Archivi tag: immigrazione

Là, dove il sole ti parla

Tratto da Cubia n° 99 – Febbraio 2010

Non sapeva perché gli succedeva sempre così.

Tutte le volte che tornava nel suo paese, correva su e giù per le scale della nave, per poter assistere alla nascita del sole. 

Nell’altro paese, quello dove lui lavorava da molto tempo, ancora non aveva imparato a riconoscere da dove sorge e dove tramonta il sole.

Chi ha provato e prova l’emigrazione non può non dire: alzati, Waim (uno dei più grandi scrittori albanesi del Rinascimento), dalla tua tomba e al tuo posto verrò io.

Come se lo stesse aspettando, appena lo vide arrivare, il sole si alzò sulla cima della collina e con i suoi raggi cominciò a riscaldare la città addormentata: la notte lasciava il suo posto al giorno.

“Babbo, babbo, vedi quella cosa lì tra la collina e la città? I raggi scendono e abbracciano tutto, le case, le strade, la gente”.

“Sì, figlia mia, una simile meraviglia succede solo qui, nel nostro paese”.

Era tutto immerso nei suoi pensieri, quando sentì una voce dolce che gli diceva:

“Benvenuto, ti aspettavo. La tua mamma ti ha dato la vita, ma non devi dimenticare che, prima che lei ti vedesse, ti ho visto io. Sei nato e cresciuto tra le braccia della mamma e tra i miei raggi.

Qui, quando io mi trovo nell’altra parte della terra, non c’è tanta luce come nel paese dove tu adesso lavori; nelle strade, qui, c’è polvere e fango, ma dimmi se c’è un altro posto nel mondo dove il sole ti parla così”.

Non era solo lui che soffriva così tanto per questa malattia secolare.

Aveva lavorato con tante persone e conosciuto tanta gente, ma nella sua mente e nel suo cuore rimaneva sempre viva l’amicizia con Fjodorov, uno dei più grandi oculisti del mondo: aveva restituito la luce a tante persone, che perciò lo adoravano come Dio.

Ogni volta che si incontravano, Fjodorov gli diceva: “Io e te siamo tutti e due stranieri, io russo e tu albanese”.

E un giorno gli chiese di dirgli una parola nella sua lingua, era curioso di sentirne il suono.

Lui, allora, gli pronunciò la parola “diell” (che in albanese vuol dire “sole”) e lo invitò a ripeterla.

Fjodorov lo fece: “non c’è male” – disse, e prese a cantare in russo “mio paese, mio sole”.

Poi cantarono tutti e due insieme, ognuno nella sua lingua.

Erano molto lontani l’uno dall’altro, ma li univa il calore del sole, che bruciava nei loro cuori.

di Arshi Rucaj

Lascia un commento

Archiviato in Ambiente

Lo sgombero non è la soluzione

accoglienza

Tratto da Cubia n° 82 – Maggio 2008

Bisogna essere severi con quelli che delinquono, siano essi italiani o stranieri, regolari o clandestini, ma tutti devono essere trattati con il rispetto che si deve alle persone. Don Biagio ritiene questo aspetto essenziale nell’affrontare il tema all’ordine del giorno in questo momento in Italia: la sicurezza. Ma il Parroco di San Pio è anche convinto che lo sgombero di per sé non risolve nulla, se non si trovano soluzioni alternative per chi lascia gli insediamenti abusivi, soprattutto nei confronti dei più deboli, come bambini, anziani e donne in gravidanza.

Si parla tanto di sicurezza in Italia e quasi esclusivamente a proposito degli immigrati clandestini. Cosa ne pensa di questo aspetto della vita sociale italiana?

Il tema della sicurezza nella vita delle nostre città è stato molto presente sui giornali e nei dibattiti politici, anche nella propaganda delle ultime elezioni politiche, rischiando di essere strumentalizzato a fini elettorali. Ritengo che alcune considerazioni debbano essere sempre ben presenti. Innanzitutto appare evidente come il rispetto della persona, e di ogni persona, che sta alla base della vita civile di un popolo, in questi giorni in Italia sia messo duramente alla prova. Ancora una volta gli immigrati, a volte senza precisazione, vengono demonizzati, indicati come causa di ogni male possibile per la nostra società. A scanso di equivoci, va poi detto che i clandestini non hanno la ragione d’essere in una società moderna. Questo vale per chi viene in Italia per sopravvivere alla meglio, così come per tutte quelle persone che sfruttano la clandestinità offrendo lavoro nero, pratica che permette una comoda evasione fiscale. Con la stessa chiarezza va pure ribadito che i “delinquenti”, siano essi immigrati regolari o clandestini o italiani, o di Cattolica, devono pagare i loro errori o le loro colpe con la certezza della pena e la esecuzione della medesima.

Colpire chi delinque, chiunque esso sia –come lei ha detto- è giustissimo. Non le sembra, invece, che in Italia, in questi ultimi tempi, ci sia invece la caccia al rom, al diverso, solo in quanto tale?

La legalità non si discute, ma in alcuni casi si è sceso abbondantemente sotto i limiti stabiliti dai fondamentali diritti umani. E’ giunta all’epilogo la situazione dei campi rom abusivi nelle periferie di Milano, Bologna, Roma, Napoli. Da una quindicina di giorni le forze dell’ordine sono state quasi costantemente presenti nelle aree dei campi abusivi, operando ripetuti e opportuni interventi di demolizione di diverse baracche, mandando così un chiaro segnale a tutti coloro che occupano illegalmente delle aree, a non ritenere definitiva questa situazione. Nulla da eccepire su questo. Ma allontanare questi disperati, senza pensare per loro un’alternativa, cosa produce? Gruppi di nomadi si mettono alla ricerca di altre zone, vagando per le città, disseminandosi per l’Italia: in mezzo a loro anziani, bambini, donne in avanzato stato di gravidanza o con figli di pochi mesi. Perché, insieme alla dovuta fermezza, non si è vista nessuna forma di assistenza elementare per loro, specie per i più deboli tra i disperati? Insieme allo schieramento delle forze dell’ordine in atteggiamento antisommossa, occorreva qualche tanica d’acqua, del latte per i più piccoli, un presidio medico, qualche soluzione alternativa per i bambini, i malati, le donne in gravidanza.

Insomma, fermezza sì, ma con rispetto per le persone…

Certamente! All’interno di una situazione di grave disagio sociale e di illegalità a cui occorreva provvedere, diventava opportuno riaffermare quello stile civile che persegue atti illegali e criminosi, ma sa riconoscere sempre e comunque la dignità di ogni persona. Papa Giovanni affermava: “Ancorché clandestina, la persona mantiene tutta la sua dignità”.

Non le sembra che in questo clima si finisca per dare spazio a sentimenti di tipo razzistico, che non distinguono tra lo straniero che commette reato e quello che vive onestamente?

Ci sono delle persone non in regola con la legge e nei loro confronti occorre che la legalità prevalga. Ma non si possono confondere i nomadi e i migranti che lavorano con i delinquenti, oppure gli irregolari con chi è in possesso di regolare permesso di soggiorno. La maggioranza degli immigrati in Italia lavora, tanti con regolare contratto. Molti sono occupati nell’edilizia, nell’industria, nel lavoro alberghiero, nella ristorazione, nell’assistenza agli anziani, ai malati, nei lavori domestici. Spesso sono costretti a lavorare in nero, ricattati in mille modi. Una domanda allora s’impone: all’Italia, alle nostre città, a noi stessi, questi immigrati servono o danno fastidio? Sappiamo che gli immigrati non sono tra noi per turismo o per svago. La maggioranza di loro è qui per poter lavorare. Sanno che del loro lavoro, noi italiani abbiamo bisogno. Che ne sarebbe di vasti settori del lavoro senza la manovalanza a bassissimo costo di rumeni, macedoni, albanesi, marocchini, senegalesi, moldavi, russi, ucraini, cinesi?

Venendo a Cattolica, come viene affrontato nella nostra città, secondo lei, l’aspetto dell’accoglienza e della integrazione con chi viene da mondi e culture diverse?

Per molti aspetti possiamo dire che la nostra città è per gli immigrati un’isola felice, pur non mancando alcuni problemi. Generalmente la cultura della nostra popolazione è segnata da atteggiamenti di solidarietà, di accoglienza. Basta pensare a tutta la realtà della caritas cittadina, con la mensa per i poveri, il dormitorio, il centro di ascolto, lo sportello per gli immigrati, il centro di aiuto alla vita, le case famiglia della “Papa Giovanni XXIII”, la casa della Fraternità “S. Francesco”. Sono tutte realtà nate e sorrette nel tempo dalla generosità della popolazione e della stessa amministrazione comunale. Accanto a queste iniziative per gli immigrati e poveri di passaggio, va pure sottolineata la preziosa ed insostituibile opera educativa e di integrazione sociale svolta dalla scuola, dalle materne fino alle medie.

In effetti, l’immigrazione è soprattutto una questione culturale: la si affronta nel modo giusto, solo se si accetta l’idea che ormai la nostra è e sarà sempre più una società multietnica. Non le pare?

Certo, ed è proprio nella scuola che le nuove generazioni hanno soprattutto la possibilità di imparare a vivere in una società che sarà sempre più plurietnica, multireligiosa, pluriculturale. Dobbiamo saper prefigurare la nostra città di Cattolica proiettata nel futuro, quando la presenza di razze, culture, religioni diverse segnerà la civile e libera convivenza delle persone e delle famiglie. E’ per l’impegno educativo e formativo di tutte le istituzioni sociali che crescerà una mentalità di rispetto e di osservanza della legalità. Ma il rispetto della legalità non riguarda solamente gli immigrati: che dire dello sfruttamento messo in atto da albergatori e da affittacamere nel vendere posti letto o camere d’albergo ad immigrati irregolari, o addirittura come luoghi di prostituzione o per altre attività illecite? E’ illegalità anche il vasto fenomeno del lavoro nero, che trova tra gli immigrati irregolari il suo mercato preferito. Lavorare per la legalità è impegnarsi per la giustizia, per condizioni di vita degne di un essere umano; è mettere al centro sempre e comunque la persona umana. Ce n’è di strada da percorrere per tutti.

Come chiesa locale, quali iniziative portate avanti per favorire questo processo di integrazione?

Innanzitutto, la Chiesa ha come riferimento obbligato la Parola di Dio. Ricordo, tra i tanti, due brani che andrebbero scritti a chiare lettere all’ingresso di ogni casa e di ogni città. Il primo è tratto dal libro dell’Esodo ed è rivolto ad un popolo nomade che cammina alla ricerca della propria terra: “Non molesterai il forestiero né lo opprimerai, perché voi siete stati forestieri nel paese d’Egitto” (Es. 22,20). Il secondo fa parte del giudizio finale, riportato dal Vangelo di Matteo: “Venite, benedetti dal Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi… perché ero forestiero e mi avete ospitato” (Mt. 25,35). Da notare che il forestiero è tale non solo per provenienza etnica diversa dalla mia, ma anche per la sua posizione culturale, per la sua religione, per la sua condizione sociale. Siamo accomunati dal fatto che ogni uomo qui sulla terra è forestiero, di passaggio, e contemporaneamente dall’essere tutti figli del medesimo Padre, quindi con eguale dignità e responsabilità.

Qui si innesta il problema del rapporto con le altre religioni e quindi del dialogo del cristiano con chi ha esperienze di fede diverse…

Indubbiamente, la Chiesa ha ancora vaste opportunità educative, formative. Il cristianesimo, quando è colto nella sua dimensione essenziale, porta a vivere come cittadini del mondo, in atteggiamento di rispetto e di accoglienza, per una società umana sempre più fraterna. Chi si presenta come diverso non è di per sé un problema, ma una opportunità per il confronto che ne può nascere, per la condivisione di comuni valori. La Chiesa, poi, dall’incontro con religioni e culture diverse, è chiamata da una parte a conoscere meglio la propria tradizione cristiana, e nello stesso tempo è sollecitata a conoscere sempre più chi è portatore di altre esperienze. Conoscere, accogliere, confrontarsi, vivere nella pace le diversità, questo è uno degli orizzonti di civile convivenza per il quale operare e lavorare fin da oggi. Vi saranno lungo il cammino delle difficoltà, generate da situazioni contingenti: tutto sarà superato se non verrà smarrito l’orientamento di fondo per una convivenza pacifica e vera di un unico popolo fatto da realtà diverse, ma non contrapposte.

di Paolo Saracino

Lascia un commento

Archiviato in Interviste

Sicurezza, sicurezza

I 10 comandamenti

I 10 comandamenti

Tratto da Cubia n° 73- Giugno 2007

“E’ tempo che gli italiani si proclamino francamente razzisti”. Così recitava l’art. 7 del Manifesto degli scienziati razzisti del 14

luglio 1938 poco prima delle leggi razziali italiane contro gli ebrei. Si intendeva individuare nel concetto di razza superiore un fondamento a base biologica (toh, chi si rivede, la vecchia, cara Natura come fonte di eticità!) che potesse legittimare forme persecutorie e di esclusione contro bersagli umani indicati come minacciosi. Il manifesto concludeva: “Il carattere puramente europeo degli italiani viene alterato dall’incrocio con qualsiasi razza extraeuropea e portatrice di una civiltà diversa dalla millenaria civiltà degli ariani.” Chi ritenesse che queste parole rappresentino oggi solo un valore documentario di un passato liquidato, si faccia sorgere qualche dubbio. E’ vero che gli antropologi, con le scoperte della genetica, hanno abbandonato le distinzioni razziali dell’unica specie umana, ma nuove bandiere sventolano orgogliose a presidiare i territori del razzista-pensiero. Su una in particolare vorrei soffermarmi: quella che nei confronti dei migranti contemporanei ostenta il vessillo della “sicurezza”. Primadonna di quotidiani e telegiornali, le hanno dedicato una marcia in marzo a Milano e secondo dati del Viminale appena pubblicati un italiano su quattro si sente insicuro. Qualsiasi politicante che promette sicurezza trova tutte le porte aperte, del resto lo ha fatto anche Veltroni nel suo discorso di investitura alla guida del nascente PD. “Sicurezza” è un approccio interpretativo al fenomeno migratorio che raccoglie adesioni a destra e sinistra, cosa che ne rende più capillare la penetrazione nel senso comune ma aumenta il rischio di perdita di difese critico-immunitarie individuali. “Aiuto, sono di sinistra ma sto diventando razzista” è il titolo di una lettera pubblicata di recente su Repubblica che ha fatto discutere sui Media. L’autore è un cinquantenne entrato in crisi identitaria nel momento in cui i suoi teorici principi di non violenza e tolleranza sono entrati in rotta di collisione con la corporeità degli extracomunitari incontrata sulle strade di Roma. Dice:“non c’è stata una molla scatenante ma un continuo stillicidio di fatti letti, di violenza vista, di sicumera da impunità, di moralità calpestata…” E cita come esempi gli insulti di una ragazza slava ad una anziana che tossiva in metrò, quelli di una ragazza di colore ad una vecchietta che in tram le chiedeva di cederle il posto o l’abile borseggio a Fontana di Trevi effettuato dalle immancabili zingarelle. Né ci viene risparmiata la domanda di fallaciana memoria: “e se io stuprassi una giovane araba alla Mecca a cosa andrei incontro?”o quella di sapore leghista: “perché devo essere buono e accogliente con i nomadi, quando questi rubano, si ubriacano, violano la mia casa e la mia intimità, quando mendicano con cattiveria, quando bastonano le immigrate che non vogliono prostituirsi, quando sbattono i bambini in strada?” Dopo la constatazione che “sta montando ogni giorno di più l’odio per lo straniero e nessuno fa nulla”, l’autore così conclude la sua lettera: “So benissimo che in Italia ogni giorno mille e più reati vengono compiuti da miei connazionali, nessuno crede che la sicurezza venga messa a repentaglio solo dagli immigrati…. Ma voglio legalità, voglio la cultura della legalità, voglio che chi sbaglia paghi.” Chi non sottoscriverebbe? Eppure, attenzione. Qui si annida il germe del neorazzismo subdolo che, aggrappato al vello di affermazioni che paiono insindacabili approfitta di noi, ciclopi accecati dal falso splendore di una mezza verità, per penetrare nell’antro della nostra visione del mondo e rubarci la saggezza dello sguardo. E potremmo finire senza rendercene conto a congratularci con i curatori dell’inserto della “Voce di Romagna” di maggio titolato Immigrazione selvaggia. In copertina, sulla foto a tutta pagina di un nero che sbarca, dichiarano: LA MISERIA A CASA VOSTRA NON È COLPA NOSTRA E NON VI DOBBIAMO NIENTE – L’ITALIA È CASA NOSTRA E TOCCA A VOI, NON A NOI ADATTARSI – SE NON VI VA TORNATE A CASA VOSTRA. Sì, potremmo ridurci come questi paladini del pensiero imbecille, nel senso etimologico di senza bastone, cioè senza appoggio argomentativo. Come evitarlo? 1) Frequentare le vie del pensiero complesso, l’unico adatto a porre i problemi della umana condizione in modo corretto e di generare teste ben fatte (Morin) capaci di: a)comprendere i molteplici fattori che hanno condotto le gloriose civiltà occidentali a produrre benessere solo per una minoranza dell’umanità (noi) sfruttando risorse, devastando culture e territori in tutto il globo e provocando una enorme massa di vite di scarto (loro) come le chiama Bauman mentre sottolinea che oggi dagli immigrati si pretende che “cerchino soluzioni biografiche a contraddizioni sistemiche”; b) rendersi conto che “La situazione economica dei cittadini di uno stato nazionale è sfuggita al controllo delle leggi dello Stato. Adesso abbiamo una super classe globale che prende tutte le decisioni economiche, le prende in assoluta indipendenza dalle legislature di qualsiasi paese e dalla volontà degli elettori. L’assenza di una comunità politica globale significa che i super-ricchi possono operare senza curarsi di altri interessi che non siano i loro”(Rorty). Il ruolo dei politici da produttori di regole è diventato quello di controllori che le regole decise negli ambiti economico-finanziari vengano rispettate, ecco perché non possono far altro che occuparsi di sicurezza se vogliono mostrare che servono ancora a qualcosa.
2. Frequentare le vie della conoscenza di se stessi. Cosa si nasconde dietro alla nostra voglia di sicurezza quando chiediamo che la fortezza-Europa o la spiaggia locale renda i propri confini sempre più impenetrabili agli immigrati? Non sarà che vogliamo impedire al conflitto tra noi e loro di poter esplodere e rendere evidenti le ingiustizie globali che aumentano ogni giorno? Non sarà che difendere coi denti la sicurezza di poter continuare a consumare al ritmo a cui abbiamo preso gusto ci serve a rimuovere l’incapacità a sopportare un’altra insicurezza, ben più profonda, quella esistenziale che ci proviene dall’essere il nostro rapporto con la vita un contratto a termine?
In alternativa a queste due vie potremmo sempre intonare: sicurezza, sicurezza, parafrasando le parole dell’inno trionfale del partito nazionale fascista. Ma quella era un’altra storia. O no?

di Amedeo Olivieri

Lascia un commento

Archiviato in LIBERAmente