cantato, in qualità di ospiti e rappresentanti di Cattolica (grazie ai Sigg. Giuseppe e Marina Gianmattei), al “Bayerischer Hof Hotel” di Monaco di Baviera per una promozione turistica su Cattolica.

Sempre per una promozione su Cattolica, siamo stati ospiti di una emittente televisiva polacca.

Ci siamo esibiti nella P.zza Del Porto alla presenza di Davide Riondino, per l’inaugurazione del Parco Le Navi di Cattolica, per l’inaugurazione del nuovo Ponte girevole tra Cattolica e Gabicce.

Siamo stati ospiti a Milano per l’inaugurazione dell’Acquario al Parco Sempione. Al porto di Cesenatico abbiamo partecipato alla rappresentazione della pesca alla tratta come una volta. A Povoletto di Udine abbiamo tenuto un grande spettacolo assieme all’Associazione dei pittori di Cattolica.

Ospiti per la consegna delle chiavi d’oro città di Cattolica, presentata da Nino-Frassica; nella Fiera nuova di Rimini in occasione della Fiera dell’alimentazione, e in tanti altri spettacoli in varie piazze e teatri del nostro circondario. 

Fanno parte del nostro repertorio vari brani popolari scritti dai nostri concittadini: Al mer, al mer, al mer (d’la mi Catolga=della mia Cattolica) e I mi fiulen (I miei figlioli), scritti alla compianta Lorenza Morosini (Enzina); L’Arrigoni e i Carrozzoni, scritti dal poeta cattolichino Elvino Galluzzi.

Brani che, pur se scritti in tempi recenti, per i loro testi e le loro melodie rievocano negli ascoltatori il fascino delle nostre antiche tradizioni.

Voglio ora ricordare tutti coloro che hanno fatto parte del gruppo, iniziando dai pionieri: Giovanni Bozza, Dante Bartolotti, Antonio Gabellini, Giorgio Benzi, Roberto Mazzacurati, Mario Ercoles, (Mario ad Bartulen), Enrico Galluzzi, Quarto Bertozzi (detto Quarton), Uccio Gabbi, Giuseppe Salvetti (Mosole), Antonio Tamburini (Toni).

Dal 1995: Paolo Benzi, Rita Foschi, Giorgio Bergnesi, Franco Coli, Giuseppe Gianmattei, Fernando Magi (Nando), Antonio Bartolini, i F.lli Magi.

Gli attuali componenti de La Canta sono: Ivo Bertozzi, Fabio Barilari, Valter Guidi, Fernanda Baldelli in Guidi, Tina Biondi in Di Carlo, Guido Di Carlo, Annunzio Livi (Nunzin e cuntaden) -il nostro presentatore e animatore-, Vito Agliaro, Cesare Riccio, Giorgio Luchetti, Fabio Gabellini (Gabana), Denis, Stefano Guidi, Roberto Bozza.

Un pensiero agli amici scomparsi: Aldo Gabellini (Gabana) e Dino Di Domenico.

Dal 2009 abbiamo arricchito i nostri spettacoli con le danze del gruppo di ballerini “Que d’è Fnil” (Quelli del Fienile).

Per il futuro speriamo che le Istituzioni locali continuino ad impegnarsi, così come hanno fatto le Amministrazioni del passato, per sostenere l’attività del gruppo “La Canta”, contribuendo così concretamente a mantenere vive le nostre tradizioni attraverso questa importante forma d’arte popolare.

di Roberto Bozza

Annunci

1 Commento

Archiviato in Ricordi

A la mèna o d’ardoss, la berca la va cumpagn!

Tratto da Cubia n° 100 – Marzo 2010

(A favore o controvento la barca a sempre così)

Delizia l’animo la vista che spazia dal Nettuno alla Fontana!

Quella delle sirene, che il tempo e l’incuria potrebbero liberare dai veli lasciandole nude, e il nudo integrale è pur sempre espressione artistica.

Quella fontana che, se non c’è stato verso di spostare, in parte si è potuta nascondere con un bell’arco sulla piazza, unendo utile e dilettevole.

Senza le pretese di quello parigino del Carosello, l’arco fu. In legno e ferro, stile rodeo, attorniato da blocchetti di tufo annerito quali cacche di cavallo, a regolamentare il traffico.

Quale tristezza una piazza così a capo d’un viale d’altrettanto grigiore, mutilato di ogni espositore di cianfrusaglia davanti alle vetrine dei negozi!

La Romagna è calda, chiassosa, colorata, folkloristica: perché non ricordarlo sostituendo quella ciambella mal riuscita con una bella giostra in estate e una pista del ghiaccio in diametrale proprio sulla porta di casa a Natale? Quando si può fare di più? Soluzioni provvisorie che avrebbero fatto la gioia dei bimbi. Ma un minimo di buongusto non l’ha ereditato nessuno, miseria infame?

A Cattolica è stata data una veste straordinariamente elegante, a differenza di quella degli sbandierati paesi vicini. E le è costata cara, molto cara, perché le cose belle hanno prezzi elevati, ma le è rimasta! Ce l’ha! Perché sporcargliela?

Il ricordo del suo fautore, del resto, non troneggia a futura memoria in una bella via del centro, ma è tramontato sul porto nella rotonda sul mare che per i non avvezzi può sembrare l’omaggio fatto da un’ospitale città (che ha messo l’abito bella ma non si è cambiata le mutande) a un qualsivoglia occasionale visitatore, comico, politico o stilista di nome Gianfranco.

Ma chi è che si permette di criticare queste scelte? Chi crede di essere? A che titolo lo fa? Solo un potenziale San Sebastiano libero e partecipe, direbbe il Signor “G”, uno che sputa i rospi se ritiene, magari sbagliando a sua volta, che non va tutto bene, Madama la Marchesa, perché (e gli si consenta di dirlo) c’è giù chi lo fa.

di GiBì

Lascia un commento

Archiviato in Pensieri e Parole

TEMP AD GUERA

Tratto da Cubia n° 99 – Febbraio 2010

La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla. (G.G. Marquez)

Pla guera, tal risturent un dèi era do o tre autesta chi aspiteva ad magnè e sal banconi era di ov dur perché pla guera an gnera dla gran roba da magnè: L’entra un tedesc e sla priputenza l’urla: “Mangiare, mangiare”. (Durante la guerra, un giorno nel ristorante c’erano due o tre autisti che aspettavano di mangiare e sul banco c’erano delle uova sode perché a causa della guerra non c’era tanta varietà di cibo. Entra un tedesco e prepotentemente urla che voleva mangiare).

Ma me u m’è mnù rabia e a nal so perché ha i’ho mes i pogn sota la facia e ha i’ho det: “Per voi questi ci sono”. Quest al ciapa so al bancon, l’arbelta al caset sa tot i sold, tot li ovie li va sal tren. Propria cativ. Um vleva met li men m’ados. Um steva tirand un bucion ad ven al do litre. Un bel lavor! Per furtuna i’era un milizien che u l’ha ciap tal brac e u i’ha fat caschè al bucion sal tren. Pien pien i l’ha cunvint a scapè e nun per no savè né leg e né esciv avin cius al luchel.

(io mi sono arrabbiata e non so perché gli ho mostrato i pugni sotto la faccia e gli ho detto “per voi ci sono questi”. Lui si aggrappa al banco, ribalta il cassetto con i soldi, tutte le uova a terra; era proprio incattivito. Mi voleva mettere le mani addosso. Mi stava tirando un bottiglione di vino da due litri. Stavo fresca! Per fortuna c’era un miliziano che l’ha preso per un braccio e gli ha fatto cadere il bottiglione per terra. Pian piano l’ha convinto a uscire e noi per prudenza abbiamo chiuso il locale).

Me an aveva paura ad gnint. Al sarà stè l’incuscenza dla gioventù.

(Io non avevo paura di niente. Sarà stata l’incoscienza della gioventù).

Pal front nun a simie sfuled a Pianventa. I tedesc i feva i rastrellament e i purteva via tot i omne. “Scapè, ch’iv porta via!” I omne is maseva tot. Mal ba ad Giulio i l’aveva ciap. “E’ anziano, lasciatelo…”. Fato sta, t’un mument ad cunfusion al scapa giò per un chemp ad gren. “Allora tu non vecchio”. I dis dop chi l’ha ciap. Il ten per un brac e il porta tla piaza. La su moi, che pureta l’era maleda ad cor, l’al treva per ch’l’elt brac. Un al treva da na perta e leia da chl’elta. “Lui vecchio, lui poveretto”.

Durante il passaggio del fronte eravamo sfollati a Pianventena. I tedeschi facevano i rastrellamenti e portavano via gli uomini. “Fuggite che vi portano via!”. Gli uomini si nascondevano tutti. Avevano preso il babbo di Giulio. “E’ anziano, lasciatelo…”. Intanto in un momento di confusione fugge già per un campo di grano. “Allora tu non vecchio” dicono dopo che l’hanno ripreso. Lo tengono per un braccio e lo portano in piazza. Sua moglie, che poveretta era malata di cuore, lo tirava per l’altro braccio. Uno tirava da una parte e lei dall’altra. “Lui vecchio, lui poveretto”).

Me am met tal mez e a deg: “Ma, andena via”. Al tedesc, perché am so mesa tal mez, um dà un sciafon. Me an ho badè né temp e né mez e, sciafff, ha i’ho smulè un manarvers. Lo al tira fora una pistola e al dis: “Ti ammazzo”. “Ma chi t’amaz. Vigliacchi, ve la prendete con le donne, i vecchi e i bambini”. “Madona u t’amaza!”. “Mo can maza ma nisun, cl’è un vigliac”. “Cor, cor, cu t’amaza”. Tla cunfusion am so masè tla chesa d’un cuntaden sota una mocia ad agren e al tedesc, cal steva mal Moscule, um circheva mo un m’ha trov.

Io mi metto nel mezzo e dico “Mamma, andiamo via”. Il tedesco, poiché mi ero intromessa, mi dà uno schiaffo. Io non ho perso tempo e istintivamente, sciaff, gli ho mollato un manrovescio. Lui tira fuori la pistola e dice “Ti ammazzo”. “Ma chi ammazzi. Vigliacchi, ve la prendete con le donne, i vecchi e i bambini”. “Madonna ti ammazza”. “Ma non ammazza nessuno perché è un vigliacco”. “Corri, corri che ti ammazza”. Nella confusione mi sono nascosta nella casa di un contadino sotto un mucchio di grano e il tedesco, che stava a Moscolo, mi cercava ma non mi ha trovata).

An aveva paura gnenca dla rivultela, gnenca pel cavolo. Quand al paseva Pippo (aereo da bombardamento) am mitiva la testa tal paier.

(Non avevo paura neanche della rivoltella, neanche del cavolo. Quando passava Pippo mettevo la testa dentro un pagliaio).

Drè al risturent, vers la ferrovia, avimie d’ielbure ad perie e a li vleva arcoi da cos. Mnend vers Catolga sla bicicleta d’Elvino, al mi cugned, quand a so daventi al campsent ech di tedesc.

(Dietro il ristorante, verso la ferrovia, avevamo degli alberi di pere e le volevo raccogliere per farle cotte. Venendo verso Cattolica con la bicicletta di Elvino, mio cognato, quando sono davanti al cimitero ecco dei tedeschi).

“Dare a noi bicicletta” “No, bicicletta è mia” “Adesso portare te al Comando”. Ec a vidin arvè un om sa una bicicleta. L’era Marcolini che l’amniva giò sa una bicicleta nova. Me a inforc la mia e via ca scap ad cursa. Dop un po’, a Catolga aveg pasè ma Marcolini a pid.

(Ecco vediamo arrivare un uomo con la sua bicicletta. Era Marcolini che veniva giù con una bicicletta nuova. Io salgo sulla mia e fugge di corsa. Dopo un po’, a Cattolica vedo passare Marcolini a piedi).

Ho cot un bel tighem ad perie cotie. Ha li ho ufertie ma un tedesc ch’al steva i lè da vsena e ch’a simie in bon raport tent ch’uc vleva purtè in Germania, Giulio a lavurè tna fabbrica e me a fè l’assistenza ma la su ma ch’l’era duturesa. Ai present al tighem perché al tulesa una pera e quest al porta via tighem e tot. Addio pere.

(Ho cotto un bel tegame di pere. Ho offerto le pere a un tedesco che alloggiava lì vicino e con il quale eravamo in buoni rapporti tanto che ci voleva portare il Germania, Giulio a lavorare in una fabbrica e io a fare l’assistenza a sua madre che era una dottoressa. Gli presento il tegame perché prendesse una pera e lui porta via tegame e tutto. Addio pere).

Rievocazione in dialetto di Lidia Giunta Signorini (Lidia dal Mor)

a cura di Giuseppe Tirincanti


Lascia un commento

Archiviato in Ricordi

Hotel San Marco

Tratto da Cubia n° 98 – Gennaio 2010

La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla. (G.G. Marquez)

I primi anni cinquanta abbiamo comprato l’Hotel San Marco. Era una bella villa che apparteneva al prof. Comelli. Era tutta in mattoni come se ne vede ancora qualcuna sul lungomare. Prima l’abbiamo affittato ai Monetti e poi l’abbiamo gestito noi.
L’alberg l’era mes ben, sa i su saluten; li camara piò grandie li aveva i su servizie e la docia. Al sarà stè al ’52 o al ’53. L’amniva genta impurtenta e da quatren. I’arveva anche in aereo da Roma (L’albergo era ben conservato, con i suoi salottini; le camere più grandi erano con i servizi e la doccia. Erano gli anni ’52 o ’53. Veniva gente importante e danarosa. Arrivavano anche in aereo da Roma).
Per al magnè iera al su menù: avimie al pes tot i dè. Si vleva cambiè an femie nisuna fadiga perché amnimie dal risturent e sa l’esperienza ch’avimie ui vleva poc a priparè piò menù (Per il mangiare c’era un menù; ogni giorno preparavamo il pesce. Per chi voleva cambiare non c’era nessun problema perché venendo dall’esperienza del ristorante ci voleva poco per preparare un menù).
Avimie un dutor cun gn’andeva mai ben gnint da magnè e um tucheva fè la spesa propria par lò. Ai giva ma la cameriera: “dì che questo l’ha fatto apposta la signora Lidia per lei” (Ospitavamo un dottore al quale non andava mai bene niente e dovevo fare la spesa proprio per lui. Dicevo alla cameriera: “dì…”).
Una volta l’è mnù una copia ad rumen sa do fiolie. Leia, una bela dona! A la sera la n’andeva mai a leta e la s’alzeva a mizdè e i se an pudimie mai fè la camera. A la sera i magneva sempre i macarena sal ragù. I steva un mes. Una sera l’ha vlù i spaghet sal baselghe. Me a tneva sora la fnestra un ves sal baselghe per quand al bsugneva. La ven olta la cameriera: “La signora ha detto che il basilico negli spaghetti non c’è”. “Dì ma la sgnora che il basilico l’ho messo e sun gni va ben, portie tot la pienta e anche la fnestra!”. E ma Giulio ai ho det: “Scriv tal libre nir che ma quist an i voi piò!” (Una volta è arrivata una coppia di romani con due figlie. Lei era una bella signora. Alla sera non andava mai a letto e si alzava a mezzogiorno e non poteva mai riordinare la camera. Alla sera mangiavano sempre maccheroni con il ragù. Stavano un mese. Una sera ha voluto gli spaghetti con il basilico. Io tenevo un vaso di basilico sopra una finestra per quando bisognava. Viene la cameriera: “La signora…”. Dì alla signora che il basilico l’ho messo e se non le va bene portale tutta la pianta e anche la finestra! E a Giulio ho detto: “Scrivilo sul libro nero che a questi non li voglio più”).
L’anno dopo sono andati al Fulgida ma… venivano a mangiare da me.
In quegli anni passava il Giro d’Italia e a volte faceva tappa a Cattolica. E abbiamo ospitato il grande Fausto Coppi. In quegli anni la sua notorietà era al massimo e aveva fatto scalpore la sua relazione extraconiugale con la cosiddetta “Dama Bianca”, che in una tappa l’aveva seguito ed era ospite anch’essa nel nostro Hotel.
Quand il ha savu’ in gir, un sac ad genta l’amniva per vedla. Me a sera tla sela quand a veg intrè tota stravolta la (…). La va so per li schelie urland: “Dì, putena, fat un po’ veda” (Quando la gente ne è venuta a conoscenza, in molti sono venuti per vederla. Io ero nella sala quando vedo entrare tutta stravolta la (…). Sale le scale urlando: “Dì, puttana, fatti un po’ vedere”).
“Mo dì’, tzè mata?” (Ma sei matta?).
“Ma cal sgrazied, guerda cum tlè ardot. An stà gnenca in pid. A la bot giò pli schelie ma la dama bianca” (A quel poveretto, guarda come l’ha ridotto. Non sta neanche in piedi. La butto giù per le scale alla “dama bianca”).
A fatica l’abbiamo calmata.
Ogni volta ch’iera al gir d’Italia l’arveva al camion dla television e tota sta genta l’intreva tl’alberg e anche tla cusena chi vleva magnè. Amarcord che un dè l’è entre tla cusena Gimondi e al dmanda cus c’hiera da magnè. “Signora, faccia un po’ di dolci”. E sé, al magneva di gran dolc (Ogni volta che c’era il Giro d’Italia arrivava il camion della televisione e tutta la gente entrava nell’albergo e anche in cucina per mangiare. Una volta è entrato in cucina Gimondi che chiese cosa ci fosse da mangiare. “Signora…” E sì, mangiava dei gran dolci).
Us lavureva sempre sacrificand anche la fameia (Si lavorava sempre sacrificando anche la famiglia).
Quand u s’ha i’ esercizie i fiol us fa fadiga a badei e iè un po’ a strasnun (Quando si ha un lavoro si fa fatica a badare i bambini, che sono un po’ trascurati).
Avimie la Margherita znena e un dè ho det ma la cameriera ad purtela un po’ a spas. L’ha la porta sal lungomare tal pasigin. Quand l’è artorna l’aveva la facia tota rosa e scripuleda pal sol. Pora fiola!!! (La Margherita era piccola e ho detto alla cameriera di portarla un po’ a spasso. L’ha portata sul lungomare con il passeggino. Quando è tornata aveva la faccia tutta rossa e screpolata per il sole. Povera figlia!).
Dopo un po’ di anni Giulio u s’era stof e a l’avin afitè e nun a stemie t’un apartament tl’Atlantic andò c astemie anche quand a gestimie al S.Marco (Giulio si era stancato e l’aveva affittato e noi abitavamo in un appartamento nell’Atlantic dove stavamo anche quando gestivamo il San Marco).
A la fin u iè mnù l’idea ad vendle. Me ai giva: “se tal vend a t’amaz!” (Poi gli è venuta l’idea di venderlo. Io gli dicevo: “se lo venti ti ammazzo!”)

Un giorno erano arrivati dei signori interessati all’acquisto. Io stavo dietro a una tenda e ma Giulio ai giva: “Tent a t’amaz, tent a t’amaz!” (dicevo a Giulio: “tanto ti ammazzo, tanto ti ammazzo!”).

Alla fine questi se ne vanno e vado da Giulio.

“Alora, tl’è vandù o na?” (Allora l’hai venduto o no?).

“Mo va là, ho avud una paura quand ho vest chi du oc drè la tenda!!!” (Ma no, ho avuto paura quando ho visto quei due occhi dietro la tenda!!!).

Poi, ripensandoci, alla Luisella ho detto: “Cus ch’avin fat?! Sul vandiva, st’eltr’an a pudimie andè dri marena a fè al bagn!!” (Cosa abbiamo fatto?! Se lo vendeva, quest’altr’anno potevamo andare a fare il bagno al mare!!).

Rievocazione in dialetto di Lidia Giunta Signorini (Lidia Dal Mor)
a cura di Giuseppe Tirincanti

Lascia un commento

Archiviato in Uncategorized

Fino a 70 anni fa l’istruzione era un lusso

 

Antoine Lavoisier

 

Tratto da Cubia n° 98 – Gennaio 2010

Qualche maschio poteva completare le classi durante la leva e conseguire la licenza elementare, ma per le femmine era già un traguardo la quarta.
Genitori e nonni parlavano solo il dialetto con accento diverso a seconda dei rioni, e i “maccaroni” non si contavano:
– “Loro si menano!” “Voi fate finta di niente, ci penso io!” “No, maestra: si menano ma noi!”.

– Ladro! Cos’hai in quella legaccia?” “Dùu scènle d’roba…” “Hai uva?! La mia uva!” “E Lei: come fate a saperlo? Siete un strologo?”.

– “Signor Biondi, avete visto Coli?” “Il suo cane è qui: non sarà tanto dalongo, Signor Sindaco…”.

– “Al momento del crimine sappiamo che vi eravate appena portato sotto le greppe (tratto Conca-Ventena): che ore erano?” “Ah, booh! ‘E sol l’era elt pressache poch d’un omm!” “Siate più precisa voi, Signora: dichiarateci cosa sapete e l’ora esatta!” “An sò propria un bel gnìnt! ‘E sol a ne vegh mai perché a stagh da la pèrta de’ varnìi (dell’ombra, dell’umidità N.d.A.)”.

Furbi, ingenui, aperti, omertosi e qualche volta purtroppo anche omicidi… Eravamo, come oggi, custodi di tutti i pregi e tutti i difetti dell’umanità. Ma al pari dell’istruzione ci mancavano arroganza, egoismo, puzza sotto il naso e un po’ di pane.

Qualche “possidente” c’è sempre stato, però. E lo si capiva la domenica a messa: sapeva di Tabacco d’Harar, sua moglie di Il mio sogno Paglieri (o di Lavanda Coldinava, a seconda della stagione!), e la suocera di canfora o natfalina, la notte di Natale. Le loro profumazioni spostavano così bene la puzza di olio per mobili dei confessionali, o quella d’incenso dei turiboli, da indurre sempre qualcuno a lasciar libera la panca e qualcun altro, rimasto ancora in piedi, a pensare “Che c.. ch’a ho!“, precipitandosi ad occuparla.

Quello che ha detto “Non si crea niente, non si distrugge niente ma si trasforma tutto“, come faceva a saperlo? Sarà mica stato “un strolgo“??

di GiBì

Lascia un commento

Archiviato in Ricordi

Gli approcci amorosi del tempo che fu

Tratto da Cubia n° 97 – Dicembre 2009

Rievocazione in dialetto di Lidia Giunta Signorini (Lidia dal Mor)

La ma ad Giulio un dè l’ha ia det:
La mamma di Giulio un giorno gli ha detto:

“Dì caren, l’è ora che t’toga moi perch’ nun as sin stof ad lavurè”
“Ascolta, è ora che tu prenda moglie perché noi siamo stanchi di lavorare”.

“Ades, la prima ragaza ch’aveg cl’am pies…”.
“Allora la prima ragazza che incontro e che mi piace…”.

Un dè u m’ ha vest a spass e da di drè,
Un giorno mi ha visto passeggiare, era dietro di me,

l’ha vest li mi gambie
ed ha notato le mie gambe

“Oh, che belie gambie…”.
“Oh, che belle gambe…”.

Quand u m’ha vest daventi, me a purteva i cavel a la fratena
Quando poi mi ha visto di fronte con i capelli neri e

sa la frangetta ad cavel nir, fiola, ai so pisù sopte.
la frangetta, gli sono piaciuta subito.

Lo l’ha dmand da chi pudeva avè infurmazion
Ha chiesto da chi poteva avere informazioni

e u li ha dmand ma la Servilia ad Baldo
e le ha richieste alla Servilia Franchini.

“Oh, mo ai cnos; l’è una fameia ad lavuradur
“oh, ma li conosco; è una famiglia di lavoratori,

i n’ha gnint mo iè serie”.
non posseggono niente ma sono persone serie”.

La mi ma l’andeva sempre ma la stazion sa l’orc a to l’aqua
Mia mamma andava sempre alla stazione a prendere l’acqua con l’orcio,

e un dè la incontra la Servilia chl’ai dis:
un giorno incontra la Servilia che le dice:

“Guerina, la tu fiola l’ha ricevù una letra?”.
“Guerrina, la tua figlia ha ricevuto una lettera?”.

“Se, mo la nal sa chi è…Signorini Giulio…”.
“Sì, ma non sa chi è…Signorini Giulio…”.

“Se, mo tal sé chi è?…l’è al fiol dal Mor”.
“Si, ma lo sai chi è?…è il figlio del Moro”.

“Al fiol dal Mor????”.
“Il figlio del Moro????”.

Quand al ven a chesa al mi fradel Libero ch’al lavureva da Cerri.
Al ritorno a casa di mio fratello Libero, che lavorava da Cerri,

ai deg: “Guerda che um ha scret quest i chè, cus cha iò da dì?”.
gli dico: “Guarda che mi ha scritto questo qui, cosa gli devo dire?”.

“T’al vò incuntrè?”.
“Lo vuoi incontrare?”.

“T’capirè… l’è al fiol dal Mor…”.
“Tu capisci…è il figlio del Moro”.

“Alora ti dis che dmenga dop mizdè, vers al quatre,
“Allora gli dici che domenica pomeriggio, verso le quattro,

mned vers chesa, tl’incontre davanti al Cumun”.
venendo verso casa, lo incontri davanti al Comune”.

A la dmenga a scap sal Main dla c’Cona e ai deg:
Alla domenica mi vedo con la Maria Antonioli e le dico:

“Maria, og an pos stè una masa sa tè”.
“Maria, oggi non posso stare molto con te”.

“Oh, tmet a fè l’amor?”
“Oh, ti fidanzi?”

“Mo va là… anche te… ad sigur um vrà di vargogna
“Ma cosa dici… di sicuro mi dovrà rimproverare

per quand a ridimie quand al steva drè ma la (…)”.
per quando ridevamo quando corteggiava la (…)”.

Difatti andand a spass, quand a sin poc da long dal Nettuno
Passeggiando, all’altezza del Nettuno

ecch ch’al veg.
ecco lo vedo.

L’era sa Aldo ad Minelek.
Era con Aldo Tonti.

L’aveva piuvù e l’era sa l’impermeabile e un capel
Aveva piovuto ed indossava un impermeabile ed il cappello,

ch’al pareva Chamberlain.
assomigliava a Chamberlain (primo ministro del Regno Unito)

Me andeva d’in sò e lo l’andeva d’in giò.
Io ero diretta verso il Comune e lui veniva dalla parte opposta.

Ai pasen ad fiench e me an saveva cum a fè, um trimeva li gamb,
Gli passiamo a fianco e non sapevo cosa fare, mi tremavano le gambe.

Al Main l’am lasa e me a vag d’in sò.
La Maria mi lascia e io vado su per la salita.

Ecc ha sent che lo um ven drè.
Ecco sento che mi segue.

Me a vag piò svelt e lo li stess.
Ecco sento che mi segue.

A sin riv daventi al Cumun ch’a femie la Maratona.
Siamo arrivati al Comune che sembravamo due maratoneti.

Un bel mument ho det, “um tucarà firmem”.
Poi ho pensato, “dovrò fermarmi”.

Am ferme e lo um dà la mena e us presenta.
Mi fermo mi dà la mano, si presenta.

Po um ha acumpagnè fina ma chesa.
E mi accompagna fino a casa.

Daventi chesa um dis:
Davanti casa mi dice:

“Ci vediamo domani sera”.
“Ci vediamo domani sera”.

Per tre serie a sin andè aventi e indrè daventi
Per tre sere siamo andati avanti e indietro

ma Giafon
davanti a Giafon (Rossini, fabbro di via Dottor Ferri),

perché me a steva mai palazun in via Nazario Sauro,
perché io abitavo nelle case antisismiche di Via Nazario Sauro.

La terza sera u s’avsena e um dà un bes.
La terza sera si avvicina e mi dà un bacio (con il dito indica la guancia)

Un sgnor ch’al paseva sla bicicleta, per
Un signore stava passando in bicicletta, incuriosito

vultes imdrè a guardè l’endè a sbat contra una pienta.
si è girato per guardarci ed è andato ad urtare contro un albero.

“Ut stà ben, i sé t’imper a vultet indrè”.
“Ti sta bene, così impari a voltarti indietro”.

Me d’andè aventi e indrè am s’era stofa e
io mi stavo stancando di fare avanti ed indietro e

ai ho dèt:
gli ho detto:

“”Sal ven ad chesa cal ragaz, dai una
“Dì, se hai voglia vieni in casa”.

“A veng stetr’an, dato che l’è Nadel,
“Vengo il prossimo anno, visto che è quasi Natale,

a veng al prim dè dl’an.
vengo a Capodanno.

Se tvò, aveng a chesa anche sopte”.
Se vuoi vengo in casa anche subito”.

Mal mi ba ai aveva dèt:
A mio babbo avevo detto:

“Sal ven ad chesa cal ragaz, dai una varniseda ma la cusena”.
“Se viene in casa quel ragazzo, dà una verniciata ai mobili di cucina”.

Oh Madona!” Ui aveva dè un turchison…
Madonna! Li aveva riverniciati di un blu elettrico…

Cla sera ch’al ven ad chesa, la mi mà,
Quella sera è venuto a casa, mia madre

tent per met li robie in cer, l’ai dis:
ha cercato subito di fare chiarezza:

“Me a nal so chi ha pià giudizie ad vuielt dò,
“Io non so chi ha più giudizio tra voi due;

la mi fiola l’ha poc giudizie”.
mia figlia ne ha poco”.

“A so mnù per dmandè al permes ad
“Sono venuto a chiedere il permesso di

frequentè sta chesa e purtè fora la vosta fiola.
frequentare questa casa e di uscire con vostra figlia.

Stasera an mi pos farmè ‘na masa ca ho una cena.
Questa sera non mi posso fermare molto perché ho una cena.

“Ades a vag”.
“Adesso vado via”.

Al fa per alzes, mo al fa un muviment e u s’armet da seda.
Stava alzandosi dalla sedia, si muove e si risiede.

E i sé per do tre volt.
Così per due o tre volte.

Ad un cert punt, al fa un muviment piò fort:
Ad un certo punto dà uno strattone più forte:

“Ades a vag”. U s’alza.
“Adesso vado!”. E si alza.

Madona, un gni si sarà tachè i calzun ma la vernisa fresca?
Non gli si saranno attaccati i pantaloni alla vernice fresca della sedia?

Det e fat.
Infatti.

L’aveva tot li righie turchsie mal caval di calzun.
Aveva tutte righe blu sul dietro dei pantaloni.

Una vargogna!!!!!!!
Che vergogna!!!!!!!

Un dè da la parucchiera una burdela la dis ma la su mà:
Un giorno ero dalla parrucchiera e sento una bambina dire a sua mamma:

“E’ quella che il suo fidanzato si è attaccato alla sedia”.
“E’ quella che il suo fidanzato si è attaccato alla sedia”.

Po a so andè ma chesa sua acumagneda dal mi fradel.
Poi sono andata io a casa sua, accompagnata da mio fratello.

Ma me um bativa al cor.
Mi batteva il cuore.

Al mi fradel u m’ha presantè
Mio fratello ha fatto le presentazioni

e la mi cugneda, la Seconda, l’ha m’ha fat curag…
e la mia futura cognata, Seconda, mi ha messo a mio agio…

Dop ho cmenc andè sempre più spess.
Ho iniziato a frequentare la casa sempre più spesso.

Un dè la su ma’ lam dis:
Un giorno mia suocera mi dice:

“Se t’è voia, ui saria i calzun dla dmenga da stirè…”.
“Se hai voglia, ci sarebbero i pantaloni della domenica da stirare…”.

In conclusion, al lundè matena dop
In conclusione, il lunedì mattina dopo

a so andè a imparè al mistcier.
ho iniziato ad apprendere il mestiere.

di Giuseppe Tirincanti

Lascia un commento

Archiviato in Ricordi

Si parlava così

padre_nostro

Tratto da Cubia n° 26 – Nobembre 2002

Aneddoti, modi di dire dialettali, poesie, proverbi raccolti nel tempo da Gian Franco Dellasantina

A proposito di diete: Fra cent’an a sarin tot d’un megre…!

Tre amici all’osteria sono in attesa del quarto per la partita a carte, quando questi arriva e grida con entusiasmo: “Burdel, al savì?, a ho trov da lavurè finchè a chemp!”. Al che uno dei re sbotta: “Cus t’aspet cant’amaz!?”.

Due vecchi marinai in treno, diretti a Bologna, si appisolano. Uno si sveglia di soprassalto e chiede preoccupato all’altro: “A sin arvat?”. Questi guarda fuori del finestrino, vede un cartello e risponde: “An cred, a sin a clorodont!

“Tsé dla religion cattolica?” “A so ad Singian”.

“Cum stè?” – “Basta arcuntela, si l’arconta chielt lè peg!”.

Sal pesa tal let n sgnor, l’ha sudé.

Un padre al figlio: “Tsi peg dli tas!”.

Quando una barca è strapiena di pesci: “A so brosc a la munichela”.

La nonna ai nipotini: “Nu va da long, nu aluntante da chesa, cuiè la Canciulli cla fa e savon!”

Al rid par una paca ad feva!

Al fnes prima i sold mai re, che la miseria mai puret.

Un marinaio aveva portato la barca in squero e tutti i giorni pioveva. Una sera, stof d’aspité, u s’è mes a dè la maiolga sla spazadura e l’umbrela tla men, e pu l’ha det: “Me a tla ho de, al sta ma te berca a fetla duré!”

A si com i ledre ad Gradera, chi ledga ad de e i va a rube li galenie insen ad nota.

“A las un milion ma la Rusena; a las un milion ma Gvan; a las um milion ma  Andrea… Un’altra figli a gli chiede: “Ma ba, do t’è tot sti quatren?” – “Sent, a stag per muri – risponde il babbo – fam pinsè anche ma quest!”.

E’ morta la nonna. L’anvod al va dal bichin e riferisce poi al babbo: “Uiè la cassa, i fiur, la messa, al tumben, i manifest…”. Al ba ui dis: “Insomma quant l’è la spesa?… Co?? Ma il sa cal mort al mitin nun!?”.

Fiola nu compra gnint clava al manche, bsogna duvrel.

E lavor un è proprie una gran cosa; quel cl’à invent al lavor l’è mort anca lo!

A sin come cal chen in tla cisa; do cal pasa al ciapa dli zampedie.

Erano andat a rubare le galline; uno dice al compare: “Ciapa tre zempie che do galenie gli è sigur!”

San tal sè du t’è d’andè, arcorte da du t’ven!

A sin ned senza sod, a murin che a ni lascen sempre trop.

A so vnu si bof, a vag via si debte.

Un anziano all’amico: “Una volta a risulviva i prublem ad fameia, tra me e la mi moi, tal let; ades tal let ai crei!”.

La legna la schelda do voltie: quand tla tai e quand tla brus.

Ai bambini un tempo: “Magna! Perché s’an tmagn tvè da Balta!”

 

 

Lascia un commento

Archiviato in Ricordi