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Elezioni Comunali 2009 – Lo Sconfitto

 

Cono Cimino

Cono Cimino

 

 

Tratto da Cubia n° 93 – Giugno 2009

Farà opposizione in maniera pragmatica, “e se Marco Tamanti e la sua giunta faranno bene sarò il primo ad andare a stringer loro la mano, così come sarò il primo ad attaccare quando faranno male”, con la speranza che “Cattolica ora non diventi una colonia per il Pd riminese”.

Non perde il suo sorriso gentile Cono Cimino, a qualche giorno dalla sconfitta (con onore) al ballottaggio per la carica di sindaco di Cattolica. E non perde neppure la capacità di coniugare signorilità con chiarezza e lucidità di giudizio.

D’altra parte è stato l’uomo che, dal Dopoguerra, ha portato forze politiche non di sinistra più vicine a Palazzo Mancini.

Quando ha pensato di farcela?

Guardi, dopo il primo turno credo che sia maturata, nei miei sostenitori, una certa convinzione di vincere. Io ho sempre ritenuto che invece il Pd fosse in vantaggio e che noi dovessimo darci da fare, e molto, per recuperare. Specie quando mi sono reso conto che il Pd aveva spostato la sfida dalla città di Cattolica a temi nazionali. Ad una disputa tra il centro-sinistra e quelle che loro definivano “le destre”. Il loro unico argomento è stato questo: dire alla gente che il centro-sinistra ha governato bene per sessant’anni e che non andava dunque tradito facendo vincere “le destre” dei seguaci di Berlusconi, dei leghisti e degli ex fascisti. Mi domando quale valore possano avere queste argomentazioni per amministrare Cattolica. Io ritengo sia meglio guardare alla persona. D’altra parte l’ho detto più volte: se fossi stato veneziano io avrei votato Cacciari.

Ma Cattolica è in Italia, e le conseguenze dei provvedimenti del Governo, di centro-destra, hanno ricadute anche locali. Lei ritiene allora che l’effetto dell’operato del governo sia stato, per la sua candidatura, addirittura controproducente?

No. Direi anche che i tanti cittadini che hanno votato per me l’hanno fatto, anzi, anche per quanto il Governo sta facendo a livello nazionale. Poi io chiedevo un passo in più, e cioè superare questo aspetto e valutare la persona, votare per me quale garante del buon operato che una mia amministrazione avrebbe avuto. Chiedevo di provare ad essere veramente liberi e non votare per appartenenza.

Anche a Cattolica alle Europee il Pdl più la Lega hanno sfiorato il 40 per cento, ma al primo turno lei si è fermato al 32 per cento: come mai?

Storicamente a Cattolica paghiamo uno scarto tra le Politiche e le Amministrative.

Scarto che io credo sia dovuto alla presenza di conoscenze e lobbies, che al primo turno hanno dirottato il proprio voto o già sul Pd o, soprattutto, sulle liste che sostenevano Pietro Pazzaglini. Al secondo turno non tutti quei voti sono tornati, per vari motivi. Credo che, in primo luogo, il centro-destra non abbia, in questo territorio, “soldati” così fedeli e attenti come il centro-sinistra. Siamo più distratti dal lavoro, dalla stagione, magari c’è stata anche un po’ di leggerezza, si pensava che fosse fatta… Inoltre credo che molti di coloro che al primo turno hanno votato Arcobaleno o Pazzaglini, al secondo non se la siano sentita di votare per il centro-destra, e alla fine si siano astenuti o abbiano votato per il Pd. Sono convinto che, invece, la sinistra estrema sia andata a votare per Tamanti. Vi è stata infine, e lo dico senza polemica o acredine, una parte del mondo cattolico che ha sponsorizzato apertamente Tamanti.

C’è chi dice anche di più. C’è chi dice che le parrocchie, una in particolare, abbiano decretato la vittoria di Tamanti.

Il Concilio Vaticano II, più di 40 anni fa, ha decretato la libertà, per i cattolici, di esprimere liberamente, col voto, la loro preferenza politica. Se le parrocchie hanno svolto un ruolo così fondamentale lo chiederei a loro, ma credo che la risposta sia no. Piuttosto, chiederei alla corrente più strettamente diessina del Pd, se non si è sentita sfruttata e utilizzata per portare a Palazzo Mancini esponenti che hanno principi e idealità molto diverse dalle loro.

Il fatto che la lista Micucci si sia detta più vicina a lei che a Tamanti l’ha favorita o penalizzata al ballottaggio?

La lista Micucci, e anche Nicola Micucci (figlio dell’ex sindaco Franco, ndr) non mi hanno appoggiato, come qualcuno dice, hanno solo spiegato che non avrebbero votato Tamanti. Questa posizione non è stata frutto di un accordo sotto banco. Evidentemente parte della loro base elettorale ha sentito il nostro programma più vicino al proprio. Non penso che questo mi abbia penalizzato. La cosa che mi spiace, ribadisco, è che al momento del voto la gente non abbia valutato un progetto politico per la città piuttosto che un altro, ma abbia finito per votare il simbolo.

Non trova comunque che Marco Tamanti abbia scrostato molti equilibri vecchi e stantii e che quindi rappresenti un’ondata di rinnovamento?

Io ho piuttosto il timore che nei prossimi anni la nostra città diventi una colonia del Pd provinciale, giacchè Tamanti non sarebbe stato eletto senza il fortissimo supporto del Pd provinciale e della sua macchina organizzativa. Comunque non do giudizi preconcetti e aspetto i fatti. Non vorrei che questo rinnovamento di cui si parla porti solo alla sostituzione di vecchi centri di potere con nuovi centri di potere. Io volevo, invece, eliminare tutti i centri di potere affinché la gente si riappropriasse interamente della propria città. Faccio un esempio: io avrei fatto uscire Cattolica da Hera, e non credo che una cosa come questa Tamanti abbia la forza di farla…

Che tipo di opposizione fara? Spulciatore di carte o governo ombra?

I ruoli di candidato a sindaco e di leader della principale forza di opposizione sono profondamente diversi. Come consigliere d’opposizione devi esercitare una puntuale funzione di controllo per il rispetto delle regole. Poi io sono una persona pragmatica e, se la giunta farà bene, sarò il primo ad andare a stringere la mano a Tamanti. Così come, se farà male, sarò il primo ad attaccare.

Accetterebbe un’eventuale candidatura a presidente del consiglio comunale, o la riterrebbe un modo per “imbavagliarla”?

Per il momento Tamanti ha detto che la presidenza del consiglio comunale sarà lasciata all’opposizione, non al centro destra. E politicamente sarebbe ben diverso che un’eventuale proposta fosse avanzata a me o agli esponenti che attualmente sono all’opposizione e che sono vicini al centro-sinistra, Arcobaleno e pazzagliniani. In quest’ultimo caso è evidente che si tratterebbe di un modo per allargare la maggioranza. Se invece la proposta arriverà a me, o ad un esponente del centro-destra, la valuteremo.

A Rimini, dopo la sconfitta di Marco Lombardi alle provinciali, è già iniziata la resa dei conti: accadrà anche a Cattolica? Vi frantumerete, come già successo altre volte?

No, non credo proprio. Siamo uniti, e mi spiace che la Lega Nord non abbia un suo esponente in consiglio comunale.

 

di Francesco Pagnini

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Qualcosa di sinistra

 

Ma cattolica non era una città rossa!?

Ma cattolica non era una città rossa!?

 

 

Tratto da Cubia n° 89 – Febbraio 2009

Dopo le ultime elezioni politiche la sinistra si è ritrovata estromessa dal parlamento, ma ciò non significa che non abbia più niente da dire.
Ce ne accorgiamo incontrando Paolo Tonti e Roberto Franca, rispettivamente consigliere comunale di “Sinistra Critica” (Sc) e segretario del Partito di Rifondazione Comunista (Prc) di Cattolica.


Fino a poco tempo fa eravate insieme nello stesso partito (Prc) e oggi vi ritrovate più o meno separati in casa. Un paradigma della sinistra incapace di stare unita: malattia o virtù che valorizza le differenze? Partiamo dalla vostra esperienza a Cattolica.

Tonti: Noi abbiamo sempre creduto che fosse importante mettere insieme i pezzi della sinistra, però partendo dal basso. Sono stato in Rifondazione fin dalla sua nascita. C’è stata una fase, prima dei fatti di Genova, in cui si era riusciti a creare comunanza con i movimenti e con soggetti fuori dai partiti. Questo è il percorso che può tenere unita la sinistra e non qualche alchimia calata dalle segreterie centrali. Ne abbiamo avuto la conferma con la recente esperienza del cartello elettorale “Arcobaleno” alle ultime politiche. Dico purtroppo, perché nessuno di noi ha gioito per la sparizione della sinistra dal parlamento, ma quello è stato un momento che ha portato ulteriore divaricazione. Noi di Sc non ci siamo riconosciuti in quel processo in quanto non costruito dalla base ed avvenuto, inoltre, con grande ritardo perché ognuno aspettava le mosse dell’altro. Alla fine, di fretta, hanno deciso tutti dai vertici.

C’era già stata la precedente esperienza di Turigliatto, espulso da Prc per aver votato contro la missione in Afghanistan.

T. Certo, noi avevamo già iniziato ad essere su posizioni distanti da quelle di Prc proprio in merito al rifinanziamento della missione di guerra in Afghanistan.

Questo fatto ha giocato anche a livello locale per la vostra separazione? Come dire: le segreterie nazionali combinano questi pasticci e a livello locale se ne subiscono i riflessi in modo immediato? Oppure c’è stato altro?

T. Era da molto tempo che Rifondazione di Cattolica viveva il disagio di non riconoscersi nelle posizioni nazionali. Uno scollamento presente anche a livello provinciale: a Cattolica siamo sempre stati molto autonomi, un gruppo al quale certe logiche di spartizione nel Centrosinistra non sono andate giù.

E tu, Roberto, come hai vissuto questa fase di separazione?

Franca: In quel particolare momento ero già uscito da Rifondazione: da alcuni anni non mi impegnavo più direttamente, quindi sono stato intossicato meno direttamente da questi veleni che, comunque, in parte comprendo. Lo scorso anno, poi, ho appreso dalla stampa e anche da Paolo, con cui siamo amici, che a Cattolica tutto il gruppo di Prc aderiva a Sinistra Critica.

Non una scissione interna dunque…

F. No, c’è stato un travaso in toto. In ogni caso è stata una scelta democratica.
T. Sono stati chiamati gli iscritti e si è arrivati ad una decisione molto sofferta, dopo una consultazione.

Quindi, come sei arrivato ad essere oggi il segretario di Prc?

F. Mi ha contattato la Cristina (la prof.ssa Cerioli, recentemente scompara, ricordata anche da Cubia, ndr) e mi ha detto: Roberto, dobbiamo provare a rimettere in piedi il Prc qui a Cattolica. E siamo ripartiti. Sono persone nuove, nuovi iscritti. Ho ripreso in mano una Rifondazione dove ci sono persone e ragazzi che non erano stati attivi in politica precedentemente.

Tra Sc e Prc avete avuto momenti di confronto?

T. Fino ad ora no.
F. Ma tengo a precisare che i rapporti personali sono di stima reciproca.
T. E aggiungo che fino a questo momento, come Sc, non abbiamo avuto contatti con alcuna forza politica.

Paolo, sei tu il referente di Cattolica?

T. No, perché ora Sc ha un’organizzazione di circolo sovracomunale. C’è una realtà che, in ambito provinciale, comprende Cattolica, Misano, Rimini e il cui baricentro è Riccione.

La vostra è una divisione difficile da comprendere anche alla luce di posizioni analoghe che presentate su questioni essenziali: la visione anticapitalista, il ritenere che l’attuale crisi sia un’opportunità per rivedere la struttura sociale, il rapporto con i movimenti, la scelta non violenta, l’antirazzismo… Queste dinamiche di separazione non rischiano di disorientare chi ha un’anima di sinistra ma non vive sulle barricate?

F. Io ritengo che la base forse non riesca a comprendere queste sfumature. Ad esempio, Sc ha raccolto le firme per il salario minimo, una battaglia che condivido e per la quale ho firmato. Sono convinto che se ci mettiamo a un tavolo e parliamo tra Sc e Prc e magari anche con i Comunisti Italiani….

Mettiamoci anche i verdi…

F. Certo, dico la sinistra in generale, ci siamo divisi su delle cose che molti non hanno capito.

Da dove ripartire?

T. Secondo me, dai problemi reali che possono servire da collante per lavorare e intervenire prioritariamente. Penso, specie in questo momento storico, alla casa, ai salari, ai servizi sociali: tutte cose che oggi non sono più solo da migliorare ma da difendere perché attaccate frontalmente. Su questo occorrerebbe un’azione congiunta, che sarebbe anche una sorta di palestra per tentare di rompere delle chiusure sclerotizzate.
F. Sono d’accordo.

Occupiamoci ora di casa nostra. Una lettura della situazione di Cattolica e di come vi muovete a partire dalle vostre realtà…

F. Noi, come Prc, a livello provinciale ci siamo dati delle priorità, che poi sono quelle di cui parlava Paolo poc’anzi. Con il segretario Pantaleoni abbiamo buttato giù un canovaccio di punti guida con cui andare a discutere eventuali alleanze nei comuni. Uno è la tutela degli strati sociali più deboli, anche considerata la grave crisi economico-finanziaria per cui questo governo non sta facendo niente.
Io ricopro un doppio ruolo, sono segretario di Prc di Cattolica e il coordinatore di San Giovanni e quindi posso operare un confronto. A San Giovanni abbiamo presentato un emendamento al bilancio per istituire un fondo per i lavoratori che non hanno ammortizzatori sociali e si ritrovano licenziati dalla sera alla mattina: siamo riusciti a dialogare con il Pd e hanno votato a favore. Qui a Cattolica, con il Pd, è tutto un altro discorso. A tre mesi dalle elezioni non si sono ancora degnati di sentire il nostro parere. Lo scorso dicembre si è votato il bilancio, avrebbero potuto interpellarci, anche ipotizzando un dialogo futuro. Invece no: questi se lo sono votato nella più completa autoreferenzialità.

E con le altre forze politiche?

F. Abbiamo avuto degli scambi con la Coalizione Arcobaleno che ha appena ospitato nella propria sede una nostra iniziativa sul tema delle case popolari. Questo è un altro tema calda, con domande in continuo aumento.

Qualcuno del Pd non ha gradito molto la cosa.

F. Sì, è arrivata qualche voce anche a me. Ma non è che ci siano tanti spazi a Cattolica. Lo vediamo anche con gli incontri che la Coalizione Arcobaleno sta effettuando nei quartieri per presentare i risultati del questionario : “Decido anch’io la mia città”, Sono costretti ad andare nei bar (senza nulla togliere al valore sociale di questi luoghi). Dove sono le strutture pubbliche per permettere alla gente di incontrarsi, partecipare, discutere di politica?

C’è anche un significato politico in questa iniziativa congiunta…

F. Infatti, dopo esserci confrontati proprio su quei punti di cui parlavo prima, come Prc di Cattolica abbiamo deciso di appoggiare la Coalizione Arcobaleno con il nostro simbolo e i nostri candidati, come 5 anni fa fecero i Comunisti Italiani.

E voi di Sc come vi state muovendo?

T. Molto in autonomia. Stiamo elaborando un programma provinciale con i nostri consiglieri Conti e Pizzagalli. Per il resto, non abbiamo avuto nessun contatto e quindi la nostra sensazione è che ci sia una realtà molto chiusa a livello locale. Al massimo veniamo a sapere dalla stampa le cose. Ad esempio, dopo le Primarie abbiamo letto che Tamanti apriva a Sc, salvo la smentita di Gabellini del giorno dopo. Certo, se nessuno verrà a bussare, andremo a presentare il nostro programma e le nostre questioni irrinunciabili per allearci. Se c’è condivisione si vedrà cosa potrà nascere.

Quindi non avete già deciso per lista e candidato autonomi…

T. Intanto ci stiamo organizzando per correre da soli, ma non escludiamo a priori di poter fare accordi con chi condivide i nostri punti imprescindibili, tra cui il potenziamento dei servizi sociali e la casa, io come consigliere comunale da anni mi batto per questo problema. Cattolica è il fanalino di coda per appartamenti popolari, e anche il nuovo PSC contiene solo qualche riferimento a livello di promesse, tra l’altro per edilizia convenzionata, nemmeno popolare.
Hanno sempre chiuso le orecchie. Altro problema, anche se sovracomunale, la questione dell’inceneritore, causa ulteriore del passaggio dei consiglieri provinciali da Prc a Sc, per non aver mai accettato compromessi. Ancora: la metropolitana di costa. Sono anni che in Rifondazione dicevamo che è allucinante andare a spendere cifre enormi quando basterebbe potenziare il trasporto su rotaia, mentre si va nella direzione contraria tagliando i treni per i pendolari. Per tornare poi alle questioni di Cattolica, occorre riprendere una seria politica scolastica che, dopo anni di ottimo standard a livello di servizi, è andata costantemente peggiorando.

E il dialogo con la Coalizione Arcobaleno? Cinque anni fa, quando si presentò Bondi come candidato, il Prc rimase un po’ perplesso di fronte a questo “sconosciuto”. Ora che lo hai frequentato come collega in Consiglio comunale, la vedi diversamente o maggior ragione ribadisci la scelta di allora di prendere le distanze?

T. Sicuramente non c’è più il problema di allora: una figura estratta dal cilindro a poche settimane dal voto. Ciò, per Rifondazione, al di là della persona, significò un azzeramento di tutto il cammino che faticosamente avevamo condiviso con l’Arcobaleno. Restano, sempre al di là della persona, delle questioni che per noi sono irrinunciabili, molto legate a principi e valori. Ne cito una fondamentale: l’antifascimo. La nostra carta di identità dice: anticapitalisti e antifiascisti. Noi lo ribadiamo perché nelle liste civiche si rischia di sorvolare su questo argomento.

Vedi questo rischio per l’Arcobaleno?

T. Il rischio delle liste civiche è questo: sembra che il fulcro sia quello di una coalizione anti-Pazzaglini che per noi però non basta. Pazzaglini ha sicuramente incarnato un modo di governare la città che ci trova agli antipodi, ma questo per quanto riguarda noi, una delle prime cose che abbiamo messo in chiaro con la Coalizione Arcobaleno, per poterci sedere al tavolo, è stata la non apertura alle destre, di cui ad un certo punto si era scritto sui giornali. Abbiamo avuto rassicurazione e le liste sono le stesse di 5 anni fa. Ne faranno parte anche L’Italia dei Valori e i Verdi. E io ritengo che Rifondazione sia un valore aggiunto. Cinque anni fa, nel Prc, nemmeno io avevo digerito il modo in cui nel gruppo Arcobaleno, con cui stavamo dialogando, è stata presentata la candidatura di Bondi. Una persona essa lì alla fine senza alcun confronto con noi. Adesso ho avuto modo di verificare che lui e tutta la Coalizione offrono l garanzie che cerchiamo per un programma comune.

Come vedete la situazione politica di Cattolica, a partire dalla lacerazione interna del Pd?

T. Piuttosto ingessata; alla fine non c’è alcuna mossa. Probabilmente stanno cercando di riorganizzarsi al loro interno ma vedo tutto molto fermo.
F. Sono tre settimane che hanno concluso le primarie e m’aspettavo almeno una chiamata per lanciare un segnale: niente di niente. Secondo me sono preponderanti i problemi interni. Mi sembrano ai ferri corti tra fazioni.

Se doveste andare ad amministra la città, qual è la prima cosa che fareste?

F. Sicuramente bisogna dare un segnale di sinistra. Qualche giorno fa valutavo un recente studio della CGIL provinciale. Mi riferisco alla Social carde del governo. Io non sputo sopra i 40 euro: ma a Cattolica ne usufruiranno appena 135 persone. Pensiamo di poter risolvere con questi numeri il problema delle fasce deboli?

Ma questo non è colpa del’amministrazione…

F. Ma. considerato che il governo di destra fa solo cose del genere, il Comune deve intervenire con atti concreti a sostegno di chi è in difficoltà, a perso lavoro o non ha di che pagare gli affitti. Tra l’altro Bondi si è preso l’impegno, ed è stato un elemento determinante nella nostra decisione di allearci, di presentare un ordine del giorno per istituire quel fondo a cui accennavo sopra, che, come Prc, abbiamo già presentato a San Giovanni. Si è preso un impegno e se vinciamo le elezioni chiederò subito una svolta su questo punto.

Paolo, tu che ne pensi?

T. Su questo sono d’accordissimo: deve esserci una svolta. I soldi che il Comune, anche in questi anni di crisi, ha sempre rimediato per cose come le luminarie di Natale, devono trovare una nuova destinazione nel capitolo servizi sociali e casa. L’ho sostenuto più volte: questa amministrazione fa promesse, ma finché non vedo non credo. Come per l’asilo di Via I. Bandiera: è una vergogna che nemmeno in questi 5 anni si sia fatto nulla, nonostante i proclami del sindaco. Altre risorse si possono trovare anche perché sul versante del turismo le associazioni di categoria è ora che comincino a camminare sulle proprie gambe. La coperta è piccola e occorre tirarla in altra direzione.

Cosa mi dite del fatto che Cattolica vede aumentare le presenze di cittadini stranieri? Non viene fatto granché sotto il profilo della integrazione multiculturale…

T. E’ un aspetto che in campagna elettorale non incontra favore, ma diventa inevitabile pensare a centri e luoghi di aggregazione, utili non solo ai cattolichini, ma anche agli immigrati per consentire loro una nuova cittadinanza.

E Tu Roberto?

F. Sono pienamente d’accordo.

Bene: a questo punto sembra da questa chiacchierata, esisterebbe già un programma comune…

 

di Amedeo Olivieri

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L’occasione

L'occasione

L'occasione

Dal numero 79 di Cubia – Febbario 2008

Ancora una campagna elettorale! Tranquilli, non ho intenzione di entrare nel merito dei contendenti, non credo avvertiate la necessità dello sfogo dell’ennesimo deluso. Intendiamoci: sono più che annientato dalla evenienza di ritrovarmi nuovamente Berlusconi come padrone del parlamento. Né mi conforta molto il volto rassicurante della borghesia ingentilita e culturalmente pretenziosa incarnato da Veltroni. Ascoltarlo propugnare da Spello, luogo di spiritualità francescana, il vangelo della crescita economica è stato tutt’uno con l’immaginare il soprassalto dell’assisiate nella tomba. Ma, nonostante il disincanto per i vari candidati, la mia indole non mi permette di accondiscendere a quel pensiero, invero liberatorio, di mandare tutto a quel paese, come Moretti nel film “Aprile” quando esce in strada e, guidando la vespa con una mano, sparge al vento con l’altra la marea di scritti ritagliati nel tempo dai giornali. Mi affido, perciò, ad un approccio più distaccato e cerco ispirazione negli articoli di politica elettorale di “Psicologia Contemporanea”. Due ricerche condotte durante le recenti elezioni italiane e statunitensi indicano che più i candidati vengono percepiti dall’elettore come simili a sé, maggiore è l’intenzione di votarli. Un po’come se pensassimo: “più mi assomigli, più posso fidarmi di te” sostiene l’autore. In altro modo, lo affermava già il senso comune: ognuno ha i governanti che si merita. E i personaggi che arrivano a piazzare il sedere sulla poltrona non sono in grado di osare cambiamenti efficaci se non quando i sondaggi li informano che il clima culturale è cambiato. Quando va bene inseguono, non hanno il coraggio di anticipare pure se adorano i continui trasformismi inneggianti al futuro e al cambiamento. Ne discende una prima indicazione: se vogliamo tentare il rinnovamento vale la pena ripartire da noi stessi. Che tipo di elettori siamo? Coloro che per mestiere cercano di rispondere a tale interrogativo, nell’ultimo decennio attribuiscono sempre meno incidenza alle classificazioni tradizionali basate su classe sociale, territorio di appartenenza, tradizione familiare, religione, genere, età, ossia quei fattori che hanno orientato le scelte politiche in passato. “Classicamente, il voto a sinistra, è stato di volta in volta ricondotto alla condizione di operaio, di lavoratore dipendente, di povero. Il voto a destra, invece, è stato ricondotto alla condizione di imprenditore, di lavoratore autonomo, di ricco. Oggi questo paradigma scricchiola”afferma Ricolfi. Attualmente le direzioni di analisi più promettenti sulle diverse identità politiche sono quelle che indagano le preferenze di voto in relazione ai valori individuali. Uno strumento di questo tipo è il QPV (Questionario di Profilo Valoriale), messo alla prova anche durante le tornate elettorali del ‘96 e del 2001. Cerca di ricostruire la gerarchia etica dei votanti esplorando come la pensano in dieci dimensioni, che riporto unitamente a come sono definite. 1. POTERE: status sociale e prestigio, controllo e dominio su persone e avvenimenti; 2. REALIZZAZIONE: successo personale attraverso la dimostrazione di competenza in base agli standard sociali; 3. EDONISMO: piacere personale o gratificazione dei sensi; 4. STIMOLAZIONE: ricerca di nuove sensazioni, esperienze eccitanti e sfide; 5. AUTONOMIA: indipendenza di azione e pensiero. Creare, esplorare; 6. UNIVERSALISMO: comprensione, apprezzamento, tolleranza e difesa di tutti i popoli e della natura; 7. BENEVOLENZA: cura delle persone con cui si è a contatto diretto; 8. TRADIZIONE: rispetto e accettazione dei modi di comportamento e delle idee appartenenti alla tradizione culturale o religiosa; 9. CONFORMISMO: contenimento di azioni, tendenze e impulsi che possano indisporre gli altri o violare le aspettative sociali; 10. SICUREZZA: incolumità, armonia e stabilità della società. L’analisi, condotta su 1778 elettori, evidenzia il raggiungimento di preferenze più elevate riguardo a Universalismo e Benevolenza per i votanti stabili del centro-sinistra mentre quelli stabili di centro-destra primeggiano in Realizzazione, Potere, Sicurezza e Conformismo. Simili tra i due elettorati le rimanenti dimensioni. Dunque la seconda indicazione: perché invece di dibattere tra amici e conoscenti su quello che ci propinano i candidati ufficiali nelle incessanti incursioni mediatiche, non dirottiamo il confronto sulle nostre gerarchie in merito a tali valori? Ma, attenzione! I ricercatori hanno rilevato (bella scoperta) che, nelle autopresentazioni, tendiamo a manifestare il nostro volto ideale e non quello reale, cioè ci dipingiamo migliori di come siamo. Per ovviare a ciò, in uno studio su un campione di 1200 elettori, si è utilizzato uno strumento diverso: il QPM (Questionario di preferenze morali). Sua caratteristica rispetto al precedente è quella di privilegiare l’indagine sui comportamenti concreti dei soggetti in contesti specifici, piuttosto che su atteggiamenti generali e astratti. Attraverso una batteria di 45 domande viene richiesto di formulare giudizi di fronte a impegnativi dilemmi morali. Del tipo: toglieresti il figlio dall’asilo perché un compagno è malato di AIDS? Porresti termine alla vita di un malato incurabile? Apriresti l’università solo ai più meritevoli? Permetteresti alle coppie gay di avere figli? e così via. Dalle risposte al QPM emergono due assi etici predominanti. Nel primo si contrappone il principio di Solidarietà Incondizionata, per il quale chiunque ha sempre diritto a un’altra chance (ad es: ritenere che gli immigrati clandestini non debbano essere espulsi, che nemmeno la violenza sui minori giustifichi la pena di morte, che anche chi si rifiuta di donare gli organi abbia diritto a riceverne), al principio di Responsabilità Personale che ritiene che colpe ed errori vadano comunque scontati (e ritiene il contrario nei casi citati). Il secondo asse contrappone gli Individualisti (chi privilegia la cultura dei diritti per cui la società è al servizio dell’individuo e l’unico limite alla libertà personale è quella altrui) agli Istituzionalisti (è la società ad avere un primato morale sull’individuo così come esiste un ordine naturale che pone limiti anche in mancanza di danni a terzi). Disputando con il prossimo di simili questioni è utile tenere presente il criterio kantiano che ci rammenta Comtè-sponville: “Non confondiamo convinzioni e sapere. Kant distingue tre gradi di credenza: l’opinione, che ha coscienza di essere sia soggettivamente che oggettivamente insufficiente; la convinzione (fede compresa), che è sufficiente solo soggettivamente, ma non oggettivamente; infine il sapere che è sufficiente sia soggettivamente che oggettivamente.” Sfruttare l’occasione del voto per attivare controversie di tale portata forse sarebbe l’unica vera novità di questa campagna elettorale.

di Amedeo Olivieri

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Il Nero col nome che suona

5 Novembre 2008, Italia

Barack Obama

Barack Obama

Tratto da Cubia n° 86 – Novembre 2008

(brevi considerazioni a margine di una vittoria)

Barack Obama ha vinto le elezioni presidenziali negli States. Non so se gli si permetterà di lavorare, né in che misura. So che una ventata di aria fresca ha preso il posto della plumbea, pesante cappa decennale dell’era bushiana. Sentire parlare di Pace, di Ambiente, di ritiro delle truppe dall’Iraq, di finanziamenti all’Istruzione, di aiuto alle classi povere, fa bene al cuore e alla testa di milioni di cittadini del mondo che nel mondo sono costretti troppo spesso a subire impotenti la piaggeria, a volte imbarazzante, dei propri governanti nei confronti di impresentabili amministrazioni nord-americane (l’ultimo incontro Berlusconi-Bush, a tal proposito, è da annali: il primo completamente sdraiato di fronte al collega d’oltreoceano, più disorientato del solito per tanta grazia ricevuta in un momento in cui persino i suoi amici repubblicani l’avevano scaricato; si veda al proposito proprio le ultime elezioni durante le quali un sudato McCaine si sfiniva nel prendere le distanze dall’attuale Presidente).

Quel Yes, We can, dunque, risuonato così forte e a lungo, ha pagato: un afro-americano, novello Poitier, “andrà a cena” nella Casa più bianca che ci sia. Non so se gli si permetterà di lavorare, né in che misura, ma non si può che gioire. Lo dico da comunista che non ama particolarmente un Paese costruito sulla competitività, sull’individualismo esasperato, sulla falsa credenza che “uno se non ce la fa è perché non ne ha le capacità”, che “scoppia” di armi, che si considera incommensurabilmente superiore ad ogni altro, che tante volte esporta guerra laddove dice di portare pace.

La realtà nord-americana non può essere letta con gli occhiali di noi europei, lo so: troppo diversa la mentalità; molto più breve la storia; diversa la nascita; differenti gli spazi… eppure non si può rimanere indifferenti di fronte alla vittoria di Obama perché ci si sente fratelli dei ghetti, dei diseredati, di chi viene nascosto se gli occhi del mondo guardano. Si respira la loro speranza e, per una volta, la parte impaurita, chiusa, retriva, rozza, la parte che tiene perennemente “il fucile puntato” sembra essere all’angolo, spazzata dal vento che pare di quelli buoni. Io sono con i palestinesi che hanno ballato, con chi nel mondo ha brindato e, negli USA, con tutte quelle minoranze, spesso emarginate, tornate a votare nella consapevolezza che il we can riguardasse anche loro.

Alla fine, diciamocelo: è quasi certo che tenteranno di non farlo governare. Le potenti lobbies economiche che votano, brigano, governano il mondo e le banche complici di brutture enormi e i fondi monetari abituati a muoversi indisturbati, sono sempre pronti a colpire qualsiasi embrione possa anche solo scalfire lo status quo a loro tanto caro e a far succedere qualcosa che impedisca un vero riscatto non solo della parte più debole della popolazione nordamericana, oggi strangolata e tenuta a bada dal cattivo cibo, da un’ interminabile sequela di debiti e dal terrore dell’Islam (comodo demone creato ad hoc per compattare sotto un’unica bandiera), ma, direi, anche della parte più debole della popolazione mondiale.

Sarà allora che Obama dovrà dimostrare, se veramente c’è, la sua diversità. Che sarà direttamente proporzionale ai no che dirà e a chi li dirà. E dovrà dirli, questo è certo. E le sue spalle, se quei no li dirà, dovranno farsi larghissime per reggere le pressioni enormi che gli si scaricheranno addosso da ogni dove.

Se il suo essere nero, la sua storia personale, la sua vita, insieme a tutto ciò che ha promesso in questi interminabili mesi, non gli consegneranno una marca del tutto diversa rispetto al suo disastroso predecessore, credo che si ritroverà come lo Stregatto della fiaba di “Alice nel Paese delle Meraviglie”, che se ne va scoppiando come una bolla, ma dimenticando di portarsi dietro il suo stesso sorriso che rimane nell’aria e nell’occhio di chi aveva creduto di vedere in lui qualcosa che non c’era.

Articolo di Daniela Franchini

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