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Annalisa Teodorani una “Scoperta” di Cubia

Annalisa Teodorani

Tratto da Cubia n° 99 – Febbraio 2010

Annalisa Teodorani, giovane poetessa santarcangiolese, è ormai di casa a Cattolica. E’ infatti venuta più volte nella nostra città da quando, nel 2005, si trovò a raccontarci di sé, delle sue poesi, nel corso di una delle edizioni di “In Libreria con…”, organizzata dalla rivista Cubia in collaborazione con la “Libreria Morosina” che allora era gestita da Vincenzo Morosini, a cui va il merito di averci parlato di lei.

Annalisa portava con sé il libro “La Cherta da zugh”, pubblicato nel 2004 dalla casa editrice Il Ponte Vecchio, e la serata fu davvero intensa, così come i suoi componimenti in dialetto santarcangiolese, che toccarono i presenti.

Fu un’esperienza bella, e ci piace credere che il calore e i “nuovi” estimatori che ha trovato Annalisa in quella occasione l’abbiano portata ad avvicinarsi un po’ di più alla nostra città, con cui speriamo che il legame possa rinsaldarsi ogni volta che una nuova occasione la porterà tra noi.

L’amore per la poesia di Annalisa traspare da una frase, che vi riportiamo, tratta da una nota della stessa poetessa al libretto “L’odore della poesia”, prodotto dalle classi terze, sezioni A, B, C della Scuola Elementare Repubblica e Carpignola, realizzato dai ragazzi con i rispettivi insegnanti:

Coltivare negli altri l’amore per la poesia significa portare avanti un progetto sociale e culturale ambizioso ma assolutamente necessario. La poesia è incontro, le parole attraverso la voce prendono il volo per venire a noi…

di Alessandro Fiocca

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Al filosofico Caffè di scena la Menzogna

Il Caffè filosofico getta le sue radici nel 1700 quando ci si riuniva nei café per discutere dei più svariati argomenti, non necessariamente connessi con la filosofia. Nel 1992 il filosofo francese Marc Sautet (scomparso nel 1998) ne ha rivitalizzato il costume al Café des Phares di Parigi, ad oggi si contano nel mondo oltre 250 “Cafè Philo”.

Mercoledì 21 Ottobre alla Libreria Morosina di Cattolica sapere e sapore si sono amalgamati grazie alla collaborazione con “Il Circoletto” che ha offerto un rinfresco a base di cioccolata, caffè, tisane ed una squisita torta di mele.

Circa 50 persone, coordinate dalla prof.ssa dell’Università di Urbino Laura Piccioni, hanno vivacizzato la prima serata del “Filosofico Caffè” il cui tema era il potere seduttivo della menzogna. Abbiamo sviluppato il tema partendo dal quesito: – “Il falso può divenire vero se tutti ci credono”. Ognuno di noi presenti ha enunciato le proprie osservazioni mettendole al vaglio del gruppo, dandoci indicativamente un tempo massimo per esprimere i nostri concetti, anche se ciò è antifilosofico, in quanto non si può pretendere di esprimente un pensiero nella sua globalità in tempi ristretti, in tal modo abbiamo comunque sviluppato il dono della sintesi.

Abbiamo cercato di qualificare la Menzogna risalendo alle origini: “Chi ha mentito per primo?” A tale quesito vi è chi ha suggerito che la menzogna è la fondazione delle relazioni sociali e della società civile; la prima menzogna è stata rappresentata da SATANA che sedusse Eva al fine di farle mangiare la mela. (Questo è quanto ci tramanda la tradizione giudaico cristiana). La verità è stata contrapposta alla menzogna, ma, nel ambito di una concezione popolare, non tutto l’irreale è visto in modo negativo: ad esempio, le fate e i cartoni animati fanno sognare i bambini. Allo stesso modo la mitologia greca è piacevole. Nella natura vi è la tendenza di creare menzogna per darsi delle risposte gratificanti o consolatorie, pensiamo ad esempio alla morte.

La menzogna è un invenzione o credenza, la realtà che si sovrappone a qualcosa perché si è toccato il tasto di falsità, sicché si distanzia da un presunto vero o reale; ad esempio nella guerra colui che vince si crede persegua il bene. Vi è, poi, chi crede che menzogna e verità siano facce della stessa medaglia ed entrambe possono servire a conseguire uno scopo. La menzogna ha differenti qualità, a seconda che servano per giustificare un singolo atto o una pluralità di atteggiamenti. Nel teatro e nella letteratura la menzogna è legittimata. Ne “La patente” di Pirandello, il protagonista chiede il titolo di ‘iettatore’, ché, se tanto debba essere screditato per menzogna, che ciò serva a conquistarsi di che vivere.

La menzogna è legata al potere e ci può cambiare la vita, specialmente quando è difficile da scoprire, poiché non si dispone di tutti gli elementi per giudicare in modo corretto e quindi è legata alla pigrizia di non cercare la verità che costa fatica. Il livello della discussione è salito quando sono stati riportati fatti concreti, cercando lo spunto affinché si inceppi il meccanismo della menzogna. Nella fiaba “Il vestito dell’imperatore” di Hans Christian Andersen, la genuità di un bambino riconosce che ‘il re è nudo’ a fronte della vanità del sovrano e la piaggeria dei cortigiani.

Nella seconda metà dell’VIII secolo, papa Stefano II, uso la falsa donazione di Costantino, per proclamarsi signore dell’impero romano di occidente e con la collaborazione di Pipino il Breve conquistò Ravenna, l’Emilia e parte del vecchio corridoio bizantino, in tal modo rinforzò lo stato pontificio (che non avrebbe dovuto avvalersi di menzogne, dato che il suo simbolo è ‘la Via, la Verità e la Vita).

E’ più bello essere attratti da una verità piuttosto che essere sedotti dalla menzogna; poiché essere ingannati fa girare le eliche! La menzogna diventa negativa quando nella frode/truffa, il fine giustifica i mezzi! Encomiabile il signore che ha recitato i versi di Lucrezio:  Gli esseri umani non cesseranno mai di nascere gli uni dagli altri e la vita non è proprietà di nessuno, ma usufrutto di tutti.

Laura Piccioni ha sottolineato quanto l’opera ‘Contra mendacium’, di Agostino d’Ippona, sia importante per distinguere la menzogna. Personalmente ritengo che la materia è concretezza, l’azione è realtà, verbo e fantasia hanno umana tendenza alla menzogna, l’essere è verità, apparire è la menzogna usata per sedurre e realizzare una truffa.

In sostanza questo caffè filosofico, mi è sembrato uno strumento per ottenere gratificazioni nel condividere la conoscenza, anche se spesso si finisce a scontrarsi sui temi religiosi e politici. E’ anche occasione per fare piacevoli incontri.

di Massimiliano Ferri

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La viaggiatrice inglese

 

Bruce Chatwin

Bruce Chatwin

 

 

Tratto da Cubia n° 64 – Agosto Settembre 2006

Basta uno scambio di battute e non riesco a reprimere un moto di segreta ammirazione: dopo tanti turisti tutti uguali, frettolosi e distratti, adesso davanti a me in libreria c’è una vera viaggiatrice. Inglese, of course, (in fondo, il viaggio come esperienza intellettuale, lo hanno inventato loro). Per capirci, al posto della solita macchina fotografica ha con sé la tavoletta degli acquerelli.

Mi racconta che, prima di venire in Italia, ne ha studiato la lingua, la storia e la letteratura, l’arte.

Poi, tra una chiacchiera e l’altra, fa la domanda da un milioni di dollari: “Ma dopo la generazione di Pasolini, Pavese, Buzzati, della Morante, Calvino, chi sono in Italia gli scrittori di livello?”

E adesso cosa le rispondo?… Forse Baricco e i suoi esercizi di stile? Faletti e i suoi morti ammazzati? Camilleri e i suoi pastrocchi tra lingua e dialetto? Eco e le sue dotte citazioni? Non scherziamo per favore.

Poi mi accorgo che la risposta ce l’ho proprio davanti agli occhi, sotto forma di metafora viaggiante.

Il grande romanzo, proprio come il vero viaggiatore, infatti, è curioso, aperto verso il mondo, ne cerca il senso, la tragicità e la bellezza, ne avverte le diversità e ne ricerca la conoscenza, è attraversato dal rombo della storia e delle storie, mentre la letteratura italiana di questo tempo è come un turista che può anche percorrere i cinque continenti ma intellettualmente è incapace di lasciare il tinello di casa.

La letteratura di una nazione, cara Lady, non nasce dal nulla come i funghi ma è figlia del paese, della sua cultura, della sua contemporaneità. Se il nostro presente vive un momento di egotismo trionfante, se siamo sempre più chiusi, serrati in noi stessi, incapaci di avvertire l’altro da sé, ecco che i romanzi di questo cupo periodo diventano inevitabilmente vicende piccole, avviluppate in se stesse, di piccoli uomini che non riescono ad andare oltre la descrizione del proprio ombelico e dei suoi immediati dintorni. La storia, le grandi domande senza risposta, i grandi sentimenti e ideali, … tutto è ridotto a vago rumore di sottofondo.

In conclusione, restando alla metafora del viaggio, se la grande letteratura è come una conferenza di Bruce Chatwin alla Royal Geographic Society di Londra, la narrativa italiana contemporanea assomiglia sinistramente ai filmini delle vacanze.

di Vincenzo Morosini

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