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Pasticcio di numeri in salsa vanziniana

San Gelmino Tremontino

Tratto da Cubia n° 99 – Febbraio 2009

Ultimamente si parla alquanto di scuola. L’aspetto positivo è che si creano occasioni perché le riflessioni possano divulgarsi ed affinarsi. L’altra faccia della medaglia, oltre al rischio di saturare la pazienza degli interlocutori, è il pressapochismo, specie in un panorama mediatico nel quale più un argomento è scomodo e complesso e prima viene liquidato. Ne sono un esempio diverse affermazioni in cui si lancia Gianfranco Vanzini nei due precedenti numeri di Cubia avendo, a suo dire, il conforto dei numeri. Ma i numeri non oppongono resistenza quando vengono forzati a proclamare verità che stanno, a priori, solo nella testa di chi li maneggia con troppa approssimazione. Vanzini parte citando un commento giornalistico inerente il Rapporto 2009 dell’Ocse (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) sullo stato dell’educazione nei paesi industrializzati e sentenzia che “tabelle e percentuali bocciano il sistema scuola Italia”. Su quali dati si basa? 1) NUMERO MEDIO ANNUO DI ORE DI ISTRUZIONE: qui l’Italia si colloca ai primi posti con 990 ore nella primaria. Ma per dedurne alcunché occorre tenere presenti le peculiarità della scuola italiana che non consentono di fare confronti generici. Vanzini riporta il dato della Finlandia di 608 ore. Ora, sul sito di Eurydice, la banca dati dei sistemi educativi europei, si specifica che, in Finlandia, i giorni di scuola annui sono 190 (da noi 200) e che l’orario di lezione è fino a 5 ore al giorno (totale 900 ore). D’altra parte, se si dividono le 608 ore annue per i 190 giorni otteniamo una media giornaliera di 3.2 ore, un po’ pochine direi. E, se non fosse accecato dalla devozione incondizionata per San Gelmino-Tremontino, anche Vanzini avrebbe capito che qualcosa non quadrava. Infatti l’OCSE nel suo rapporto conteggia solo le ore di lezione frontale e, guarda caso, in Finlandia ci sono diverse ore di laboratorio rese possibili da uno stato che investe fortemente nell’istruzione pubblica, realmente gratuita, e dispone di strutture all’avanguardia. Vanzini prosegue: “Se il tempo impiegato da alunni e docenti è così alto, perché i risultati sono così modesti?” E cita i dati dei test OCSE PISA (Programma Internazionale di Valutazione degli Studenti). Però non considera che si parla di test sottoposti ai quindicenni. Quelli comparativi per le fasce di età più basse non li effettua l’OCSE ma l’IEA (Agenzia Internazionale di Valutazione). In tali indagini, svolte alla fine della IV primaria, gli alunni italiani si situano molto in alto nella classifica mondiale, ben al di sopra della media sia in lingua, che in matematica e scienze. Attenzione, dunque, alle bocciature indistinte della scuola italiana, tanto facili quanto inutili ai fini di individuare in quali segmenti occorre concentrare gli sforzi per migliorarne la qualità. 2) IL NUMERO MEDIO DI STUDENTI PER INSEGNANTE: il dato riportato da Vanzini non tiene conto della presenza nella scuola italiana di 90mila docenti di sostegno (fatto che l’EU ci invidia) che in altri paesi sono alle dipendenze di enti diversi, e di 26mila docenti di religione cattolica pagati dallo stato (fatto che l’EU non ci invidia). Se, onde rendere possibile un confronto corretto, si scorporano questi docenti dal totale, si scende ad un rapporto insegnante-studente pari a 7.8, quasi in linea con il 7.5 della media europea. 3) IL PRESUNTO RISPARMIO DELLO STATO PER GLI ALUNNI DELLE PARITARIE. Vanzini cita i dati di una ricerca dell’AGESC (associazione genitori scuole cattoliche) del 2009 (invero è del 2007), dove si effettua un calcolo particolare, che esemplifico applicato alle primarie. Si considera ciò che lo stato spende per ogni alunno della scuola statale (7.366 euro). Da tale cifra si sottrae quanto lo stato spende per ogni alunno della paritaria (866 euro) e si ottiene la cifra che lo stato risparmia per ogni alunno che invece di andare alla scuola statale va alla paritaria. Moltiplichiamo questo per tutti gli alunni che frequentano la scuola paritaria dei vari ordini di scuola e…voilà: si ottiene il risparmio totale di oltre 6 miliardi di euro. Il ragionamento è talmente sciocco da sembrare impossibile che sia fatto in buona fede. Infatti, nel costo che lo Stato sostiene per ciascuno studente che frequenta la propria scuola ci sono conteggiati tutti i servizi educativi e questi non sono individuali quindi non è un costo che si può replicare uguale per ogni studente aggiunto. Ad es, se a Cattolica i 20 bambini della classe I delle Maestre Pie andassero alle statali, lo Stato non avrebbe costi aggiuntivi in quanto ne distribuirebbe 4 per ognuna delle 5 classi prime già esistenti, senza per questo assumere nuovi docenti. Ci sarebbero solo aule più affollate. Paradossalmente, lo Stato addirittura risparmierebbe in quanto la spesa pro capite, divisa tra più alunni, verrebbe a diminuire. E’ un meccanismo che si vede bene all’opera analizzando il Rapporto 2009 di Legambiente dal titolo “Scuola Pubblica: saldi di fine stagione”. Confrontando i numeri del 2009/10 con quelli dell’anno prima si constata che all’aumento di 37.876 alunni si risponde con una riduzione di 4.945 classi e di 36.218 docenti! Ciò dimostra che, grazie ai tagli di San Gelmino-Tremontino, se anche molti studenti delle paritarie andassero alle statali non costerebbero necessariamente di più alla Repubblica che, anzi, pur avendo dimezzato negli ultimi otto anni i finanziamenti alle proprie scuole ha, nel medesimo periodo, aumentato il contributo alle scuole paritarie del 70 % passando da 332 a 562 milioni di euro. Per non parlare dei contributi regionali o comunali, come quelli di Cattolica. Nella convenzione per il 2010, il sindaco Tamanti, senza considerare l’handicap, non presente dalle suore, versa alle maestre Pie 16.640 euro per circa 200 bambini, contro i 18.143 euro per i 700 bambini della Direzione Didattica. In chiusura due consigli, non richiesti, per Vanzini. 1) Se vuole sapere quante risorse investe veramente lo Stato per la scuola analizzi i dati del rapporto Ocse 2009 che ha omesso di citare o quelli sfornati da Eurostat. Scoprirà che l’Italia è al 18esimo posto (sui 27 paesi EU) per la percentuale del PIL spesa nella scuola, ben al disotto della media. 2) Se davvero sente che la sua mission è quella di far risparmiare lo stato sulla spesa pubblica lasci in pace per un po’ la scuola e vada a spulciare tra i conti del Ministero della difesa. Un solo cacciabombardiere costa come 300 asili nido o come l’indennità annuale di disoccupazione per 15mila precari. E il Governo ne ha in ordine 131. Aspetto fiducioso.

Di Amedeo Olivieri

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Caccia alla merdaccia

 

Tom Bentley

 

Tratto da Cubia n° 98 – Gennaio 2010

Era ora. I dipendenti pubblici saranno sottoposti ad uno screening approfondito il cui verdetto servirà per stilare graduatorie di merito e operosità. Via i mangiapane a tradimento, niente più vagabondi cronici pagati con i soldi di tutti, al bando gli incompetenti. Semaforo verde, al contrario, per coloro che risulteranno in regola con i requisiti richiesti. Da chi? Dal gioiellino Brunetta, alias ministro della funzione pubblica, il cui D.L n.150 è stato pubblicato in Gazzetta lo scorso ottobre. Tutto a posto, dunque. Presto i servizi pubblici di cui potranno godere i cittadini saranno finalmente di qualità, la loro efficacia ed efficienza senza precedenti. Ma sarà davvero così? Tenterò di rispondere a questa domanda soffermandomi sul comparto scuola e ponendo soprattutto questioni. 1) E’ possibile valutare oggettivamente le competenze dei docenti? Brunetta (in corsivo le citazioni testuali) scommette di sì tant’è che prevede una graduatoria di merito attraverso l’individuazione di tre fasce di docenti così ripartiti obbligatoriamente: 25% di Top, 50% di mediocri, 25% di merdacce. Come pensa di misurare e valutare quella che viene chiamata performance dei dipendenti? Gli obiettivi da raggiungere vengono stabiliti dagli organi di indirizzo politico-amministrativo e debbono essere specifici e misurabili in termini concreti e chiari. Arriveranno ulteriori disposizioni ma sicuramente come metro per giudicare il docente verranno utilizzati anche i test sui risultati degli alunni, il che crea non pochi problemi. Cosa rilevare: il rendimento in italiano, matematica e scienze? Davvero non conta altro per le finalità della scuola? E il clima di classe, il livello di motivazione degli studenti, lo sviluppo delle capacità relazionali, espressive, comunicative, sociali? La normativa relativa all’obbligo scolastico introdotta nel 2007, recependo quella della UE, individua 4 assi culturali (dei linguaggi, matematico, scientifico-tecnologico, storico-sociale) e indica ben otto competenze chiave per poter esercitare una piena cittadinanza: Imparare ad imparare, Progettare, Comunicare, Collaborare e partecipare, Agire in modo autonomo e responsabile, Risolvere problemi, Individuare collegamenti e relazioni, Acquisire ed interpretare l’informazione. Volutamente non vi ho risparmiato l’elenco perché possiate rendervi conto della complessità di misurare in maniera compiuta e attendibile tutte queste variabili. Non siamo nemmeno capaci di fare tesoro delle esperienze degli altri. Ascoltiamo cosa diceva in proposito nel 2002 Tom Bentley, consigliere dell’istruzione nel governo Blair, relativamente al sistema scolastico inglese che aveva fatto della valutazione oggettiva degli studenti il cavallo di battaglia per misurare la qualità della scuola e dei docenti: “L’importanza prioritaria posta sui risultati dei test ha spinto le scuole e gli insegnanti ad “insegnare per il test”. Questo rafforza un sistema all’interno del quale gli studenti non sono incentivati a trasferire le abilità da una disciplina ad altre discipline o a risolvere problemi reali all’interno delle discipline, a sviluppare cioè le conoscenze in modo da poterle applicare nella vita reale, oltre le prove d’esame”. E prestiamo attenzione anche alle parole di Kim Marshall, provveditore di Boston, che ha appena pubblicato: “Ripensare la valutazione dei docenti” in un America dove Obama, a fronte di un investimento nella scuola senza precedenti, ha rilanciato il dibattito (almeno lì si discute) sul tema dello stipendio associato al merito (merit pay): “Il merit pay si è dimostrata una strategia inefficace per migliorare l’insegnamento e l’apprendimento. Ecco perché: 1) Mina il lavoro d’equipe. Gli insegnanti che sono ricompensati per i migliori risultati conseguiti dai loro studenti sono meno propensi a condividere idee e esperienze con i propri colleghi; 2) I migliori insegnanti lavorano già moltissime ore e non ci sono prove che un aumento di stipendio li porti a lavorare di più o in modo più brillante o che gli insegnanti mediocri siano motivati a migliorare. Capita esattamente il contrario e i mediocri faranno ancora peggio; 3) Le prove standardizzate spesso sono insensibili nei confronti dei problemi educativi e, il più delle volte, misurano le condizioni familiari più che il valore aggiunto dato dal lavoro dell’insegnante”. Quindi come misurare il reale contributo apportato nell’anno dal singolo docente? Si dice che dovremmo misurare accuratamente il livello di partenza e compararlo con i risultati in uscita per valutare la qualità del cammino percorso. Dunque, vai con le batterie di quiz iniziali e finali. Quanto tempo resta per l’apprendimento? E peccato che poi gli esperti dicano che occorrono almeno tre anni di dati per misurare l’efficacia di ciascun insegnante. Ma continuiamo con i problemi aperti: se un docente eredita una classe dove ha lavorato una merdaccia dovrà pagare per un demerito non suo, così come sarà premiato indebitamente chi acquisisce una classe eccellente? E per quanto riguarda i docenti di sostegno?
Allora Signori, qui stiamo parlando di “materiale umano”, altamente differenziato e specifico, così come ogni gruppo-classe costituisce un’alchimia difficilmente replicabile. Non si può ragionare in termini di premi-produzione come per aziende che sfornano materiali o servizi standardizzabili (Ad esempio anche operare un’ernia oggi ha un protocollo standard per cui è possibile verificare se un chirurgo lo ha seguito o meno). Questo significa che singole scuole e docenti non possano essere valutati per quanto vanno facendo? Ovvio che no. Così come non significa che tra i docenti non esistano differenti livelli di professionalità. Stiamo solo dicendo che, se ci interessa davvero il miglioramento della scuola in funzione dell’apprendimento autentico degli studenti, abbiamo in primo luogo a che fare con reali problemi di valutazione equa. Poi, quand’anche fosse che disponessimo di informazioni attendibili su pregi e difetti di ogni docente, volendo davvero introdurre circoli virtuosi di cambiamento occorrerebbe puntare sulla collaborazione reciproca e sull’osmosi delle migliori pratiche disponibili. Altro che abbassare lo stipendio alle merdacce, impedir loro di accedere a incarichi e aggiornamento professionale, eliminare progressione di carriera e sbatterle sul sito internet della scuola per essere esposte alla pubblica gogna. Che è quanto ordina il decreto Brunetta aprendo la stagione della caccia alla merdaccia.

Di Amedeo Olivieri

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Una lettera dal … Sud del Mondo

 

Federic Beigbeder

 

Tratto da Cubia n° 98 – Gennaio 2010

… anche in Brasile, se una città vuole acquistare un certo status, costruisce una cattedrale chiamata “Shopping Center”. Questi centri hanno linee architettoniche che ricordano cattedrali stilizzate. I centri sociali, con loro profili da cattedrale, sono templi del consumo. Una volta lì, si entra nel chiostro, al suono del gregoriano postmoderno, una musica da sala d’attesa, si contemplano le varie cappelle, dove, in nicchie accudite da bellissime sacerdotesse, sono custoditi i venerabili oggetti di consumo. E chi non può comprarli si sente all’Inferno. Chi deve ricorrere all’acquisto a rate si sente in Purgatorio. E chi può comprare in contanti si sente in Paradiso.

I tre si consoleranno comunque all’uscita, con l’eucarestia postmoderna distribuita alla mensa del McDonalds.

Il centro commerciale è il luogo in cui i poveri spariscono dal paesaggio: non ci sono mendicanti, non ci sono bambini di strada, non ci sono accattoni. E’ in poche parole il luogo in cui posso fare finta che questa realtà non esiste. Vi si vive l’illusione di una società ideale, in cui tutti i beni sono a portata di mano e nessuno è privato della possibilità di acquistarli semplicemente perché non si veda la folla dei poveri.

Non è qui che si annida la felicità. Non è nella pubblicità che propone continui acquisti. Di questo parere è Federic Beigbeder che nel suo libro scrive:

“Sono un pubblicista ebbene sì, inquino l’universo. Io sono quello che vi vende tutta questa merda. Io vi drogo di novità, e il vantaggio della novità è che non resta mai nuova. C’è sempre una novità più nuova, che fa invecchiare la precedente. Farvi sbavare è la mia missione. Nel mio mestiere nessuno desidera la vostra felicità, perché la gente felice non consuma“.

Non è cambiato niente: ad Atene, Socrate soleva andare per le strade dove c’erano botteghe, anche a quel tempo i venditori uscivano sulla porta chiedendo se potevano servirlo, lui rispondenva: “No, sto solo osservando quante cose esistono di cui non ho bisogno per essere felice”.

Antonio

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Thank You Mr. Charles

Charles Darwin

Tratto da Cubia n° 96 – Novembre 2009

Sono d’accordo con chi sostiene che il vero genitore non è necessariamente quello biologico, ma chi assume dentro di sé e verso la società il compito di crescere un bambino, accudirlo e tutelarlo. E i figli sentono e comprendono tutto ciò ben oltre la consanguineità. Vorrei trasferire questa considerazione in ambito di generazione della conoscenza. Diciamo che sto parlando del genitore epistemico. Colui che ti inizia alla verità più radicale cui un individuo possa aspirare, in grado di svelare qualcosa di attendibile non solo riguardo le fondamenta del tuo essere, ma sulla esistenza stessa di quella vicenda strabiliante e insieme tragica che da noi, in questo pianeta disperso nel cosmo, chiamiamo Vita. Non ho dubbi nel riconoscere uno dei miei padri epistemici in Charles Darwin, di cui quest’anno ricorre il bicentenario della nascita e il 150esimo della pubblicazione de “L’origine delle specie”. Grazie a ciò che ha scoperto sulla evoluzione e dagli studi che ne sono seguiti, oggi sono in grado di sapere da dove viene questo mio corpo mortale e come ha potuto arrivare fin qui. Posso leggere il mio pedigree attraverso milioni di anni, specchiarmi nelle mutazioni casuali dovute ad errori di ricopiatura durante la replicazione del DNA nelle cellule nei miei antenati, considerarne gli effetti selettivamente promossi o cassati dal tribunale naturale dei fenomeni ambientali, rammaricarmi per tutte le volte che una nuova specie ha imboccato un vicolo cieco fino ad essere inghiottita dall’incolpevole indifferenza delle congiunture sfavorevoli, scoprire nel mio corpo lasciti evolutivi come ernia e singhiozzo dovuti a pesci e girini che mi hanno preceduto filogeneticamente. Ancora, posso gioire, ravvisandone un motivo sufficientemente fondato, per essere un giorno entrato anch’io a far parte della vicenda di questo marasma capace di auto-organizzazione nominato Biosfera. Già avverto l’obiezione: “ecco uno di quei materialisti riduzionisti che si accontentano della trivialità della conoscenza scientifica, capace forse di informarci sul come siamo stati originati biologicamente dall’inizio dei tempi, ma assolutamente impotente a parlarci del Dio creatore che ci ha voluto e pensato da prima che i tempi fossero”. A parlare così, spesso, sono coloro che hanno sete di conoscenze più elevate, cosiddette spirituali, e si affidano a un genitore gnoseologico capace di affossare quello epistemico mentre dispensa, a lor dire, le uniche verità adeguate alla misura dell’anima umana, non importa se indimostrabili o immaginarie: quelle relative alla presenza del divino e alla sua azione creatrice. Dotati di affabulazione suadente, costoro però mostrano sovente almeno due falle vistose nel loro metodo di produzione del discorso (che peraltro amano definire Rivelazione onde tutelarlo dalla contaminazione con la cagionevole ragione umana).La prima falla è quella della mancata padronanza delle conoscenze di quanto Darwin ci ha lasciato in eredità. Non sto parlando di approfondimenti specialistici ma di alcuni principi esplicativi che richiedono giusto una conoscenza base delle discipline scientifiche. Chiedete in giro a dei fervidi creazionisti quali siano i capisaldi della teoria dell’evoluzione e toccherete con mano l’ignoranza al riguardo. E proprio dall’ignoranza derivano diverse argomentazioni infondate contro Darwin. Come, ad esempio, sostenere che la teoria dell’evoluzione è, appunto, solamente una teoria e quindi le sue verità sono tutte da dimostrare. Il problema nasce dal doppio significato del termine, come spiega C. Smith ne “I Falsi miti dell’evoluzione”: “Nella lingua comune, una teoria è una congettura o una supposizione che ha la stessa valenza di qualsiasi altra opinione. Nel linguaggio scientifico, invece, una teoria è la spiegazione logica, comprovata e supportata da prove di una serie di fatti e quindi tutt’altro che una supposizione. Il punto di forza della teoria dell’evoluzione sono le prove che la confermano e le vengono da una lunga serie di discipline scientifiche (biologia, botanica, ecologia, genetica, geologia, paleontologia, archeologia, embriologia e zoologia)”. Sempre da una valutazione molto naif deriva un altro luogo comune dei detrattori di Darwin: la necessaria presenza di un progettista dietro alla complessità di organi altamente sofisticati quali, ad es, l’occhio umano. Qui ciò che difetta è la considerazione di una scala temporale sufficientemente estesa da comprendere i successivi innesti e adattamenti di modifiche progredite lentamente per tentativi ed errori.La seconda falla si manifesta laddove, pur in presenza della padronanza dei concetti della teoria dell’evoluzione, questi non si riescono o non si vogliono porre in relazione con le credenze a priori riguardo la natura provvidenziale del disegno divino sulla vita. Si ritiene cioè di poter tenere distinti i piani di scienza e fede in nome del diverso dominio di indagine: dell’Autore si occuperebbe la religione, del suo modus operandi la scienza. Ma davvero le due questioni sono disgiunte e reciprocamente impermeabili? Possibile che conoscere il modus operandi non mi dica nulla riguardo al Soggetto che ne fa uso? Se venissi a scoprire che i miei genitori prima di me hanno generato e soppresso mediante esperimenti omicidi diversi figli perché non confacenti ai loro canoni, sarei ancora capace di gratitudine nei loro confronti per avermi accettato, li ringrazierei per il loro amore infinito o non comincerei piuttosto a nutrire dubbi sulla loro malvagità nonchè timori che possa anch’io diventarne vittima quando meno me lo aspetto? Questo mi dice Darwin: che la storia della evoluzione è cruenta, si è sviluppata dal basso come un cespuglio spontaneo senza una direzione prestabilita e che l’eventuale ordine e armonia della vita è tale solo per coloro che ne considerano una parte estremamente circoscritta e funzionale a supportarne l’idea. Non si tratta, allora, per l’uomo di fede di fronte a Darwin, di domandarsi se crede ancora in Dio, ma di quale Dio sta parlando quando dice di credere. E questo è un salto di consapevolezza non da poco nella umana ricerca della verità. Ecco perché vale comunque la pena di ringraziare Mr Charles.

di Amedeo Olivieri

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Mano al portafoglio

 

Joshua_Green

Joshua_Green

 

 

Tratto da Cubia n° 58 – Gennaio 2006

Immagina di passeggiare in riva a un laghetto”, dice il filosofo Joshua Green. “A un certo punto vedi un bambino che rischia di annegare. Se pensi: ‘Ho appena speso 200 dollari per queste scarpe e l’acqua potrebbe rovinarle, quindi non salverò quel bambino’, sei una persona spregevole. Ma nel mondo ci sono milioni di bambini nella stessa situazione: basterebbero pochi soldi, spesi in medicine o cibo, per salvargli la vita. Eppure se andiamo al ristorante invece di donare i soldi a un’organizzazione che combatte la fame nel mondo non ci sentiamo dei mostri. Perché?”. Questa bella domanda postaci da Green, la deponiamo qui, all’ingresso del discorso, a rammentarci la cautela con cui dobbiamo esprimerci quando parliamo di beneficenza. Desidero, infatti, dire qualcosa a riguardo della recente raccolta di fondi a favore del progetto di Smile Mission in Tanzania, lanciata nelle scuole di Cattolica in occasione delle festività natalizie. Se ne è parlato sui quotidiani locali ed anche in occasione della festa di capodanno davanti Palazzo Mancini. Quello che non tutti sanno è che nel Circolo di Cattolica hanno partecipato solo 2 classi di scuola elementare su 25. Come mai? Nel tentativo di rispondere parlo a titolo personale. Alcuni fatti. Poste Italiane, in occasione del Natale compie una legittima operazione di marketing attraverso la vendita, presso i propri uffici, di salvadanai in ceramica rossa con il logo dell’azienda, raffiguranti le storiche “buche delle lettere”. La sede di Cattolica, probabilmente anche grazie al fatto che vi lavora l’Assessore Epiceno, propone al Comune (perché non direttamente alla scuola?), in accordo con Smile Mission, di promuovere una raccolta fondi nella scuola per il progetto Tanzania. L’iniziativa, denominata “Risparmiare per” consiste nel collocare in ciascuna aula uno dei salvadanai di cui sopra, donato da Poste Italiane, in modo che i bambini, fino a Natale possano fare le loro offerte. Ma i salvadanai, consegnati nelle scuole senza verificare l’adesione dei docenti, rimangono, per lo più, inutilizzati negli scatoloni.I tempi: l’iniziativa viene presentata ai dirigenti scolastici a un mese dal natale, periodo denso di impegni. Dopo 4 giorni l’amministrazione comunale convoca la conferenza stampa presso l’ufficio postale. Il che ha comportato l’impossibilità di valutare e deliberare l’adesione da parte del collegio docenti, l’organo competente ad esprimersi. Tempi non sufficienti neppure a coinvolgere in modo dignitoso e partecipativo i genitori, a meno di accontentarsi che mettessero mano al portafoglio senza proferir parola e di considerarli meri esecutori di direttive altrui. Da dove viene tutta questa fretta? Forse, come già accaduto per la farsa dei consigli comunali dei bambini, l’importante è poter dire “già fatto” e appuntarsi una medaglia al petto. Nella scuola, guarda caso, per garantire il tempo necessario all’attuazione dei progetti, il POF (piano offerta formativa) dovrebbe, secondo normativa, approvarli con un anno di anticipo. I rapporti: Oggi si parla molto di reti, sinergie, rapporti scuola-extrascuola e, in linea di principio, la collaborazione tra soggetti diversi presenti sul territorio è cosa buona. Ma occorre che ciascuno sia consapevole del proprio ruolo, funzioni e obiettivi e operi nel rispetto di quelli altrui. La responsabilità educativa dei progetti e delle loro attività didattiche spetta alla scuola. Spettano alla scuola, una volta aderito al progetto, anche il coinvolgimento e la comunicazione alle famiglie perché, di fronte a loro, è lei che ne garantisce la validità educativa. Non necessariamente, infatti, i soggetti esterni perseguono tali finalità. Un esempio di ingerenza indebita è che il sindaco in persona passando attraverso la scuola, abbia voluto informare direttamente i genitori dell’iniziativa, finendo, tra l’altro, per presentarla in tono da libro cuore “Sono certo che i bambini si presteranno di buon grado a qualche piccolo sacrificio per aiutare i bambini più sfortunati di loro”. Non è questa l’ottica con cui la scuola vuole favorire la costruzione della solidarietà e dell’altruismo negli alunni. Aspetti educativi. Molti studi dimostrano come sia facile, a questa età, ottenere adesione e condiscendenza a compiere buone azioni in conformità a motivazioni legate a ricompense di tipo psicologico o materiale, minacce, prospettiva di ricevere qualcosa in cambio, approvazione sociale. Adulto è chi agisce in base alla consapevolezza delle proprie idee che favorisce l’autonomia di giudizio, e in base alla responsabilità delle proprie azioni che favorisce l’autonomia nelle scelte e nell’assunzione di compiti. Difficile che ciò possa accadere prima della preadolescenza. Compito della scuola è favorire la formazione del bambino rispettandone le tappe di maturazione, e non ottenere buone azioni tout court. L’etica che ci interessa edificare, si preoccupa di costruire le motivazioni adeguate nella persona, prima ancora che del giudizio sul valore dell’azione in sé. Paradossalmente, può essere più educativo accettare un gesto meno morale in senso assoluto, ma espresso autonomamente dal soggetto, piuttosto che richiederne uno visibilmente migliore ma indotto in modo forzato o manipolativo (è il motivo per cui, ad esempio, è preferibile aspettare che, dopo un litigio, i bambini decidano da soli di riappacificarsi anche se ci volessero giorni, piuttosto che imporlo loro frettolosamente). Un altro rischio che non vogliamo correre è quello di monetizzare il bene. In un’età in cui non è ancora chiaro il valore e l’uso del denaro (ma quando lo è?) è più opportuno far maturare il concetto del dono attraverso la condivisione di qualcosa di personale: dai propri giochi o strumenti di lavoro fino al proprio tempo, come quando si va a trovare un amico malato.
Gesti isolati e puntiformi, non preparati da adeguato percorso didattico, come l’offerta per il bambino africano lontano, anche se spiegati cognitivamente dall’adulto, rischiano di restare modelli negativi di sbrigativa pseudosoluzione dei problemi. E di ottenere l’effetto di rimuoverli dalla coscienza, favorendo la cultura dell’esonero legata al me ne libero. Una cultura per cui, noi adulti, anche se ogni tanto siamo capaci di mettere mano al portafoglio, fatichiamo non poco a cambiare il nostro stile di vita, concausa delle ingiustizie strutturali del pianeta. Vorremmo che i nostri bambini, crescendo, diventassero capaci di meglio.

di Amedeo Olivieri

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Non accusate il vuoto

 

Erika e Omar

Erika e Omar

 

 

Tratto da Cubia n° 54 – Settembre 2005

Stiamo riconfigurando il nostro sistema interiore per partire con il programma “invernale”. Vi propongo in proposito una riflessione di Michele Serra che ho trascritto nel 2001 da Repubblica, all’indomani della tragica vicenda che ha visto coinvolti Erika e Omar nell’omicidio della madre di lei. “Si dice che l’assassino è il vuoto (nelle sue varianti più note: vuoto di valori, vuoto di ideali, vuoto di sentimenti ), e lo si dice un po’ ritualmente, magari per chiudere in fretta una così orribile istruttoria. Il vuoto, però, aveva un alibi di ferro: non c’era. Non c’è. Ed è un bel pezzo che nessuno lo vede e lo sente.Quella sera non era a Novi Ligure, non era in Italia, non era in alcun luogo dell’impero d’occidente. Che è, con ogni evidenza l’impero del Pieno, mica del Vuoto. E’ il vasto, febbrile posto dove ogni casa, ogni minuto, ogni vita sono pieni di cose da fare e da dire, corsi da seguire, problemi da risolvere, programmi da registrare, appuntamenti da onorare, ansie da affrontare, sentimenti da approfondire , alimentazioni da riprogrammare, vacanze da rimandare, difetti da correggere, lacune da colmare, talenti da perfezionare, sicurezze da conquistare. Vuoto?Sia pure con la fragile presunzione di ogni analisi indiziaria, proviamo a pensare il contrario. Proviamo a pensare che l’assassino sia il pieno. Che ad interrompere la connessione tra una persona ed il proprio sé possa essere, appunto, l’occupazione costante e greve del suo territorio mentale, l’abuso della psiche, l’attivazione simultanea di tutti i suoi talenti e i suoi desideri.La mia memoria del vuoto (infantile ed adolescenziale) è sommamente positiva .E’ nella solitudine e nel vuoto di certi pomeriggi, di certi laschi passaggi tra un compito e una cena, di certe quasi ebetudini contemplative, che sono certo, assolutamente certo di avere inteso me stesso. Proprio fisicamente, voglio dire, sangue e respiro in quieta sospensione. Accettabile o mediocre che sia, sono certo che l’accordatura del mio essere è dipesa in larghissima parte da quei momenti di abbandono ( in simbiosi, beninteso, con la socialità, gli amori e tutto il resto. Ma mai sovrapposti). E anche da adulti, non è forse quando cessa d’incanto la furiosa pretesa di monitorarsi, conoscersi, controllarsi, piacersi, che veramente si riesce ad ascoltarsi?Rimasi molto colpito, anni fa, quando un amico pratico( ma non praticone ) di cose orientali mi fece notare come per noi sudditi del Pieno “meditare” significhi mandare vieppiù in fuorigiri il motore mentale, mentre in Oriente significa l’esatto contrario, e cioè svuotarsi (appunto) di ogni pensiero ed ogni cura. E se volete aggiungerci un giudizio morale, di ogni vanità.Ecco. Per quanto ci si affanni a provvedere i figli di qualche comfort culturale e psicologico, oltre che materiale, ciò che non riusciamo proprio a donare loro è la forza del vuoto, il privilegio della solitudine, la ricchezza della contemplazione, il lusso impagabile della distrazione. E’ una moneta che non abbiamo più, quella. Rassegnati a farne a meno per noi stessi, occupati come siamo, pieni come siamo, ci mancano la maniera ed il tempo ( il tempo! ) di diradare i forsennati ruolini di marcia di questi giovani corpi, e giovanissimi spiriti, di alleggerirne i curricula, di indicare , nella fitta foresta di desideri e impegni nella quale si smarriscono, una qualche radura, una qualche stasi.Si potrebbe pensare che il Sistema, come si diceva una volta, ci impone questa pienezza sconvolta e vanitosa perché ci vuole schiavi del desiderio e del bisogno, consumatori avidi e sempre inappagati ( dunque ri-consumatori e ri-avidi). Tutto può concederci e ci concede, il Sistema tranne la riflessione, l’interruzione, la vacanza vera che non è alle Mauritius né a Cortina ma nella pausa gratuita e oziosa, nei sempre più rari momenti di accordatura, in quella nowhereland ( nessun luogo, ndr) che riusciamo ad essere quando marchiamo visita e non andiamo, non facciamo, non comperiamo, non vendiamo, non intraprendiamo. Altro che il narcisismo compulsato e frustrante dei consumi : restare in compagnia di se stessi, nel bene e nel male, senza bisogno di alcuna protesi a pagamento, di nessun lifting sociale, solo scialando qualche ora in solitudine, quello sì che è il narcisismo vero.Quanti dei nostri figli hanno potuto osservare, accucciati come minimi sacerdoti del tempo, una lumaca lasciare la sua scia su un muretto, o una porzione d’ombra allungarsi verso sera, in un cortile? A noi, che crescemmo quando l’Impero del Pieno era solo ai suoi albori imperfetti, quel non-tempo venne concesso, e con esso la disciplina preziosa della svagatezza. La tivù iniziava alle ore diciassette. Prima, lo schermo era vuoto e ronzava come un moscone. Non eravamo più buoni né più cattivi. Non più amorosi né più ribelli nei confronti del padre o della madre. Eravamo uguali ed identici, adolescenti pieni di dolcezza e ira, di sensibilità e egoismo. Però risparmiati, ancora, da questa leva obbligatoria di massa, che richiama anche i dodicenni e gli undicenni, ormai, ai loro doveri di bravi studenti bravi calciatori bravi nuotatori bravi schermidori bravi internauti bravi danzatori bravi indossatori e bravi tutto, dall’alba alla notte.C’è solo da augurarsi, da aspettarsi, che covi in qualche ragazzino ozioso, in qualche ragazzina distratta, il germe della diserzione.Genitori davvero complici potrebbero coltivarlo, quel, germe, dicendo ai figli che il successo è ben poca cosa da sognare, per un figlio. Più ambizioso è sognare, per un figlio, la libertà. Crepi il Sistema del Pieno, cari figli. E cominciate a vivere meglio voi, che ancora siete in tempo, se ancora siete in tempo.”

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Un gioco per l’estate

brainstorming

Tratto da Cubia n° 53 – Giugno 2005

Chi nella sua infanzia è stato appassionato del meccano sa che il momento critico della propria attività di costruttore non era quando osservando sulle istruzioni l’oggetto da realizzare se ne stimava una difficoltà quasi al limite delle proprie possibilità, se non oltre. Questo, anzi, era il cuore della sfida, l’esaltazione che caricava di energia per motivarsi alla riuscita e immergersi nel fervore dell’impresa. No, la fase più ardua da superare arrivava quando, dopo aver ultimato l’oggetto e averlo utilizzato per giocarci, occorreva decidere che era giunto il momento di smontarlo e rendere disponibili i singoli pezzi per l’avvio di una nuova avventura ricostruttiva. Questa capacità di lasciare il già conquistato, di rimettere in discussione il già consolidato per tentare nuove sortite evolutive, con l’età rischia di essere abbandonata in soffitta insieme con la scatola dei lego. La potremmo chiamare arte della decostruzione.Da diverso tempo è di pubblico dominio una tecnica che viene impiegata per il problem solving e che è denominata brain storming, cioè tempesta di idee. E’ stata importata dall’ambito pubblicitario, ma sottratta alle sue discutibili finalità, può permettere di liberare forti energie creative. Di fronte ad un problema, a mente rilassata, si cerca di produrre ipotesi di soluzione rispettando quattro regole fondamentali: 1) Critica esclusa: ogni valutazione sulle idee prodotte, proprie o altrui, viene differita ad un secondo momento; 2) Elogio dell’insolito: le idee più stravaganti o fuori dagli schemi possono portare soluzioni inedite e permettere fecondi cambi di prospettiva; 3) Quantità innanzitutto: maggiore è il numero delle idee prodotte e più saranno le probabilità di raggranellare qualcosa nel vaglio finale; 4) Combinazione e miglioramento: le idee si possono combinare per trasformazioni migliorative. La potremmo chiamare arte dell’immaginazione creativa. Arte della decostruzione e dell’immaginazione creativa sono strumenti esplosivi ma, presi con leggerezza, si possono prestare ad un divertente gioco per l’estate. Si tratta di applicarli a situazioni, concetti, problemi che catturano la nostra attenzione e …viaggiare in mondi paralleli. Qualche banale esempio personale: 1) Cattolica si fa chiamare “la Regina”. E noi, siamo sudditi o principini? Decostruire: il concetto di sovranità. Immaginare nuovi slogan: Cattolica, città dei volti; Cattolica la poveraccia; Cattolica la signora del cemento. 1) I bagnini sono in affanno sempre alla ricerca di nuove proposte per attirare clienti, i vigili sono costretti a turni estenuanti di controllo per allontanare gli abusivi, le concessioni della spiaggia sono blindate e non consentono che un bene naturale comune come mare-sabbia-sole sia patrimonio di tutti. Decostruire: l’idea di spiaggia privata. Immaginare creativamente: spiaggia totalmente libera; di tutti e di nessuno; gestita dalle cooperative a partecipazione mista immigrati-bagnini; spiaggia chiusa per un anno sabbatico di ripensamento; spiaggia aperta solo ai cavalli che, come lo stallone del bagnoschiuma Vidal, sono finalmente liberi di correre sul bagnasciuga. 2) Le associazioni di categoria protestano e non vogliono il mercatino degli ambulanti extracomunitari con regolare licenza ( saranno 30-40 gli autorizzati ). Decostruire: il concetto di egoismo corporativistico. Immaginare: abolire la privacy patrimoniale e rendere trasparenti redditi e possedimenti di ciascuno per aiutare chi non riesce davvero a sbarcare il lunario; adozione a distanza di un lavoratore povero da parte di uno ricco, regalare al segretario della Cna Gessi la T-shirt, apparsa a Besano al funerale di Claudio, con la scritta “Difendi il tuo simile distruggi tutto il resto”; regalare al presidente di Confcommercio Meletti la T-shirt con scritta apparsa sui muri di Berlino nel 1994 “Il tuo Cristo è un ebreo. La tua macchina è giapponese. La tua pizza è italiana. La tua democrazia è greca. Il tuo caffè brasiliano. La tua vacanza turca. I tuoi numeri arabi. Il tuo alfabeto latino. Solo il tuo vicino è uno straniero”.3) I ragazzi vengono a sapere che sono bocciati e si suicidano. Decostruire: il concetto di promozione. Immaginare: un mondo senza scuola dove chi non ha voglia di essere produttivo si gode la vita anche senza niente, si diverte a guardare gli altri lavorare e prende comunque il sussidio di sopravvivenza; una scuola senza schede di valutazione dove si fanno i conti solo con la motivazione di alunni e docenti; una scuola dove gli alunni danno la pagella agli insegnanti, possono ricusarli per suspicione di parzialità o costringerli a prendere ripetizioni durante il periodo estivo.4) Il ministro Calderoli vuole castrare tutti quelli che commettono reato di stupro o pedofilia. Decostruire: il concetto di Lega Nord. Immaginare: a tutti i leghisti che sparano idiozie estirpare la lingua; costringere Berlusconi a mangiarsi tutte le lingue così ottenute in salmì, che si ricordi che quelli lì ce li ha portati lui; regalare il ministro Castelli, con la Fallaci in dote, ad un facoltoso arabo musulmano stanco del suo Harem tutto femminile; 5) Benedetto XVI non fa in tempo ad emettere un peto che ce lo ritroviamo a reti unificate in diretta televisiva. Decostruire: il concetto di Vaticano. Immaginare: ogni stato del mondo, in nome delle pari opportunità, rivendica il diritto di ospitare a rotazione sul proprio territorio, facciamo per sei mesi, il pontefice( arrivederci al prossimo conclave); il papa viene equiparato allo status di colono abusivo e costretto da Sharon a tornarsene in Israele; Ratzinger decide di donare la sua residenza estiva di Castengandolfo agli immigrati trattenuti coatti nei Centri di Permanenza Temporanea per dimostrare che occorre occuparsi della vita anche dopo il concepimento.
Giocate anche voi, da soli o in compagnia, non costa niente e fa buon sangue.

di Amedeo Olivieri

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Oltre l’inferno

oltre_l'inferno

Tratto da Cubia n° 68 – Gennaio 2007

Esiste l’inferno? Per rispondere non occorrono inerpicate speculative analoghe a quelle con cui San Tommaso ha estratto dal cilindro teologico le prove dell’esistenza di Dio. Il 2007 è iniziato con 24 guerre in corso, la finanziaria non ha dato attuazione al programma elettorale dell’Unione che prevedeva la diminuzione delle spese militari e ai piani bassi ci sgozziamo per liti di cortile.La differenza con il paradiso sta nella sproporzione della valenza del dosaggio. Basta una goccia di inferno a distruggere un oceano di paradiso ma la proprietà non è commutativa. Si rischia grosso, dunque. E’ facile che tutto ciò che è sopraffazione, guerra, ferocia, menzogna, l’elenco è infinito, prenda il sopravvento, nebbia venefica che ci avvolge, paura che paralizza e impedisce di scorgere ciò che consente la speranza. Calvino lo esprime in modo magistrale: “L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”. Guardiamoli più da vicino i due modi, accomunati dal consentire entrambi la sopravvivenza ma profondamente differenti negli esiti. Con il “modo 1” ovvero la trasparenza del male e l’acquiescenza di mente e cuore che ci rende progressivamente zombi ambulanti, abbiamo una certa confidenza per più motivi. Siamo una civiltà incline a produrre inferni lontano da casa e possiamo guardare chi sta tra le fiamme senza scottarci. I media, poi, ci forniscono uno schermo dominante interpretativo della realtà che cerca di legittimare a priori tutto ciò che potrebbe metterlo in discussione. Un esempio di questo potente filtro all’opera: tanti che reputavano l’intervento dei buoni in Iraq indispensabile per evitare distruzioni di massa e diffondere la democrazia continuano a ritenerlo tale nonostante le torture di Abu Grahib, i dialoghi sadici dei nostri strapagati soldati e il cappio per Saddam & Co. Eppure proprio la forca per l’ex dittatore rivela la sterilità di questo approccio perfino laddove pretenda di ripristinare la giustizia: il re è nudo, ma andiamo troppo di fretta per accorgercene. Per scoprire il secondo metodo di cui parla Calvino occorre dilatare i tempi di riflessione, nuotare controcorrente e muoversi verso fonti di conoscenza meno inquinate dal bacillo della violenza. Infatti cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio è l’essenza stessa della strategia non violenta. Un esempio illuminante di ciò, specialmente ponendolo in controluce con la Bagdad di oggi, è quanto successo in Sudafrica dopo la fine della segregazione razziale dell’apartheid. Approfondiamo*. Il ritorno alla democrazia avvenne con l’elezione di Mandela a presidente nel ’94. Aveva trascorso 27 anni in prigione per essersi opposto al regime ma giunto al potere parlò di riconciliazione. Con lui, 2 schieramenti. Chi voleva cancellare il passato con un colpo di spugna e chi proponeva le epurazioni e la giustizia del vincitore, sul modello di “Norimberga”. La soluzione proposta da Mandela fu: né dimenticare, né punire. Bisognava consentire all’intero popolo sudafricano di rivivere e rielaborare le tragedie del passato, senza innescare azioni di vendetta e ponendo le condizioni per una nuova società basata sui diritti dell’uomo. Al posto di un percorso politico-giudiziario si decise di favorirne uno culturale di giustizia restaurativa dove le vittime fossero le protagoniste indiscusse e onorate e dove venisse data loro la possibilità di condividere i traumi subiti in un clima di solidarietà e restituzione della loro dignità. Così, nel ’95, venne istituita la Commissione per la Verità e la Riconciliazione con tre anni di tempo per concludere i lavori. Si ascoltarono i racconti particolareggiati delle vittime e dei parenti dei familiari torturati e uccisi. Si ascoltarono anche i carnefici che avevano fatto richiesta di amnistia. Come condizione per ottenerla dovevano rendere una confessione piena e totale, rievocare dettagliatamente ogni singola azione di tortura e di morte: la verità come prezzo per la libertà. Alle vittime spettava l’ultima parola, potevano opporsi alla concessione dell’amnistia qualora ritenessero che l’aguzzino stesse sottacendo particolari importanti. Il tutto con udienze pubbliche, trasmesse in diretta televisiva nelle undici lingue ufficiali parlate in Sudafrica. La popolazione seguiva giornalmente queste testimonianze, aveva modo di elaborare i traumi subiti, di riappropriarsi della storia collettiva. Le vittime di coloro a cui veniva concessa l’amnistia avevano accesso immediato ad un adeguata riparazione: dai risarcimenti alle cure mediche. Un altro elemento degno di nota: poiché lo scopo della Commissione era promuovere una cultura dei diritti umani, vennero ascoltate anche le vittime delle violazioni perpetrate dai militanti dell’African National Congress, l’organizzazione di Mandela. All’inizio l’Anc rifiutò che i suoi membri dovessero chiedere l’amnistia perché riteneva di aver combattuto una guerra giusta. Ma Desmund Tutu, nobel per la pace e presidente della Commissione, minacciò le dimissioni e l’Anc accettò. Tutu affermò: “Quando degli adolescenti raccontano che, essendo convinti che una certa persona fosse un nemico che lavorava per il governo dell’apartheid, lo hanno preso, cosparso di benzina e hanno acceso un fiammifero, chi deve essere definito il torturatore e chi la vittima?” Quest’ultima testimonianza ci permette un’ulteriore riflessione sul “modo 2”. Suo presupposto è la consapevolezza che inferno e paradiso, spesso sono un groviglio unico ad ogni livello, dalle istituzioni fino nel profondo del nostro essere. Come con due gemelli siamesi, intervenendo per sezionare con il bisturi il rischio è di uccidere entrambi. Credo che l’esperienza sudafricana rappresenti uno di quei momenti in cui l’umanità esprime il meglio delle proprie possibilità. Eppure, che spazio ha avuto sui media? Pur essendo ingenuo pensare che non siano mancate zone d’ombra, il solo fatto di poterla raccontare significa sottrarre alimento al nostro inferno quotidiano. Scusate se è poco.

*Per le informazioni storiche in merito, attingo liberamente da M. Sclavi, ’03 e M. Flores, ’05.

di Amedeo Olivieri

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Oltre la monocultura

 

sostenitore lega nord

sostenitore lega nord

 

 

Tratto da Cubia n° 93 – Giugno/Luglio 2009

Siamo andati vicino ad avere il primo consigliere comunale della Lega Nord eletto a Cattolica. Più che tirare un sospiro di sollievo dobbiamo fermarci a riflettere sul fatto che il confronto con il fenomeno dell’immigrazione sta rendendo anche la nostra comunità ogni giorno più permeabile ad un potente sentimento di chiusura e di rifiuto dello straniero. Né ci può consolare che le elezioni europee raccontino che siamo in buona compagnia. Semmai ci procura ulteriore preoccupazione il fatto che anche in paesi come l’Olanda, dove l’integrazione ha radici più consolidate, il Partito per la libertà, xenofobo e antiislamico, sia diventato la seconda forza del paese. Vuol dire che siamo lontani dal disporre di un modello di società multiculturale che funzioni e che non sarà facile trovare un’alternativa convincente alle cosiddette politiche del respingimento, ovvero scaricare a forza sulla banchina del porto di Tripoli i profughi arrivati ad un passo dal suolo italiano e ricacciarli nella loro disperazione. Il tutto con il patrocinio del celebrato Gheddafi a cui abbiamo consegnato tre nostre motovedette per pattugliare le sue coste. Altro che aiuti allo sviluppo! Non è stata sufficiente a migliorare la nostra percezione dello straniero la visione utilitaristica della Bossi-Fini dell’immigrato come forza lavoro indispensabile alla nostra economia, né il fatto che molte nostre famiglie sussistano grazie alle badanti dell’est che si occupano dei vecchi malandati (a proposito: ero in sala d’attesa dal medico in compagnia di una decina di anziani stanziali, ho lanciato una conversazione sul tema “badanti” ed ho constatato un diffuso sentimento di ostilità nei loro confronti. Hanno cominciato a sciorinare pregiudizi senza un minimo di  vaglio critico così che esse si erano trasformate tutte in ereditiere spudorate intente a fregare soldi a vecchietti rimbambiti con l’utilizzo della seduzione! Una signora insisteva  che alcune di loro, la sera, dopo aver addormentato l’assistito con il sonnifero, facessero entrare furtivamente le amiche e insieme svuotassero il frigorifero per i loro festini). Ce n’è di strada da fare. Ma il primo passo è decidere di mettersi in cammino. Quando Berlusconi dice no all’Italia multietnica spara una fesseria poichè la presenza e la convivenza, più o meno conflittuale, delle diverse etnie sul nostro territorio sono una realtà. Ma quando i vescovi gli rispondono che la società multietnica e multiculturale esiste già di fatto, tracciano una corrispondenza troppo disinvolta tra la prima e la seconda. Non basta la simultanea compresenza delle etnie per praticare la multicultura. Occorre un salto qualitativo della mente. Ma cos’è una mente multiculturale? Partiamo da ciò che non è, per contrasto con quella monoculturale. Buon esempio di questa sono gli zotici proclami sui manifesti elettorali della Lega Nord. “Sì alla Polenta no al cous cous”: fortuna per Bossi e padani che nel 1492 quando è stata invasa/scoperta l’America, non ci fossero antenati leghisti impegnati a rifiutare il mais, pazientemente selezionato  dai popoli precolombiani, altrimenti oggi la loro polenta la dovrebbero mendicare all’estero. “Padroni a casa nostra!”: ma padroni di cosa? Lo spazio pubblico, politico e culturale di cittadinanza, non appartiene a nessun partito, è unospazio terzo, laboratorio di continua rielaborazione. Sotto questo profilo sottolineo che il Comune può fare molto per incrementare il senso di appartenenza alla comunità locale di indigeni e stranieri, ben oltre lo sterile concetto di residenza. Ci rifletta il nuovo sindaco, nel cui programma non c’è una parola su immigrati e multicultura mentre vi si trova che “dobbiamo avvicinarci al mondo puntando sullo sviluppo dell’aeroporto Fellini”. Ma non è forse l’accoglienza dell’immigrato e la promozione di occasioni di incontri meticci nella nostra città il modo migliore che abbiamo per avvicinarci al mondo? Tornando alla Lega, per quanto riguarda la casa nostra, è la Terra l’unica casa di tutte le specie viventi e verranno tempi in cui la scarsità delle risorse unita all’incremento demografico ci costringerà, probabilmente con la forza delle rivoluzioni violente, a rimettere in discussione il nostro concetto culturale di proprietà privata. E verrà spazzata via anche solo l’idea del  reato di clandestinità, che il governo valuta di introdurre in questi giorni seppur contestato dai maggiori giuristi italiani che ricordano come: L’ingresso o la presenza illegale del singolo straniero non rappresentano, di per sé, fatti lesivi di beni meritevoli di tutela penale, ma sono l’espressione di una condizione individuale, la condizione di migrante. La relativa incriminazione, pertanto, assume un connotato discriminatorio contrastante non solo con il principio di eguaglianza, ma con la fondamentale garanzia costituzionale in materia penale, in base alla quale si puo’ essere puniti solo per fatti materiali”Eccola la mente monoculturale: l’incapacità di vedere quanto sia parziale e interdipendente la propria identità culturale, frutto di valori contingenti e mai assoluti, una mente congelata nella difesa di privilegi, che rischia di considerare  il momento temporale e il luogo geografico in cui vive come il solo tempo e l’unico spazio esistenti. Invece, come scrive Anolli (Laterza ‘06): “La mente multiculturale è una mente aperta e complessa, capace di far fronte alla gamma di stili e modelli di vita che le diverse culture continuano ad elaborare. Rappresenta una delle testimonianze più vive ed efficaci della creatività umana, dimostrando che le persone sono in grado di appropriarsi non solo di schemi e percorsi esistenziali tipici della propria comunità, ma anche di quelli di altre. E’ una mente al plurale, sa parlare in più modi e sa efficacemente interagire con persone provenienti da culture differenti. Per la mente multiculturale i flussi migratori non costituiscono una minaccia ma un’opportunità per esplorare altre traiettorie di vita e aumentare i gradi di libertà, che permettano di declinare più ampiamente la propria esistenza. E’ una mente che ha a disposizione differenti registri e modelli per capire e gestire le emozioni (proprie e altrui), per regolare i rapporti interpersonali, per definire il bene e il male”.  Quanto ci piacerebbe che fosse la nostra?

di Amedeo Olivieri

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PERCHÉ CREDIAMO IN CIÒ CHE CREDIAMO? (parte II)

 

Family of birds, di Octavio Ocampo

Family of birds, di Octavio Ocampo

 

 

Tratto da Cubia n° 92 – Maggio 2009

Cosa intendeva Padre Maggi (Cubia n.90) dicendo che la resurrezione di Gesù non appartiene alla storia ma alla fede? Che “non è possibile vedere con gli occhi, con la vista fisica Gesù resuscitato, bisogna vederlo con la vista interiore”. Questa vista interiore, comprensione che oltrepassa il dato fisico sensibile, infatti nessun fotografo appostato al sepolcro avrebbe potuto documentare alcunché, dice Maggi, renderebbe possibile a tutti “sperimentare nella propria esistenza la realtà di Gesù vivo e vivificante” anche oggi. Ma come vi si accede? P.Maggi ce ne spiega le condizioni: “non è possibile percepire se non mettendosi in sintonia con la lunghezza d’onda dell’amore di Dio”. Non ci indica però su quale frequenza Dio trasmetta, ed è un peccato perché, a suo dire, grazie a tale sintonia potremmo addirittura vedere i nostri cari defunti e sperimentarne la presenza, ovviamente in forma nuova rispetto a quando erano di questa terra (sfido chiunque a capire cosa ciò significhi). Di cosa stiamo parlando? Che si tratti delle varianti indicate volgarmente come “conoscenza con il cuore” piuttosto che “sesto senso” o in teologia con “conoscenza mistica”, stiamo probabilmente riferendoci a un modo di sentire la verità su qualcosa o qualcuno andando oltre il ragionamento e al di là di una definizione concettuale legata al linguaggio. Si tratta di una sapienza frutto di una esperienza interiore, un “sentire che è così e basta”, che nel momento in cui tenta di spiegarsi a parole perde tutta la sua forza e sicurezza, una unità-comunione-presenza ineffabile e indicibile: nessuna riflessione, nè rappresentazione del dato religioso vissuto.Che l’uomo possa vivere simili esperienze di consapevolezza profonda è fuori dubbio. Sul fatto che esse valgano come prova diretta (perché vissute in prima persona ) e immediata (perché non filtrate dalle categorie del dato sensibile e del pensiero), della esistenza reale di quanto così conosciuto, avrei molto da ridire. Potremmo scomodare spiegazioni legate alle allucinazioni, false percezioni in assenza di uno stimolo esterno reale, o alle illusioni, che tanto possono giovare a chi ha bisogno di consolazione o di affidarsi al divino, ma voglio giocare sullo stesso terreno di P.Maggi e proporvi una esperienza di percezione di immediata evidenza.
Guardate l’immagine Family of birds di Ocampo.
Probabilmente vi avrete già scorto un volto piacevole di giovane ragazza. Ma, se osservate in modo analitico, vi accorgerete che gli elementi percepibili dalla nostra vista fisica sono solo le rappresentazioni dell’albero, dei volatili e dei loro piccoli. Il resto è creazione delle nostre operazioni cognitive, per comodità diciamo della nostra vista interiore, che in questo caso fa emergere un significato del segno che non è realmente presente nell’immagine. Eppure la ragazza è lì, verrebbe voglia di contraccambiarle il sorriso. Come è lì il Dio che nel raccoglimento totale ci sembra invadere di gioia il nostro animo. Chi ci garantisce che non accada qualcosa di analogo anche quando la nostra vista interiore ci fa “percepire” la presenza del Gesù risorto o dei nostri cari? Ma mi sorge un sospetto. Forse il mio scetticismo nasce dal mancato possesso di un prerequisito che avrebbe indicato Gesù in persona e che P Maggi reputa indispensabile per poter approdare alla vista interiore di Dio: la purezza di cuore. Vale a dire essere “persone limpide, trasparenti, cristalline cioè aver rinunciato all’ambizione di apparire e preoccuparsi soltanto di seguire gli altri” . Costoro, continua P. Maggi, “si accorgono di una presenza di Dio continua, costante e vivificante. Chi è trasparente con gli altri è trasparente anche con Dio e quindi lo percepisce nella sua esistenza”. Poi arriva la sentenza a sorpresa: “Mentre gli altri non vedono perché sono troppo occupati da troppe cose”. Mi ricorda il vestito dell’imperatore, ma c’è poco da scherzare perché qui si annida la matrice del fondamentalismo. P.Maggi, smessi i panni del biblista ed affabile ermeneuta, cede il posto al giudice cattolico inquisitore e scarica tutta la responsabilità della incapacità di vedere Dio, il risorto nonché i morti viventi, sulla scadente qualità dell’amore per gli altri del non vedente medesimo. Oltre al danno le beffe. Comodo, ancora una volta, ignorare le obiezioni di tipo razionale alle quali non vuole rinunciare chi usa criticamente il cervello. Anche perché, ammesso per assurdo di farle tacere, eliminando tutto ciò che è discorso umano su dio non troveremmo l’idea pura di Dio ma solo il silenzio definitivo su di lui.

di Amedeo Olivieri

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