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La folgorazione di Mario Pirovano

Tintarella_di_Musica

Tratto da Cubia n° 83 – Giugno 2008

Il mio sogno, e non solo il mio, s’è realizzato. Dopo oltre due anni di minuziose ricerche, attraverso le testimonianze fotografiche di tanti miei colleghi musicisti, che hanno contribuito con la loro arte a rendere grande il nome della nostra Cattolica, grazie al Direttore della Biblioteca Comunale di Cattolica, Arch. Daniele Fabbri, dal 16 Luglio al 30 di Settembre 2008, la ex chiesetta di S. Croce in via Pascoli ospiterà una mostra fotografica dal titolo “Tintarella di Musica” (musicisti e musica da ballo a Cattolica e dintorni).
E’ un appuntamento importante, da non perdere, in cui riprenderanno vita, attraverso suggestive immagini, tantissimi personaggi che riporteranno indietro nel tempo i nostri ricordi…a quando Cattolica offriva tantissimo divertimento con la musica… ai locali da ballo, i famosi vecchi Dancing… alle serate trascorse in piacevole divertimento… a quelle piste da ballo un pò ruffiane, sulle quali sono nati tanti amori, e tanti amori sono finiti… all’odore di sudore quando ci si scatenava nella calca della pista lasciandosi andare con anima e corpo in vertiginosi balli e musiche festaiole… alle note del Samba che a una certa ora uscivano dagli strumenti dei musicisti, e spontaneamente si dava vita al famoso trenino, che a volte durava anche più di un’ora: che mal di piedi!! soprattutto per le signore coi tacchi alti… al quarto d’ora dedicato all’amore che in tutti i dancing non mancava mai… al bacio sfuggente o alla stretta poderosa… a quella dolce musica che con la sua lenta cadenza ritmica e le delicate armonie invitava a scendere in pista stringendo tra le braccia quella donna che da tempo puntavamo con i nostri sguardi, “gli occhi che parlano senza parlare”…
Attraverso il primo percorso storico, che inizia dagli anni 30 fino a giungere agli anni 50, si potranno ammirare bellissime e suggestive immagini, con i personaggi che sembrano interloquire con chi li guarda, e, a seconda dei diversi periodi, non potranno sfuggire allo sguardo del visitatore i grandi cambiamenti, per quel che riguarda le pose fotografiche, gli abiti indossati, gli strumenti che accompagnano i personaggi immortalati.
Un secondo tragitto porterà dagli anni 50 fino agli anni 70: il ventennio del “boom” economico, con tutti i mutamenti che si potranno apprezzare attraverso le immagini.
Il terzo percorso, dagli anni 70 condurrà i visitatori della mostra fino ai giorni nostri.
In ognuno dei tre percorsi si potranno ammirare delle immagini molto significative di musicisti cattolichini in compagnia di famosi personaggi del mondo della musica, conosciuti nel corso della loro carriera. Ogni ventennio sarà accompagnato da un pannello nel quale, a caratteri cubitali, saranno spiegati i vari cambiamenti che la musica ha subito nel corso degli anni, così i visitatori si potranno documentare e comprendere più a fondo il significato di questa esposizione, continuamente allietati da una colonna sonora di bellissime musiche, da me scelte, che scandiranno il trascorrere degli anni, nei quali la musica s’è manifestata con diversi colori. Ecco la ragione del titolo “Tintarella di Musica”, frutto della fantasia della Dott.ssa Annamaria Bernucci, coordinatrice della mostra.
Oltre che dalle immagini, la mostra sarà arricchita da tantissimi ricordi pubblicitari: locandine, calendari in cui si pubblicizzavano le feste e manifestazioni che avevano luogo nei mesi estivi, bigliettini d’invito, biglietti sconto, un canzoniere con testi di varie canzoni e pubblicità del locale, foto di bellissime ragazze con la fascia da miss, copertine di dischi, partiture musicali, ecc.
Insomma, sono certo che i visitatori non avranno il tempo di annoiarsi.
Concludo con i ringraziamenti. Ho già citato la dott.ssa Bernucci, senza il cui contributo difficilmente sarebbe stato possibile realizzare la mostra. Per le bellissime immagini il grazie va a Dorigo Vanzolini, vero mago della fotografia. Un grazie al Direttore Arch. Daniele Fabbri per il consenso all’idea, oltre che all’Amministrazione Comunale di Cattolica. Non può certo mancare un ringraziamento a tutti i musicisti che hanno messo a disposizione della mostra le proprie foto: spero d’averli resi felici, ma “la loro felicità è anche la mia felicità”.
Altri doverosi ringraziamenti li rivolgo al sig. Atos Gaudenzi e famiglia, per averci donato le foto del padre Pasquale musicista e del fratello Luciano, al sig. Sergio Tomassoli per il materiale che ci ha messo a disposizione, alla Prof.ssa Maria Cristina Cerioli per i suoi preziosi suggerimenti, e al sig Claudio Prioli per la sua cortese disponibilità.

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La Cattolica “amata” da Antonio Barbieri

Amando-Cattolica

Tratto da Cubia n° 63 – Giugno/Luglio 2006

Se ad Antonio Barbieri si domanda da cosa è nata la prima rassegna fotografica di “Amando Cattolica” e, conseguentemente, l’attuale volume fotografico, oltre all’allestimento di una mostra, per tutta l’estate nella piazzetta del porto anche arricchita di nuovi scatti, …risponderà: “da una grande passione per la marineria storica cattolichina e da un forte affiatamento professionale e di amicizia con Dorigo Vanzolini”, responsabile dell’archivio fotografico del Centro Polivalente, nonché fotoamatore anch’egli, proprio come Barbieri. Un incontro che il destino non poteva combinare meglio: Antonio è cresciuto immerso nel racconto familiare del naufragio del Wilson, dove la madre perse il giovane padre, Eugenio Grandicelli, senza neanche averlo potuto conoscere e Dorigo custodisce con sacro amore quel reliquario di ricordi cattolichini che sono conservati nell’archivio cittadino. Antonio si è rivolto a Dorigo per ricercare tracce di quel tragico passato familiare che ha sentito ripetutamente narrare, quasi come una fiaba, fin dall’infanzia. Quindi dall’amore per le foto più antiche di barche e di mare, all’amore per le marine attuali e per la città d’origine, il passo è stato breve. Ma sotto l’amore per questi temi, sedimentava, da molto prima, l’amore per la fotografia che si manifesta in una frenesia di catturare attimi emotivi improvvisi, non replicabili. Barbieri non può più uscire di casa senza macchina fotografica perché l’incontro con lo “scatto che volevi” può capitare quando meno te lo aspetti. Inutile dire i click sparati a raffica per poter poi cogliere quello giusto alla cui ricerca egli si apposta talvolta per ore, per avere “quella” luce particolare che a volte dura solo un secondo. Le luci straordinarie delle sue foto, sono sempre naturali, rubate alla realtà così com’è, grazie soprattutto a pellicole molto sensibili, alla mano leggera e al respiro trattenuto. Certe foto sembrano quadri dipinti dove le conversazioni cromatiche sembrano stese sapientemente dalle mani di un pittore. Ma quei trapassi di luci ora viola, ora grigie, ora arancio… sono quelle che la natura ci elargisce e sulla cui bellezza, Barbieri c’invita a riflettere. Anche le classiche immagini-cartolina della città non sono mai banali, ma e, ora destrutturate dalla veste abituale per essere rivisitate da incursioni di getti d’acqua che ne velano la vista; ora apparizioni magiche della madre Eugenia nello splendore giovanile, sirena, tra le sirene della fontana; ora Palazzo Mancini e via 24 Maggio trasformati in “vedute veneziane” su una laguna. Che dire poi della scalinata del Mercato “travestita” da romana “infiorata di Piazza di Spagna”? Anche le marine non sono mai quelle da brochure turistica: la spiaggia è quasi sempre deserta e con gli ombrelloni chiusi, spesso sotto un cielo plumbeo o infuocata da un tramonto o viola, appena un attimo prima che il nero della notte l’inghiotta. Non ci sono procaci ragazze che ammiccano all’obbiettivo. Le persone sono sempre riprese di spalle o nella semioscurità, in solitarie passeggiate. Non sono identificabili perché ognuno di noi può essere loro, secondo il dettame di Baudelaire “noi siamo gli altri”. 

Un dettaglio che senz’altro incuriosisce l’osservatore è quello della misteriosa figura di donna fuori del tempo che ogni tanto irrompe tra le pieghe del racconto fotografico: è la madre dell’autore, icona perfetta del modello femminile anni ’50 consacrato dall’immaginario cinematografico stile Loren-Mangano… E’ lì, a ricordarci che il passato ci conduce per mano a visitare il presente. Ora è nella fontana con il bikini a vita alta a sfidare in bellezza le sirene; ora vestita di bianco con scialle, in equilibrio su una tartaruga; ora in un complicato e intrigante bikini a righe, su un peschereccio a vela a ricordarci di barche che non ci sono più; ora inginocchiata, indossando un magnifico abito a spalle nude davanti ai giochi d’acqua del pontile che sfumano in tinte-tramonto e contorni stile Renoir; ora distesa, in bikini ascellare rigato, sotto i classici fuochi di Ferragosto, a chiusura del book.

I paesaggi ripresi da Barbieri, densi di rimandi poetici che evocano un certo Pascoli e la poesia “marina” di Montale (“la luce si fa avara – amara l’anima”), declinano atmosfere in paesaggi interiori dove passato e presente danzano insieme. In riva al mare. In un tramonto viola striato di rosa.

di Wilma Galluzzi

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… le nostre radici in mare

Gente_di_Mare

Tratto da Cubia n° 91 – Aprile 2009

“Xè più giorni che luganighe” – “ci sono più giorni che salsicce”, dicono a Trieste.
“La miseria e la fema a l’avin a stoff” – “la miseria e la fame l’abbbiamo in abbondanza”, si dice a Cattolica.
Guardavo il mare dalla nuova passeggiata sulla Darsena e pensavo: al di là della grande pozza d’acqua, al di là del mare, c’è e c’era un mondo marinaro a noi vicino, perché le difficoltà e la dura vita dei pescatori dell’Adriatico sono sempre state le stesse sia sulla nostra cosa che su quella più a Est. Un tempo il cibo non era mai abbastanza e le “luganighe” erano poche rispetto ai giorni dell’anno, così per i nostri pescatori la “musena” non era sufficiente a calmare e colmare le bocche.

Guardavo il mare con i suoi colori e le sue sfumature: che mondo misterioso, affascinante e pauroso!

Guardo il mare e vedo… le foto bellissime e struggenti dei protagonisti di un tempo. Uomini e donne di mare, della nostra vecchia Cattolica, volti che sono nostri e nostrani, ma che rispecchiano tanti volti simili di gente al di là dell’Adriatico. Mi sento un pò indiscreta, ma l’occhio indugia con rispetto ad osservare le rughe sui volti bruciati dal sole e dalla salsedine, mani operose che sembrano ancora nella foto adoperarsi per fare qualcosa, occhi sorridenti e compiaciuti nel vedersi fotografati, occhi pensierosi e stanchi per la preoccupazione e la fatica… Volti espressivi, ricchi di tutto ciò che la vita nel bene e nel male riserva ad ogni essere umano.

Bellissima questa mostra fotografica, intitolata “Gente di Mare”, sulla nuova passeggiata! Bellissimi e significativi questi volti umani del mare, quasi monumenti, che guardano e sono di nuovo “in mare”.

L’Adriatico offre loro il suo profumo. Le onde, nei giorni di burrasca, li schiaffeggiano bonariamente. I gabbiani fanno loro compagnia con versi striduli e rochi.

Guardo queste antiche vedette, che sono come mozzi sulla coffa di un’enorme nave protesa verso il mondo, protesa verso quella vita che il mare ha rappresentato per loro e che, ancora oggi, è fonte di sostentamento per tanti abitanti della nostra cittadina.

Pensavo che sarebbe bello completare l’esposizione con i nomi e soprannomi caratteristici dei personaggi effigiati, proprio per meglio mantenerne l’identità e la memoria popolare, non dimentichiamoci che un tempo “iera più giorni che luganighe” e “la fema la era a stoff”.

Vecchi modi di dire, ma non possiamo nel benessere perdere di vista i sacrifici e i valori che quegli uomini e quelle donne hanno cercato di trasmetterci.

Siamo in tanti che in quei volti, in quelle foto, rivediamo i nostri stessi sguardi, le nostre stesse espressioni, i nostri stessi atteggiamenti… insomma le nostre più profonde radici.

di Magda Gaetani

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Gli “attimi” di Giulia Bernardi

 

Giulia Bernardi

Giulia Bernardi

 

 

Tratto da Cubia n° 89 – Febbraio 2009

Freschezza, Eterogeneità, Sguardo poliforme.

Se dovessi scegliere tra le infinite varianti che la lingua italiana ci offre questi sono gli aggettivi che maggiormente descrivono il lavoro di Giulia.

Dal 2 Febbraio al 2 Marzo, il Municipio di Cattolica ha ospitato una mostra di fotografie di una giovane e coraggiosa artista cattolichina: Giulia Bernardi per l’appunto.

Giovane solo anagraficamente, perché a mio avviso ha già ben chiaro quale sarà il suo percorso creativo.

Coraggiosa, perché ha osato esporre in un luogo di transito (le scale del Municipio) la propria visione del mondo, di un mondo visto attraverso un occhio che, affamato, vuole cristallizzare tutto ciò che incontra.

Nelle sue foto si passa dai tetti ai fiori, da scorci di città a scatti autobiografici. Ed è proprio su questi ultimi che il mio , di occhio, si è posato con maggiore forza perché, a mio avviso, è proprio quando soffermiamo lo sguardo sulla nostra confusione che nascono le cose più meravigliosamente autentiche, le stesse cose che ci fanno immediatamente riconoscere di appartenere allo stesso genere: quello più o meno umano.

Sono sicura che tanta, tanta gente, salendo le scale del Municipio, avrà soffermato lo sguardo su quegli “attimi” in bianco e nero e sarà rimasta piacevolmente sorpresa nell’apprendere che sono i primi frutti di una giovane donna.

Giulia, quali sono i fotografi o artisti in genere ai quali ti sei ispirata e perché?

Nella mostra esposta ho dato un ordine a scatti risalenti circa ad un paio di anni fa, catturati in momenti piuttosto diversi e talvolta senza un intento preciso. Un paio di anni fa, quando ho incontrato questa passione, ho iniziato a scattare principalmente per il gusto di farlo, per cercare di assecondare un gusto mio estetico, ma di lì a poco ho avvertito come un movimento interiore, che è diventato una vera e propria esigenza da asservire, al di sopra di me. Per la mia ancora esile conoscenza della fotografia d’autore tradizionale (quanto moderna), posso dirti quali autori trovo davvero interessanti e più o meno conformi alle mie vedute e aspirazioni. Trovo eccezionale la fotografia “diversa e deforme” (Freak) di Diane Arbus, che ritengo essere una fotografia autentica e di altissima espressività che mette quasi a disagio lo spettatore di fronte a soggetti che preferirebbe evitare. Mi piace pensare alla sua fotografia come un riscatto, un ribaltamento dei ruoli, quindi con una funzione anche sociale.

Perché hai scelto la macchina fotografico come mezzo espressivo e da quale tipo di percorso sei arrivata alla fotografia?

La macchina fotografica perché le immagini non hanno difficoltà a fuggire, perché è un metodo immediato, e perché il linguaggio della luce è secondo me tra i più affascinanti e stimolanti che esistano, con le sue chiavi di lettura innumerevoli. Per quanto riguarda il mio percorso non c’è molto da dire, ho iniziato fotografando un paio di scarpe, tutt’ora capita che le mie foto non nascano con un intento preciso ma trovino poi sistemazione in modo più o meno organico con altre (almeno nella mia testa), non hanno sempre storie autonome. Comunque, tornando al percorso, se così si può chiamare, mi sono buttata in un paio di progetti all’interno della scuola, ma la ricerca mia personale è avvenuta (e continua…) sempre al di fuori, in modo semplice e soprattutto spontaneo, nel continuo esercitare i miei occhi a vedere quanto più possibile, negli oggetti, nei paesaggi e nei volti ed in ogni cosa.

Fin dove pensi si possa osare con questo mezzo e fin dove vuoi osare tu?

La fotografia è colore, strumento innato e non razionale dell’uomo, ci porta a contatto diretto con la nostra anima. Ogni cosa che tocca l’anima porta le persone ad una maggiore conoscenza di sé. Ogni forzatura sarebbe inopportuna e inutile. E’ questo il potere del colore e della luce, ottengono attenzione senza richiederla e per questo credo la fotografia possa osare in ogni modo e ambito, senza che nulla le si possa recriminare. L’osare è già di per sé intrinseco nel tentativo di esprimersi, almeno per me. L’esprimere è poi gratificazione e utilità, appagamento. Non escludo in futuro la possibilità di avvicinarmi ad una fotografia sociale o di reportage.

Crei un’ambientazione ideale per le tue opere (luci, set, ecc..) o ti aiuti anche con la post produzione?

La prima tappa del mio lavoro avviene a livello mentale/emozionale. Cerco di usufruire poi di mezzi che si dispongono da sé e che i miei occhi semplicemente riconoscono (questo per la fotografia all’esterno soprattutto). Negli interni (devo ancora prendere confidenza con diverse tecniche per un uso sapiente della luce ed attrezzature varie), preferisco evitare ambientazioni complesse per focalizzare l’attenzione su ciò che ritengo potenzialmente interessante. Ricorro comunque alla rielaborazione in post produzione, ma mai per stravolgere la composizione. Di solito ne faccio uso per regolare i contrasti o per questioni di taglio.

di Francesca Lolli

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