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Brutti

Tratto da Cubia n° 67 – Dicembre 2006

In occasione di una festività significativa come il Natale, perché non parlare di una favola per adulti?

E’ il caso dell’ultimo libro di Scott Westerfeld, già scrittore per ragazzi, ghost writer e compositore, dal titolo emblematico: “Brutti“.

In un futuro imprecisato, la vicenda prende vita in una delle poche arre riabitate dopo un crollo basata sui consumi eccessivi e sullo spreco delle risorse, energetiche e non. La nuova società, nata imparando dalla lezione inflitta ai precedenti abitanti della terra, è tecnologicamente più evoluta, biocompatibile e completamente “sana”: non inquina, ricicla tutti i prodotti di scarto, non lascia spazio ad imprecisioni.

Ma la situazione finisce con lo sfuggire di mano, e ben presto il lettore scoprirà che in questo mondo nessun tipo di imperfezione è tollerato, anche soprattutto quelle fisiche e somatiche.

Compiuta la maggiore età, tutti i giovani cittadini, cresciuti coi difetti fisici e caratteriali “umani” consueti, vengono sottoposti ad un’operazione chirurgica globale, che, oltre a rimodellare i lineamenti e i muscoli come già è possibile fare oggi, addirittura tritura l’apparato scheletrico dove serve e lo riappronta secondo schemi di perfezione condivisi da tutte le comunità: anche l’altezza non è più un problema. I giovani non sono obbligati, ma “convinti” crescendo: educati a fare quella scelta che pare la più logica, scontata e “naturale”. I neobelli sono poi inseriti in una apposita zona della città e vivono il resto della loro vita tra feste notturne, felicità incondizionata, sollievo da qualunque preoccupazione materiale e (soprattutto) morale. Gli abitanti, infatti, sono divisi tra “brutti”, “neo-belli” e belli, e anche gli agglomerati urbani sono separati.

Sembra un mondo perfetto in cui non esistono più fatica né dolore. Ma non è esattamente così, e una ragazza, Tally, scoprirà, a spese sue e di coloro che le sono vicini, il prezzo di un tale paradiso artificiale.

A parte l’impostazione decisamente favolistica della trama, per di più un po’ scontata nel finale, il contenuto profondo è sicuramente significativo. Leggendo una pagina dopo l’altra è facile lasciarsi coinvolgere e appassionare, proprio per la palese struttura fiabesco-avventurosa (il quartiere dei neo-belli ricorda molto il paese dei balocchi di collodiana memoria); il che rende perdonabili alcune ingenuità di narrazione (a volte sembra di trovarsi di fronte a dialoghi da telefilm per ragazzi).

Sebbene possa apparire quindi una lettura di svago, è consigliabile a tutta la fascia di lettori pre-adolescenti e giovani adulti, ma in generale a tutti coloro che sono sensibili alla questione estetico-esistenziale.

Il testo offre numerosi e interessanti spunti di riflessione sull’ordine di priorità da dare alla propria vita, sugli ideali, e aiuta a soffermarsi su una questione quanto mai attuale: la nostra società non accetta più l’invecchiamento, il decadimento fisico, la morte, e neanche il pur minimo difetto nell’angosciante rincorsa alla perfezione a tutti i costi.

Il modello vincente (bello-giovane-efficiente), che ci viene imposto più o meno subdolamente ogni giorno e che provoca anche un preoccupante aumento di disagi psicologici e di disturbi alimentari tra i giovani, diventa la quint’essenza di questo godevolissimo libro edito da Mondadori, e anche abbastanza economico: 13 euro.

Scott Westerfeld, Brutti, pp.351, Mondadori

di Laura Giambartolomei

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Un posto nel mondo

unpostonelmondo

Tratto da Cubia n° 78 – Gennaio 2008

Fabio Volo (pseudonimo di Fabio Bonetti) è un giovane artista poliedrico che ha iniziato la sua carriera come deejay, per passare poi al ruolo di presentatore televisivo (ha condotto tre edizioni del programma Le Iene su Italia 1; successivamente Ca’ Volo e Il coyote su MTV; sempre su Italia 1 Smetto quando voglio e Lo spaccanoci; è ritornato nelle ultime due stagioni su MTV con Italo-Spagnolo e Italo-Francese). Dal 2000 inizia l’avventura nel mondo editoriale e cinematografico. In questi giorni lo troviamo nelle sale col nuovo film di Cristina Comencini Bianco e nero (assieme ad Ambra Angiolini e Katia Ricciarelli) ed in tutte le librerie con il suo quarto libro Il giorno in più.

Le vicende di Michele, Federico, Francesca e Sophie sono quelle di un gruppo di giovani alla ricerca del loro posto nel mondo. Michele ha un amico, Federico. Uno di quegli amici coi quali dividi tutto: l’appartamento, la piazza e la birra, ma anche i sogni e le frustrazioni, e qualche volta le donne. Un giorno Federico decide di mollare tutto e partire. Stanco della vita monotona di provincia, se ne va alla ricerca dell’altra metà di sé. Michele invece resta. Quando torna, dopo cinque anni, Federico è cambiato. Ora è sereno, innamorato di una donna (Sophie) e della vita. Sembra una storia a lieto fine, ma non è così. Federico all’improvviso riparte per un viaggio più lungo. Ritornerà (a sorpresa) nascosto dietro gli occhi di una bambina, Angelica.

In questa sua nuova fatica Fabio Volo mette insieme le vite dei protagonisti come i pezzi di un puzzle, scegliendo ancora una volta l’universo femminile come codice d’accesso. E’ infatti sicuramente alle donne che questo libro strizza l’occhio; donne che, come ormai Volo ha ben capito, rappresentano un notevole bacino d’utenza. Volo scrive della sua generazione e si rivolge alle generazioni più giovani. Parla della capacità degli esseri umani di sviluppare le proprie potenzialità inespresse, perchè non abituati ad usarle. Inoltre, Fabio spiega anche molto bene i sottili meccanismi psicologici tra madre/padre-figlio. I ”ricatti morali” dei genitori, il sentirsi investiti di responsabilità nei confronti degli stessi, i sensi di colpa, il non autorizzarsi ad essere felici, soprattutto quando i genitori non lo sono. E’ un libro semplice, scorrevole, di quelli da “leggere tutto d’un fiato”; ma è una lama a doppio taglio: infatti alcune volte rischia di cadere nel banale, nei luoghi comuni, azzardando accostamenti non sempre felici (come quando dopo aver parlato di Dio ci diletta con considerazioni su quanto sia bello mettersi le dita nel naso…).

Volo piace perché rappresenta tutti quei giovani che rivedono certe loro insicurezze e si pone come piccolo manuale di sopravvivenza alle domande e ai dubbi che sorgono nelle fasce d’età sopradette (si veda la scelta della coppia di vivere in due case separate). La sua forza sta proprio nel fatto che ognuno può riconoscersi nei personaggi trattati, nelle sfumature della vita e della psiche umana.

Rimane il fatto che tutti avremmo una storia interessante da raccontare, tutti abbiamo qualcosa da dire e lo scrittore dovrebbe essere colui che sa narrare tutto questo con talento ed eccellenza, mentre a Volo manca esattamente la pregevolezza del letterato (per cui varrebbe davvero la pena spendere denaro per acquistarne i prodotti e dedicarci tempo). Adatto ai ragazzi che cercano uno spunto per cominciare a guardarsi intorno, se davvero non l’hanno mai fatto nonostante i magnifici scrittori studiati alle elementari.

F. Volo, Un posto nel mondo, pp 252, ed. Mondadori, 2006, 15 €

a cura di Laura Giambartolomei

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Come Dio comanda

Come Dio comanda

Come Dio comanda

Tratto da Cubia n° 74 – Settembre 2007

Anche lasciare l’amaro in bocca rientra nei diritti dello scrittore.

Al centro del nuovo romanzo di Niccolò Ammaniti un padre ed un figlio, Rino e Cristiano. Il primo è un tipo poco raccomandabile, nazista e xenofobo, legato tuttavia al figlio da un affetto sincero; il secondo è consapevole che il babbo è “un ubriacone, un violento, un buono a nulla” ma, conoscendo solo questa realtà, pensa che sia l’unico su cui poter contare. Gravita attorno a loro una coppia di perdigiorno: Quattro Formaggi (così chiamato per i suoi gusti in fatto di pizza), rimasto strano dopo un incidente con i fili dell’alta tensione e Danilo Aprea, abbandonato dalla moglie e segnato dalla perdita dell’unica figlia piccolissima. Assieme a Rino decidono di mettere a segno il colpo della vita: scassinare uno sportello bancomat staccandolo con l’impiego di un trattore. Ma la notte del colpo si scatena un nubifragio e soltanto Danilo si presenta all’appuntamento; frattanto, una ragazzina sorpresa dalla furia degli elementi mentre fa ritorno a casa in motorino, è violentata e massacrata in un bosco.
Partito su toni grotteschi, il romanzo assume con lo scorrere delle pagine i connotati di una tragedia: il registro stavolta non è quello fondamentalmente realistico del precedente “Io non ho paura” bensì quello parossistico dei racconti di “Fango”, con sottolineature a mezza via fra l’iperrealismo (in cui qualcuno ha rivisto Pasolini, altri Verga) ed il gusto dei comics (“Era finito sopra il cadavere e sotto la bicicletta. Aveva la testa in mezzo agli avanzi del barbecue e su una guancia gli si era incollata un’etichetta della birra Peroni”).

Ammaniti dipinge il ritratto di un paese devastato dalla volgarità e dall’appiattimento consumistico: gli uomini hanno capelli tinti e le donne occhiali griffati, prendono i telefonini da “Cellulandia” e fanno acquisti al centro commerciale “Quattro camini”. Intorno, la miseria di chi non ce l’ ha fatta, dipinta però senza indulgere a simpatie di maniera: la ferocia dei poveri, che esplode in modi devastanti ed imprevedibili senza lasciare spazio a giustificazioni di sorta, è raccontata a tinte forti con un linguaggio narrativo quasi cannibalesco. Ed è questa la potenza che il romanzo ha e che ci fa precipitare in una lettura che ci induce a non abbandonare mai il libro fino alla sua fine.

Non c’è commiserazione verso i personaggi. Ma chi sono i veri miserabili? Essi pullulano nel romanzo ma non si chiamano né Cristiano né Rino Zena: il miserabile è davvero Danilo Aprea che muore cercando fino all’ultimo di riunire quello che è rimasto della sua famiglia o è piuttosto Beppe Trecca (l’assistente sociale che segue ‘il caso’ della famiglia Zena) che porta via la moglie al suo migliore amico e distrugge una famiglia con tre bambini? E’ miserabile Cristiano, costretto a vivere di stenti oppure le ragazzine bionde ricche belle e magre che sfrecciano in motorino e che passano le loro giornate pensando ai piercing e a ‘farsi’ di fumo, sesso e quant’altro?

Chi è il miserabile tra la mamma di Fabiana e il padre di Cristiano? Lei che in una notte d’inverno mentre la figlia di 14 anni è fuori in mezzo a una tempesta prende i sonniferi e si mette i tappi nelle orecchie oppure Rino che pur di tenere con se il figlio adorato è disposto a fare qualsiasi cosa? Il grande errore di Rino è di non riuscire a capire quali siano le cose giuste da fare, per lui e per suo figlio, per cambiare vita: questa varia umanità di serie B è povera non solo economicamente ma soprattutto interiormente, in un abbrutimento che raggiunge la ferinità.

C’è tutto Ammaniti in questo libro: il difficile rapporto genitore figlio, con un padre che educa il figlio (da solo perché la madre li ha abbandonati) con l’uso della violenza; l’adolescente, Cristiano, che si ritrova solo a dover affrontare un mondo in cui tutti gli sono ostili e dove tutti sanno solo nascondere le loro debolezze per mostrare i pugni. Inoltre il romanzo è un attacco alla religione in quanto oppio dei poveri. Religione per cui, ogni intoppo ad una vita perfetta (immagine di ciò che si vede nelle fiction) viene percepito come una punizione. Punizione di peccati per espiare i quali occorre autopunirsi. Come Quattro Formaggi che, dopo aver subito il triste ma significativo episodio della truffa sull’amuleto pseudo-miracoloso, arriva a credersi “strumento di Dio” con un disegno da perseguire. “Perché me lo ha detto Dio di fare questo: come Dio comanda”.

Niccolò Ammaniti, Come Dio comanda, pp. 495, Mondadori Editore, Milano.

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La generazione frustrata dei giovani adulti: Caos Amore Caos

Copertina Caos Amore Caos

Copertina Caos Amore Caos

Tratto da Cubia n° 73 – Giugno 2007

La generazione dei giovani cresciuta negli anni ’80 era stata ribattezzata in contemporanea, da un illuminato scrittore americano del periodo, Generazione X. Dove la X sta a significare la mancanza di ideali e di valori morali che distinguevano la beat generation e gli hippy dagli ormai imperanti yuppies. Poi negli anni ’90 si è cominciato a parlare di adultescenza: quel periodo di transizione tra l’adolescenza e l’età adulta, ormai infinito nella nostra società, in questo mondo dove anche un uomo di mezza età come Briatore può affermare senza suscitare scandalo che non si sente ancora pronto per sposarsi e “mettere la testa a posto”.

Di questa generazione parla Giuseppe Ricci, scrittore già noto per aver “sbugiardato” la Cattolica-bene svelandone, sotto le menite spoglie di nomi fittizi comunque identificabili per chi bazzica il giro, vizi (molti) e virtù (scarsissime), senza alcuna pietà, col suo primo romanzo “Amarkord”.

Con “Caos Amore Caos”, Ricci cerca di farci addentrare in un universo di giovani/adulti, che solo i tranta-quarantenni conoscono bene, le cui dinamiche perlopiù sfuggono al resto della popolazione: una generazione frustrata per la mancanza di un lavoro vero (come quello dei propri genitori), disorientata per la totale mancanza di meritocrazia e quindi dell’amoralità imperversante nella civiltà seguita al ’68 e al ’77, insensibile, ma soprattutto anestetizzata dalla pseudo-cultura dominante. Insomma l’altra faccia, rispetto ad “Amarkord”, di questa “generazione” di cui anche lo scrittore, anagraficamente, fa parte.

Un cenno alla trama (il tono ironico scaturisce qua e là a volte spontaneamente). Il protagonista è dunque un uomo (o comunque lo si voglia definire) sui trent’anni con un lavoro precario e una vita sovvenzionata dal padre ex-contestatore ora divenuto dirigente bancario e giunto così a più miti consigli rispetto alla politica e alla società.

Senza affetti fissi (si viene a sapere solo dopo diversi capitoli che il suo migliore amico si è tolto la vita), egli gravita attorno ad un gruppo (che l’autore ama definire con un0intuizione brillante il mio intorno): un insieme eterogeneo di più o meno coetanei. Questi ultimi hanno il loro punto di aggregazione in feste e festini vari, il loro unico interesse è ubriacarsi o abusare di sostanze stupefacenti; solo un ristrettissimo numero di maschi “impegnati” quando si incontrano parlano, persino di fatti di politica, esprimendo addirittura pareri o manifestando intenzioni di interventi attivi nella realtà.

Gli approcci con le ragazze (definite femmine in caso di avvenenza accertata) sono deludenti, non ceto per mancate possibilità (il protagonista non sembra avere “tempi di magra”) quanto a causa della costante e sconfortante stupidità dell’altro sesso, finto debole… tutto è inappagante. Il lettore capisce già dalle prime parole che il protagonista scrive in testimonianza di qualcosa accaduto come reazione a questo desolante quadro. Una risposta giunta dopo un cammino personale di riflessione (fin troppo breve?) che ha comportato gravi ripercussioni. Ripercussioni che, però, non saranno chiare se non alla fine della lettura. Stanco di droghe pesanti e vuoto spirituale, decide di riflettere sulle cause che hanno portato ad un tale deserto dell’anima, cerca in tutti i modi di liberarsi dagli oggetti che lo rendono schiavo di ritmi e desideri che non sono autenticamente suoi, sovverte il suo stile di vita fino a sconvolgere il suo equilibrio, anche mentale.

Ciò che ogni giorno inculcano spot televisivi e mass media in genere si insinua senza che ne abbiamo consapevolezza nelle nostre menti fino a cambiare il nostro modo di veder le cose: la superficialità imperante, l’estrema attenzione all’esteriorità e la povertà interiore ne sono una testimonianza quotidiana. Chi giunge ad aver tale coscienza sa a che prezzo si fanno queste conquiste individuali: la libertà è fatica, umiltà, solitudine.

Forse questo in particolare manca al protagonista: l’aver capito alcune cose importanti della vita non porta necessariamente a compiere gesti estremi (come quello esageratamente “francescano” del dono e del lancio nel vuoto degli oggetti tecnologici) o sconsiderati (la violenza, che ricorda tanto il terrorismo e sta sullo stesso piano, ma all’opposto, dell’esaltata munificenza).

Rivoluzione significa anche cercare di cambiare la società il più possibile dal suo interno, provando a forzare le regole e sfruttarle fino al loro limite senza necessariamente infrangerle. Non tutte le giovani donne carine sono stupide, non tutti i matrimoni sono la tomba dell’amore, non tutti i lavori onesti alienano e non tutti gli adulti sono vecchi; per accorgersi di ciò basterebbe uscire dal solito giro di conoscenti e tenere le pupille, le orecchie e la “testa” aperte.

Servirebbero meno grida e più azioni responsabili e volontà di realizzare costruttivamente qualcosa di nuovo. E c’è questa varia (o, per meglio dire, avariata) umanità che genericamente potremmo definire “under50”, perennemente alla ricerca della felicità materiale e carnale, della giovinezza come valore assoluto e imprescindibile, che non vuole conoscere null’altro che se stessa, è molto conosciuta ormai per chi, pur avendo messo su famiglia, non necessariamente si è rintanata in casa.

Appena una nota sullo stile: in certi punti l’anonimo personaggio principale di “Caos Amore Caos” somiglia maledettamente al Riccardo Spadavecchia di “Amarkord”, anche se dovrebbe esserne molto diverso. La caratterizzazione dei personaggi è la croce e delizia della letteratura italiana, ma forse in questo contesto un po’ di più non avrebbe gustato.
Giuseppe Ricci, Caos Amore Caos, pp. 185, Fratelli Frilli Editore, Genova.

a cura di Laura Giambartolomei

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Nuvoletta e l’orto stregato di Zuccala

Nuvoletta e l'orto stregato di Zuccalà

Nuvoletta e l'orto stregato di Zuccalà

Tratto da Cubia n°87 – Dicembre 2008

Dal momento che questo numero di Cubia cade nel periodo delle festività natalizie parliamo di favole. Le favole, tutte le favole, raccontano qualcosa di noi, del nostro passato, della nostra infanzia mitica e oscura, delle nostre paure latenti, dei nostri sogni e desideri. Psicanalisti come Carl Gustav Jung e Bruno Bettelheim ne hanno sviscerato i significati nascosti arrivando alla sfera del rimosso, dell’inconscio. Propp invece, con la sua “Morfologia della fiaba” ha individuato figure e schemi ricorrenti nelle fiabe, nelle favole e in tutte le narrazioni in genere, fornendone un’interpretazione strutturalista.
Questa deliziosa fiaba di Lia Sellitto, intitolata “Nuvoletta e l’orto stregato di Zuccalà” e illustrata dai disegni di Bianca Pacilio, racconta di Nuvoletta, una bambina curiosa e timorosa insieme. Ama le zucche e vi disegna sopra occhi naso e bocca, poi lo dimentica e ne ha paura. È come tutti i bambini, affascinati e intimoriti insieme dal mistero, dalla fantasia, dalla vita. Specie se i grandi fanno la loro parte: una mamma, soprattutto, che non comprende la particolare sensibilità della figlia e si diverte a prenderla in giro inventando un’oscura fola sulle sue origini. Il libro centra con garbo sensibile molte delle emozioni che si ritrovano a vivere i bambini coetanei della protagonista: paure di abbandono, le ansie e le incertezze sulla propria identità ancora in costruzione.
L’autrice, psicoterapeuta e docente di Counselling SIPI-Scuola (Società di Psicoterapia Integrata), non solo si rivela competente ma dimostra anche un autentico talento di scrittrice nel tratteggiare le figure di Nuvoletta, della nonna Corallina, del fratellino rosolino, di mamma Adalgisa e della zingara, che imprimerà una vera e propria svolta nell’esistenza della bambina.
Questa fiaba è incentrata su un bisogno, un’esigenza: quella di costruire la propria identità e darle dei contenuti. Nuvoletta vive la confusione tipica dei bambini della sua età. Sconta inoltre la sua diversità – crea un mondo d’invenzione fatto di zucche perché le relazioni che vive sono poco empatiche: vedi il fratello genitoriale o la mamma, anaffettiva e giudicante – con delle paure ingiustificate che l’altro non contiene. Quando questo accade, quando la paura viene negata e non se ne fa veramente esperienza, il bambino crea dei mostri, proprio come fa Nuvoletta con le zucche.
Nuvoletta è nata in un giorno di nebbia. Il nome della bambina viene scelto, tra l’altro, dal padre Màttio, un uomo dalla fantasia fervida, mediatore del meraviglioso. Con lui la fiaba irrompe nella vita della bambina. Adalgisa, la madre, secondo il parere dell’autrice, già dal nome vuole evocare distanza e una certa durezza. Per tornare alla nebbia, potrebbe far pensare alla separazione, all’allontanamento, ma può rappresentare anche un elemento di contenimento, come se fosse un’ovatta protettiva. Il contrasto fra Adalgisa e la zingara rispecchia l’opposizione tra madre e matrigna, che spesso attraversa la stessa percezione che i bambini hanno della figura materna: qui è la nonna ad essere ablativa, accogliente, mentre Nuvoletta gioca da sola perché risente del rapporto problematico con la madre.
L’autrice ha promesso per questo Natale l’uscita di un’altra storia, sempre per Mephite, dal titolo “Il ragazzo che sognava gli aquiloni”, giurando di averlo ideato prima di Hosseini…

Lia Sellitto, Nuvoletta e l’orto stregato di Zuccalà, presentazione di Lia Levi, disegni di Bianca Pacilio, Mephite, Atripalda (AV) 2007.

a cura di Laura Giambartolomei

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Il cacciatore di aquiloni – Khaled Hosseini

Cacciatore di Aquiloni - Khaled Hosseini

Cacciatore di Aquiloni - Khaled Hosseini

Tratto da Cubia n° 76 – Novembre 2007

Il cacciatore di aquiloni narra le vicende di due bimbi, Hassan e Amir, per creare un affresco che rappresenti tutte le vicissitudini che hanno messo in ginocchio quel paese – dall’occupazione russa alla piaga talebana, dai bombardamenti americani alla presa del potere da parte del governo fantoccio dell’Alleanza del Nord.

Si parte da una metafora: c’è stato un tempo in cui nei cieli di Kabul volavano gli aquiloni (sport nazionale afghano), le cui eleganti evoluzioni rappresentavano la libertà del paese. Poi gli aquiloni non volarono più: era iniziata la tremenda odissea del popolo afghano. Amir, figlio del ricco commerciante Baba, vive col padre in una grande, lussuosa villa con giardino; la madre – con grande sconforto del padre – morì nel mettere alla luce il bimbo, cosa che Baba non ha mai effettivamente perdonato al figlio. A far loro compagnia Alì, servitore di Baba da sempre, ed il figlio Hassan, inseparabile ed adorante compagno di Amir: i due, oltre a trascorrere insieme le spensierate giornate dell’infanzia, formano una formidabile coppia nei tornei cittadini di combattimenti tra aquiloni. Ma l’armonia tra i due ragazzini si spezza quando qualcosa di terribile accade ad Hassan per colpa di Amir: l’atteggiamento di quest’ultimo nei confronti dell’amico muterà, dettato da un’ostilità figlia del rimorso covato nell’ombra della propria coscienza, in un perverso gioco di specchi. L’arrivo dei russi a Kabul porterà alla separazione delle due mezze famiglie: Amir e Baba fuggiranno negli Usa, Alì ed Hassan resteranno chissà dove in Afghanistan.

Dopo venticinque anni Amir ha realizzato il suo sogno – sempre guardato con scetticismo dal pragmatico e concreto Baba – di diventare scrittore, si è sposato, ha una buona vita nella sua casa di San Francisco (ma non riesce ad avere figli). A sollevare le nebbie faticosamente accumulate su un passato scomodo ci pensa una telefonata dall’Afghanistan, che non gli lascia scelta: in barba alla viltà di cui si è accusato per tutta la vita parte alla volta di Kabul, alla ricerca di Sohrab, il figlio di Hassan reso orfano dalla crudeltà dei Talebani. Ma ad attenderlo a Kabul non ci sono solo i fantasmi del passato: quello che trent’anni prima era il suo paese ora è una landa desolata in cui vagano donne invisibili, dove i marciapiedi sono carichi di relitti umani ammassati gli uni sugli altri, dove gli aquiloni non volano più…

Terribile e toccante, in particolare nelle ultime centocinquanta pagine – quelle appunto del ritorno – Il cacciatore di aquiloni fanno tornare alla mente un altro capolavoro della letteratura, L’amico ritrovato di Fred Uhlman: una storia d’amicizia, di separazione forzata, causata da eventi fuori dal controllo del singolo, anni di silenzio e poi la chiamata del destino che forza uno dei protagonisti a scavare nel proprio passato per riabbracciare l’adorato compagno di tante avventure, seppur non di persona ma attraverso qualcosa o qualcuno che lo rappresenta… Hosseini scrive in modo egregio, fin troppo: la tecnica di scrittura è così controllata dall’autore -e maggiormente nei momenti più emozionanti proprio al fine di “incantare” il lettore ingenuo- da lasciare agli scafati ben pochi colpi di scena sommersi da un intreccio abbastanza prevedibile.

La trasposizione cinematografica de Il cacciatore di aquiloni è stata diretta da Marc Forster.

Khaled Hosseini, Il cacciatore di aquiloni, pp. 394, Piemme, € 14,00

di Laura Giambartolomei

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