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Pillole di Dialetto

Tratto da Cubia n° 55 – Ottobre 2005

Biancamaria Liverani, ospite della Casa di riposo La Quiete, ci fornisce una serie di “modi di dire” dialettali. Ci sarà compagnia di viaggio anche in futuro, finché la memoria l’aiuterà a raccontarci fatti ed aneddoti della sua lunga vita.

Per ogni gata iè bei i su gatten (Per ogni gatta sono belli i suoi gattini)

Intent che la grasa la stia, la secca la mor (Intanto che la donna grassa dimagrisce, la magra muore)

S’us ciud una porta, us irva un purton (se si chiude una porta si apre un portone)

E val piò un caplacc d’un caplen (Vale più un cappellaccio di un cappellino)

L’è mei un ov ogg d’una galena dmen (E’ meglio un uovo oggi di una gallina domani)

E garben l’ha un fiasch dri la schina (Il garbino ha un fiasco dietro la schiena, cioè porta la pioggia)

D’insteda me mont, d’inverne me font (Per il tempo che farà, d’estate guardare verso il monte, d’inverno verso il mare)

Quest’ l’è e testament ad Fagiulen (cioè di chi vorrebbe dare tanto agli altri, ma non ha niente)

Versi di un anonimo:

U iera un mestre ad Sant’arcangel che baleva come un angel: una gamba ma Curien e una ma Pasen (C’era un maestro di Sant’Arcangelo che ballava come un angelo: una gamba a Coriano ed una a Passano).

Chi vo’ veda al done bele ad Curien, che venga per la Madona d’agost o per San Bascen (chi vuol vedere le donne belle di Coriano venga per il ferragosto o per la festa di San Sebastiano)

Braghiton (una donna povera ed affamata) l’é andé in cusena per magné na gallena, un galen ed un capon, viva viva Braghiton!

La preghiera di una riminese:
Signuren a ma racmand : e gren da vend, i sold da spend, un bon marid in ste mond, e Paradis ad cleltr, Signuren an dmand eltr. (Signore, mi raccomando : il grano da vendere i soldi da spendere, un buon marito in questo mondo, il Paradiso in quell’altro, Signore non chiedo altro).

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Bei ricordi di tempi semplici e irripetibili

Processione Corpus Domini

Processione Corpus Domini

Tratto da Cubia n°58 – Gennaio 2006

La Signora Marcucci Sestina di San Giovanni in Marignano, ospite del pensionato la Quiete, ha 92 anni e ci racconta qualcosa della sua vita.

Ho frequentato le scuole dalle suore. A 18 anni a San Giovanni facevo parte di una compagnia teatrale di dilettanti, che recitava nel teatro locale, ancora esistente, dove raccoglievamo gli applausi di tutto il paese. Allora non c’erano passatempi, non c’era altro. Ci ritrovavamo per cantare, si preparavano e si facevano le recite; usava molto il dramma: ricordo “Il padrone delle ferriere“, “Teresa Raquen“, e la gente che piangeva… Erano gli anni più belli. Ci trovavamo durante la settimana per le prove; il regista era il farmacista. Quando era freddo, ci scaldavamo con la carbonella negli scaldini fra una cantata e l’altra; non si andava a mangiare in giro, ma pizzicavamo un po’ di sementine, di “frusaia”. Ricordo un episodio: uno della compagnia portò delle castagne cotte in un vaso da notte (pulito!), perché non aveva un altro recipiente adatto, e, mentre tutti ci facevamo una risata, una del gruppo se la prese: era la maestra Corbucci Anna Maria, che piantò tutti in asso e si ritirò dalla compagnia. La gente veniva anche da Cattolica in teatro e pagava; noi non prendevamo nulla, ma eravamo felici. Ricordo alla fine una bella cena tutti insieme.
Quella volta c’era anche un po’ di miseria. Mio padre, Marcucci Lorenzo, faceva il falegname, era un santo uomo; mia mamma era di Riccione e si chiamava Lazzarina.
Abbiamo continuato le recite per circa sei anni. Poi mi sono sposata con un ragazzo di S. Giovanni: faceva parte della compagnia, era il “primo uomo”, mentre io era la “prima donna”; era nato pian piano un po’ di calore, poi l’amore.
Per incontrarci fra ragazzi e ragazze approfittavamo delle feste del Corpus Domini, della prima domenica di ottobre, ed altre; facevamo dei festoni con rami di alloro che andavano attraverso le strade da una finestra all’altra; poi le luci; si facevano delle belle meravigliose processioni, a cui venivano anche da Cattolica; alcune ragazze, vestite da angeli, andavano dietro il baldacchino ed il prete.
Dopo i 18 anni, a volte venivo al mare a Cattolica con il mio ragazzo, che mi portava sul cannone della bicicletta, per cui quando scendevo ero tutta indolenzita e dolorante. Alla sera non si usciva. Da fidanzata, a fine anno o per carnevale, andavo a ballare con il fidanzato nelle sale del comune: erano 4-5 stanze comunicanti, e si passava da una all’altra ballando valzer, tanghi, fox-trot… fino al massimo a mezzanotte. In Quaresima e durante l’anno sempre a casa; le ragazze erano molto riservate, salvo qualche eccezione.
Dai 18 ai 24 anni andavo ad imparare a ricamare alla Singer del Sig. Gamboni di Saludecio, per potermi poi comperare la macchina. Ho fatto la ricamatrice, ma tanti non pagavano i lavori, e mia mamma andava per le case a chiedere i soldi. A 24 anni mi sono sposata e non ho più fatto questo lavoro.

a cura di Ignazio Rotondi

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