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Riaffiorano i ricordi

 

Basilica sant'Apollinare

Basilica sant'Apollinare

Tratto da Cubia n° 57 – Dicembre 2005

Era la prima estate dopo la fine della guerra, il mese di Luglio, ed io ero in viaggio fra la Lombardia e la Romagna. Mi ero trovata all’improvviso a capo della mia famiglia in uno dei periodi più difficili della vita. I miei genitori avevano un’età molto avanzata e toccava a me avere cura di loro. Mia madre (figlia maggiore dell’eroico garibaldino Emilio Fabbri), coraggiosamente aveva voluto ritornare nel paese natale, Coriano, pur sapendo che era stato quasi totalmente distrutto. Io l’avevo dovuta accompagnare e lasciare lì, in una piccola stanza senza soffitto e con il tetto che lasciava vedere le stelle: una rete sul pavimento con un materasso, un cuscino, le lenzuola e qualche coperta; ma se pioveva ci voleva l’ombrello. Rientrando, avevo preferito percorrere la via Romea, con minore traffico e meno oppressa dal caldo, perché rasentava il mare. Ero partita da Coriano la mattina presto in bicicletta, senza mai fermarmi prima delle ore calde. Il pedalare non mi impediva di pensare e di soffrire, preoccupata della vita futura. Ero senza fede e senza speranza, quando vidi lontano stagliarsi contro il cielo azzurro un bel campanile ed una bella, grande chiesa. Non mi ero accorta di essere giunta a Classe e stavo raggiungendo la basilica di sant’Apollinare, scrigno prezioso dell’arte bizantina. Mi beai di quella vista (l’arte consola!), poi raggiunsi Ravenna per riposarmi, e mi fermai in un piccolo albergo, che portava i segni dei bombardamenti. Il giorno dopo raggiunsi la provincia di Brescia, dove mi attendevano il babbo e mia sorella.

Per il babbo, il più delicato di salute, era stato riservato il viaggio più comodo: la Pontificia Opera di Assistenza aveva organizzato un treno speciale per tutta l’Italia, con vari pernottamenti in case provviste di letti. In Agosto il babbo ed io lasciammo Brescia e scendemmo a Rimini. In una parte meno frequentata della stazione, ma sotto la tettoia, ammucchiammo le nostre povere, ma care cose: un materasso non troppo strettamente arrotolato, su cui ci riposammo coi piedi appoggiati su una valigia. Finalmente, il benvenuto in Romagna ce lo diede, nella nostra bella lingua italiana, al mattino un interprete, che affiancava il militare che comandava la stazione. “Vae victis!”, disse l’elegante ufficiale vincitore, che non seppe però mai chi aveva tanto disprezzato: due persone magre, molto modestamente, quasi poveramente vestite, contornate da ancora più povere cose, come gli zingari. Una, dimenticati gli studi fatti, elemosinava un passaggio; ma l’altro era stato da studente l’allievo più stimato di Valfredo Carducci, fratello del poeta, capo del collegio-convitto della scuola normale di Forlimpopoli; diplomato a pieni voti, insegnò per 50 anni; per parecchi anni fu l’unico insegnante del Corso integrativo (classi sesta, settima ed ottava), poi Corso d’Avviamento al lavoro. Il Ministero di allora gli diede la massima onorificenza, insignendolo dell’Ordine di San Maurizio al merito educativo. In tempi successivi, l’Ispettore Didattico di Rimini, Prosperino, in una riunione di tutti gli insegnanti del circolo di tutto il riminese, per aggiornarli in base alle nuove direttive ed ai nuovi programmi, lo segnalò dicendo che fu il precursore dei nuovi metodi scolastici.

Io so anche che fu, al di fuori della scuola, umile con gli umili: nel periodo della prima guerra mondiale, con la mamma fu l’amministratore e distributore incaricato delle pensioni di guerra fino al 1919. Ella inoltre per tutta la vita aiutò le persone analfabete o quasi nella corrispondenza: domande a vantaggio dei mariti o dei figli richiamati alle armi; donne che venivano spesso a casa e per le quali essa trovava sempre il tempo; diceva: “Andate a comprare un foglio e una busta”. Al loro ritorno aveva già preparato sul tavolo il calamaio e la penna; scriveva quanto desideravano e, completata la busta (sapeva gli indirizzi dei vari Ministeri o degli Enti provinciali), la consegnava loro facendola impostare personalmente. La conoscevano tutti; venivano da Mulazzano o da Cerasolo, dal confine della Repubblica di San Marino. Per quello volle rivivere fra di loro.

Non si era mai fatta pagare, ma talvolta portavano un piccolo involto di erbe di campagna, una palla di cavalo, una ricotta, qualche grappolo d’uva, secondo la stagione. Quando seppero che era ritornata, qualche famiglia di campagna incoraggiò la ripresa della vita con un pulcino od un anattrocolo.

di Biancamaria Liverani

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