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Una siringa nel parco!…

Tratto da Cubia n° 100 – Marzo 2010

Eravamo lì: io e le mie amiche, stavamo passeggiando in mezzo alla via dl Parco della Pace quando all’improvviso la vedemmo – una siringa con ancora l’ago. Parco o psicodramma!? Abbiamo pensato, rimanendo stupite da quella visione così sbagliata. Insomma non ci saremmo rimaste così male se quello in cui ci trovavamo fosse stato un ospedale psichiatrico. Ma in un parco per bambini, la cosa non era molto salutare: provate a pensare ad un bambino che vede quello strumento così strano contenente chissà quale porcheria. Tutto cominciò quando i nostri cani fiutarono qualcosa e quella cosa avrebbe potuto dimostrarsi un pericolo anche per loro. Sì, proprio una porcheria, se no, come la definireste? Il peggio è che la gente fa come se niente fosse, come se niente fosse successo. Non è solo una questione “salutare” ma anche estetica: cosa farebbe un turista se vedesse quell’orribile spettacolo? La risposta è una: provvedere a questa cosa in maniera civica e corretta, così che non capitino altri incidenti del genere.

L.P e L.F (IIC)

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Cambierei il Parco della Pace

parco della pace

Tratto da Cubia n° 100 – Marzo 2010

La mia città è Cattolica, una cittadina dell’Emilia Romagna, in provincia di Rimini. E’ una cittadina accogliente, ma se dovessi cambiare qualcosa, cambierei il Parco della Pace, lo farei più pulito e più accogliente e poi viene rovinato anche dalla gente sporca che entra la sera per fare uso di droghe. Metterei a posto anche il laghetto perché l’acqua non viene cambiata neanche una volta all’anno, è sempre sporco, e dire che dentro ci sono anche i pesci. Comunque rifarei tutto il parco e lo terrei sempre pulito, così i turisti andrebbero anche lì e non ci sarebbe uno spreco.

B. (II B)

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Il pentito…

Tratto da Cubia n° 20 – Marzo 2002

“Edi, perché ti vedo così triste? Non fumi nemmeno una sigaretta, non scherzi come prima. Sei cambiato, da quando sei tornato dalla Grecia”. Così gli diceva il suo compagno di camera.

Due anni prima, Edi aveva attraversato il mare, dalla sua terra albanese, pieno di energia, con il sogno di studiare all’Università di Firenze. Non era facile vincere il concorso di ammissione e cambiare la vita. Però, dopo tanti sacrifici, giorni e notti passati sui libri, era riuscito ad entrare nel mondo universitario.

“Ma adesso perché mi succede così, che cosa farò, ritirarmi???”. Ah, questa Grecia! Non faceva altro che pensare a lei.

I suoi genitori erano lontano, lavoravano negli Stati Uniti: il comunismo aveva lasciato loro soltanto la pelle, e la democrazia aveva aperto la porta per vendere questa pelle all’estero!

Gli mandavano i soldi per studiare, ma lui spendeva tutto con la sua ragazza, in Grecia: il mare, il sole e la dolce vita lo avevano trascinato, senza che quasi se ne accorgesse.

Finite le vacanze, era tornato a Firenze, ma i giorni passavano e lui non trovava la via d’uscita. Si vergognava di dire la verità alla sua famiglia, che stava facendo tutto per lui.

Aveva messo da parte i soldi per il biglietto del viaggio, e stava già preparando la valigia, quando entrò il suo compagno di camera: “Cosa stai facendo,  vai via? Uno studente bravo come te! Abbandoni gli studi? Mi dispiace, ma sei giovane, non devi pensarci troppo. Ci sono tante soluzioni, basta che fai un passo. Vedi, Edi, io ti capisco bene, perché tempo fa sono stato nelle tue stesse condizioni, senza una lira, senza sigarette. Adesso non mi lamento: la polvere bianca ti porta fortuna”.

Dalle sue tasche prese un pugno di banconote e le mise sopra il tavolino: “Prendi, prendi, siamo amici, ma domani possiamo diventare soci. All’inizio anch’io avevo paura, ma adesso tutti mi chiamano vecchio lupo, e sento l’odore della polizia meglio di un cane antidroga. Prova, prova, non ti mancherà mai la nostra copertura”.

E così, Edi, piano piano, si era tuffato. Prendeva i soldi per sé e per i suoi “amici”, fino a quando, una notte, sentì bussare alla sua porta: “Aprite, siamo la polizia”. Aprì senza dire nemmeno una parola: non aveva mai pensato di cambiare le aule di università con il carcere.

Ora stava lì, rinchiuso, in silenzio, non aveva il coraggio di avvisare i suoi.

Ma un amico ruppe il muro di silenzio, e i genitori volarono dagli Stati Uniti in Italia. Dopo aver sentito la voce di Edi, bussarono alle porte della giustizia con le parole del cuore: “Il nostro figlio ha sbagliato, voi lo avete salvato. Dateci una mano, lui troverà il modo per dimostrarvi la sua gratitudine”. La giustizia ascoltò la loro voce.

Un giorno, qualche tempo fa, passando per caso vicino ad una scuola di Tirana, sentii una voce conosciuta: “Bambini, venite qui a giocare”. “Maestro, maestro, ieri sera abbiamo sentito in televisione tante cose sulla droga. Cosa è la droga?”.

“Sentite, ragazzi: cosa succede se ai fiori buttiamo un po’ di veleno? Voi siete come dei fiori: la droga mangia il cervello, e così non ci lascia crescere per goderci la vita, per divertirci, per diventare un giorno architetto, pittore, ingegnere, meccanico, idraulico, giornalista, … maestro.

Più tardi, nell’ora di scienze, parleremo meglio su questo argomento.

Ma adesso giochiamo, e cantiamo, tutti insieme:

La vita sì, 

la dorga no,

la nostra parola, 

la nostra promessa”.

di Arshi Rucaj

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Tutta colpa di Baudelaire

 

Edoardo Polidori

Edoardo Polidori

 

 

Tratto da Cubia n° 90 – Marzo 2009

…cose come l’incenso, l’ambra, il muschio, il benzoino…“. Sono parole di “Corrispondenze” di Charles Baudelaire che mostrano come il grande poeta francese fosse davvero interessato alle…sostanze.

Da questo (e molto altro) parte l’assunto della conferenza-spettacolo “Le droghe. Uno spettacolo – Tutta colpa di Baudelaire) organizzata dalla Scuola Media “E. Filippini” di Cattolica in collaborazione con l’Associazione Progetto Adolescenza-Cattolica e Volontarimini, svoltasi il 19 marzo nella scuola Media. Per circa due ore Edoardo Polidori, medico responsabile del Serf di Faenza, ci ha intrattenuto su un argomento ostico: come sia difficile recuperare un dialogo tra adulti ed adolescenti sul tema delle droghe.

Un incontro difficile: da un lato gli adulti che tendono a considerare le droghe nel loro aspetto più distruttivo e pericoloso, dall’altro gli adolescenti che ne valorizzano gli aspetti più piacevoli. Piacere e rischio: due facce della stessa medaglia. Possiamo essere più interessati a vedere una sola faccia, ma esiste sempre anche l’altra, ed è importante ricordarlo.

Nel corso della serata, in un gioco di continui rimandi da Alice a Charlie Brown, da Stevenson ad Ulisse, attraverso le esperienze di Asterix e Corto Maltese, Polidori ha sviluppato un ragionamento che fa emergere, tra spinta al consumo sfrenato e valorizzazione dell’esperienza individuale, lo spazio per “assumersi delle responsabilità” come istituzioni, come adulti, come adolescenti.

Si è iniziato parlando di droghe e si è finito col parlare di dialogo, di rapporti interpersonali, di comunicazione non solo verbale, di ascolto, di valori condivisi, di radici e di come ogni tipo di problema e/o devianza sia riconducibile a carenze in questi campi.

Molto positivi i commenti a fine serata.

di Ferdinando Montanari

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Il tradimento

sì viaggiare

sì viaggiare

Tratto da Cubia n° 50 – Marzo 2005

Non si tradisce impunemente la Vita.Per quanto ci possa sembrare difficile da decifrare, complesso comprenderne gli ingredienti e le istruzioni per l’uso, non ci è lecito interrompere la ricerca di ciò che aiuta a farla fiorire una volta espulsi dall’utero. Se stacchiamo i cavi che ci connettono al vivente dentro e fuori di noi e cominciamo a cestinarne parti ritenute superflue perché sostituibili dalle offerte 3X2 in bella mostra al supermarket dei surrogati della felicità, arriva il momento in cui scopriamo il vero prezzo da pagare. Le nuove generazioni hanno antenne speciali per captare l’inganno e, meno assefuatte a subirlo, ne segnalano la presenza in forme diverse che, controllate dal potere dell’adulto nell’infanzia, diventano dirompenti nell’età adolescenziale. Ritenere che il rifiuto o la messa in discussione da parte di ragazze e ragazzi dei valori-modelli-norme preesistenti sia solo un fatto fisiologico connaturato all’adolescenza, periodo dell’esistenza in cui necessariamente si ridefinisce la propria identità attraverso la presa di distanza e la contrapposizione, sarebbe un grave errore. Errore che noi “grandi” abbiamo già commesso fin dagli anni sessanta quando, impegnati nella corsa all’oro, di fronte al dilagare della contestazione giovanile e all’apparire sulla scena della tossicodipendenza, abbiamo distrattamente emesso una comoda sentenza: si trattava di de-vianza. Che la diritta via, quella stabilita dalla cultura dominante, era smarrita. E di fronte a chi infrange le proibizioni codificate dalla società, non resta che la repressione. Normalizzare, per poter eludere la richiesta di cambiamento e continuare come se niente fosse. Avevano un bel cantare i Rokes “Che colpa abbiamo noi” o i Nomadi “Come potete giudicar”: la possibilità di guardarsi negli occhi tra generazioni, se mai c’era stata, si era persa. Mi direte che nel 2005 siamo lontani anni luce da simili parametri culturali dell’universo giovanile, considerato che oggi trasgredire fa tendenza e l’adolescenza è diventata lo stadio psicologico definitivo per tanti adulti cronologici. Non c’è dubbio che la nostra sensibilità sia cambiata e, inforcate nuove lenti interpretative, preferiamo parlare di dis-agio giovanile, collocandoci così in una prospettiva più feconda per comprenderne ragioni ed eventuali vie d’uscita. Ci siamo resi conto, ad esempio, che l’uso delle sostanze stupefacenti è un modo per stimolare i nostri recettori cerebrali a generare effetti psichici che saremmo in grado di esperire naturalmente in condizioni adeguate di vita autentica. “Le cosiddette droghe non possono inventare nulla di nuovo: ogni individuo possiede le strutture neuronali adatte, i recettori, i trasmettitori, le “droghe” che già produce da sé e che vengono messe in circolo, modulate, consumate in parallelo agli eventi di vita reale”. Lo sostiene Mariano Loiacono, coordinatore del progetto “Comunità globale”che riunisce diverse università italiane sul tema del disagio diffuso. E aggiunge che la vita di ogni individuo si articola in tre “esperienze base”, cioè irrinunciabili, che la colorano, la diversificano, la movimentano, la rigenerano. Stati di coscienza fondamentali che le sostanze psichedeliche cercano di riprodurre e intensificare in modo virtuale. Ascoltiamo Loiacono: “La prima “esperienza base”(“sballo”) è una sensazione di piacevole torpore e gradevole rallentamento, spesso preludio del sonno-sogno. Lì tace l’esterno, la sua consistenza e capacità di stimolarci-attivarci; lì tacciono anche i messaggi e le pulsioni provenienti dai bisogni; lì sentiamo vivere dentro di noi solo quell’intero che di niente ha bisogno e tutto tollera con superiore distacco e inintaccabile atarassia. Niente è paragonabile a questo paradiso che in genere sopravviene dopo aver saziato la fame, goduto nel fare all’amore, ascoltato il silenzio, affogato la frenesia di movimenti in lavori manuali, concluso con successo una prova, un esame di identità…La seconda “esperienza base” ( “frenesie lucide”) ci prende quando inesorabili insorgono i bisogni, ci svegliano dal sonno o dal torpido sballo e stimolano prepotentemente la nostra attenzione, mettono in allerta il nostro sguardo, i nostri muscoli, la soglia di ascolto, la capacità di percepire lucidamente le sensazioni, elaborare, discernere, selezionare con precisione, agire, tollerare la fatica, debordare oltre il consentito, fuggire, scampare al pericolo, colpire, distruggere, concludere missioni, segnare vittoria. Soddisfare un bisogno o scampare un pericolo richiede, infatti, complesse operazioni che coinvolgono aspetti ampi e diversi di realtà attorno a noi, di memoria storica, di organizzazioni, di conflitti, di competizioni, di prevaricazioni, di fatiche e strategie… La terza “esperienza base”(“trip”) è quella che ci fa sognare nella realtà, cogliere l’immenso in un sassolino, ammirare l’arcobaleno dove tutto è incolore, parlare con la luna compagna di strada, fare viaggi (trip) in spazi siderali e in caverne mostruose, vivere di poesia e di allucinazioni, scorgere l’inedito nel quotidiano e nell’abituale, fantasticare la libertà nella reclusione, sognare futuri magici mentre si sta nel letame, sentirsi principessa quando tutto è cenerentola, giocare con le parti quando l’io è senza identità, inventare novità dove regna la ripetizione, vivere il divino nelle sembianze dell’umano. Senza questo motore mancherebbe la creatività, l’intuizione dell’invisibile, l’esperienza del non razionale (non misurabile), l’utopia, la rigenerazione che dal letame fa nascere i fior. Ogni individuo per essere e sentirsi intero deve poter sperimentare ordinariamente questi tre stati di coscienza. Diversamente-conclude Loiacono- non potremmo colorare la nostra esistenza con gli eventi di vita, viaggiare nel tempo-spazio in maniera specifica, nutrirci di relazioni-ruoli-impegni-progettualità-emozioni-creatività, avere un “fondo comune” di vita con gli altri uomini vicini e lontani.”

Nella attuale civiltà economico-tecnologica siamo abbastanza disincantati o forse solo più tristi e delusi per poterci finalmente interrogare: gli eventi reali che abbiamo a disposizione in questa vita “a incastro” ci permettono l’abbandono e la sospensione dello sballo, l’immersione delle frenesie lucide, il distanziamento e il sogno del trip? O, insieme ai nostri figli, ce li dobbiamo procurare, bypassando la miseria dell’offerta reale, con ogni tipo di fiction, virtualità e sostanze psicoattive?

di Amedeo Olivieri

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