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Hotel San Marco

Tratto da Cubia n° 98 – Gennaio 2010

La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla. (G.G. Marquez)

I primi anni cinquanta abbiamo comprato l’Hotel San Marco. Era una bella villa che apparteneva al prof. Comelli. Era tutta in mattoni come se ne vede ancora qualcuna sul lungomare. Prima l’abbiamo affittato ai Monetti e poi l’abbiamo gestito noi.
L’alberg l’era mes ben, sa i su saluten; li camara piò grandie li aveva i su servizie e la docia. Al sarà stè al ’52 o al ’53. L’amniva genta impurtenta e da quatren. I’arveva anche in aereo da Roma (L’albergo era ben conservato, con i suoi salottini; le camere più grandi erano con i servizi e la doccia. Erano gli anni ’52 o ’53. Veniva gente importante e danarosa. Arrivavano anche in aereo da Roma).
Per al magnè iera al su menù: avimie al pes tot i dè. Si vleva cambiè an femie nisuna fadiga perché amnimie dal risturent e sa l’esperienza ch’avimie ui vleva poc a priparè piò menù (Per il mangiare c’era un menù; ogni giorno preparavamo il pesce. Per chi voleva cambiare non c’era nessun problema perché venendo dall’esperienza del ristorante ci voleva poco per preparare un menù).
Avimie un dutor cun gn’andeva mai ben gnint da magnè e um tucheva fè la spesa propria par lò. Ai giva ma la cameriera: “dì che questo l’ha fatto apposta la signora Lidia per lei” (Ospitavamo un dottore al quale non andava mai bene niente e dovevo fare la spesa proprio per lui. Dicevo alla cameriera: “dì…”).
Una volta l’è mnù una copia ad rumen sa do fiolie. Leia, una bela dona! A la sera la n’andeva mai a leta e la s’alzeva a mizdè e i se an pudimie mai fè la camera. A la sera i magneva sempre i macarena sal ragù. I steva un mes. Una sera l’ha vlù i spaghet sal baselghe. Me a tneva sora la fnestra un ves sal baselghe per quand al bsugneva. La ven olta la cameriera: “La signora ha detto che il basilico negli spaghetti non c’è”. “Dì ma la sgnora che il basilico l’ho messo e sun gni va ben, portie tot la pienta e anche la fnestra!”. E ma Giulio ai ho det: “Scriv tal libre nir che ma quist an i voi piò!” (Una volta è arrivata una coppia di romani con due figlie. Lei era una bella signora. Alla sera non andava mai a letto e si alzava a mezzogiorno e non poteva mai riordinare la camera. Alla sera mangiavano sempre maccheroni con il ragù. Stavano un mese. Una sera ha voluto gli spaghetti con il basilico. Io tenevo un vaso di basilico sopra una finestra per quando bisognava. Viene la cameriera: “La signora…”. Dì alla signora che il basilico l’ho messo e se non le va bene portale tutta la pianta e anche la finestra! E a Giulio ho detto: “Scrivilo sul libro nero che a questi non li voglio più”).
L’anno dopo sono andati al Fulgida ma… venivano a mangiare da me.
In quegli anni passava il Giro d’Italia e a volte faceva tappa a Cattolica. E abbiamo ospitato il grande Fausto Coppi. In quegli anni la sua notorietà era al massimo e aveva fatto scalpore la sua relazione extraconiugale con la cosiddetta “Dama Bianca”, che in una tappa l’aveva seguito ed era ospite anch’essa nel nostro Hotel.
Quand il ha savu’ in gir, un sac ad genta l’amniva per vedla. Me a sera tla sela quand a veg intrè tota stravolta la (…). La va so per li schelie urland: “Dì, putena, fat un po’ veda” (Quando la gente ne è venuta a conoscenza, in molti sono venuti per vederla. Io ero nella sala quando vedo entrare tutta stravolta la (…). Sale le scale urlando: “Dì, puttana, fatti un po’ vedere”).
“Mo dì’, tzè mata?” (Ma sei matta?).
“Ma cal sgrazied, guerda cum tlè ardot. An stà gnenca in pid. A la bot giò pli schelie ma la dama bianca” (A quel poveretto, guarda come l’ha ridotto. Non sta neanche in piedi. La butto giù per le scale alla “dama bianca”).
A fatica l’abbiamo calmata.
Ogni volta ch’iera al gir d’Italia l’arveva al camion dla television e tota sta genta l’intreva tl’alberg e anche tla cusena chi vleva magnè. Amarcord che un dè l’è entre tla cusena Gimondi e al dmanda cus c’hiera da magnè. “Signora, faccia un po’ di dolci”. E sé, al magneva di gran dolc (Ogni volta che c’era il Giro d’Italia arrivava il camion della televisione e tutta la gente entrava nell’albergo e anche in cucina per mangiare. Una volta è entrato in cucina Gimondi che chiese cosa ci fosse da mangiare. “Signora…” E sì, mangiava dei gran dolci).
Us lavureva sempre sacrificand anche la fameia (Si lavorava sempre sacrificando anche la famiglia).
Quand u s’ha i’ esercizie i fiol us fa fadiga a badei e iè un po’ a strasnun (Quando si ha un lavoro si fa fatica a badare i bambini, che sono un po’ trascurati).
Avimie la Margherita znena e un dè ho det ma la cameriera ad purtela un po’ a spas. L’ha la porta sal lungomare tal pasigin. Quand l’è artorna l’aveva la facia tota rosa e scripuleda pal sol. Pora fiola!!! (La Margherita era piccola e ho detto alla cameriera di portarla un po’ a spasso. L’ha portata sul lungomare con il passeggino. Quando è tornata aveva la faccia tutta rossa e screpolata per il sole. Povera figlia!).
Dopo un po’ di anni Giulio u s’era stof e a l’avin afitè e nun a stemie t’un apartament tl’Atlantic andò c astemie anche quand a gestimie al S.Marco (Giulio si era stancato e l’aveva affittato e noi abitavamo in un appartamento nell’Atlantic dove stavamo anche quando gestivamo il San Marco).
A la fin u iè mnù l’idea ad vendle. Me ai giva: “se tal vend a t’amaz!” (Poi gli è venuta l’idea di venderlo. Io gli dicevo: “se lo venti ti ammazzo!”)

Un giorno erano arrivati dei signori interessati all’acquisto. Io stavo dietro a una tenda e ma Giulio ai giva: “Tent a t’amaz, tent a t’amaz!” (dicevo a Giulio: “tanto ti ammazzo, tanto ti ammazzo!”).

Alla fine questi se ne vanno e vado da Giulio.

“Alora, tl’è vandù o na?” (Allora l’hai venduto o no?).

“Mo va là, ho avud una paura quand ho vest chi du oc drè la tenda!!!” (Ma no, ho avuto paura quando ho visto quei due occhi dietro la tenda!!!).

Poi, ripensandoci, alla Luisella ho detto: “Cus ch’avin fat?! Sul vandiva, st’eltr’an a pudimie andè dri marena a fè al bagn!!” (Cosa abbiamo fatto?! Se lo vendeva, quest’altr’anno potevamo andare a fare il bagno al mare!!).

Rievocazione in dialetto di Lidia Giunta Signorini (Lidia Dal Mor)
a cura di Giuseppe Tirincanti

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Gli approcci amorosi del tempo che fu

Tratto da Cubia n° 97 – Dicembre 2009

Rievocazione in dialetto di Lidia Giunta Signorini (Lidia dal Mor)

La ma ad Giulio un dè l’ha ia det:
La mamma di Giulio un giorno gli ha detto:

“Dì caren, l’è ora che t’toga moi perch’ nun as sin stof ad lavurè”
“Ascolta, è ora che tu prenda moglie perché noi siamo stanchi di lavorare”.

“Ades, la prima ragaza ch’aveg cl’am pies…”.
“Allora la prima ragazza che incontro e che mi piace…”.

Un dè u m’ ha vest a spass e da di drè,
Un giorno mi ha visto passeggiare, era dietro di me,

l’ha vest li mi gambie
ed ha notato le mie gambe

“Oh, che belie gambie…”.
“Oh, che belle gambe…”.

Quand u m’ha vest daventi, me a purteva i cavel a la fratena
Quando poi mi ha visto di fronte con i capelli neri e

sa la frangetta ad cavel nir, fiola, ai so pisù sopte.
la frangetta, gli sono piaciuta subito.

Lo l’ha dmand da chi pudeva avè infurmazion
Ha chiesto da chi poteva avere informazioni

e u li ha dmand ma la Servilia ad Baldo
e le ha richieste alla Servilia Franchini.

“Oh, mo ai cnos; l’è una fameia ad lavuradur
“oh, ma li conosco; è una famiglia di lavoratori,

i n’ha gnint mo iè serie”.
non posseggono niente ma sono persone serie”.

La mi ma l’andeva sempre ma la stazion sa l’orc a to l’aqua
Mia mamma andava sempre alla stazione a prendere l’acqua con l’orcio,

e un dè la incontra la Servilia chl’ai dis:
un giorno incontra la Servilia che le dice:

“Guerina, la tu fiola l’ha ricevù una letra?”.
“Guerrina, la tua figlia ha ricevuto una lettera?”.

“Se, mo la nal sa chi è…Signorini Giulio…”.
“Sì, ma non sa chi è…Signorini Giulio…”.

“Se, mo tal sé chi è?…l’è al fiol dal Mor”.
“Si, ma lo sai chi è?…è il figlio del Moro”.

“Al fiol dal Mor????”.
“Il figlio del Moro????”.

Quand al ven a chesa al mi fradel Libero ch’al lavureva da Cerri.
Al ritorno a casa di mio fratello Libero, che lavorava da Cerri,

ai deg: “Guerda che um ha scret quest i chè, cus cha iò da dì?”.
gli dico: “Guarda che mi ha scritto questo qui, cosa gli devo dire?”.

“T’al vò incuntrè?”.
“Lo vuoi incontrare?”.

“T’capirè… l’è al fiol dal Mor…”.
“Tu capisci…è il figlio del Moro”.

“Alora ti dis che dmenga dop mizdè, vers al quatre,
“Allora gli dici che domenica pomeriggio, verso le quattro,

mned vers chesa, tl’incontre davanti al Cumun”.
venendo verso casa, lo incontri davanti al Comune”.

A la dmenga a scap sal Main dla c’Cona e ai deg:
Alla domenica mi vedo con la Maria Antonioli e le dico:

“Maria, og an pos stè una masa sa tè”.
“Maria, oggi non posso stare molto con te”.

“Oh, tmet a fè l’amor?”
“Oh, ti fidanzi?”

“Mo va là… anche te… ad sigur um vrà di vargogna
“Ma cosa dici… di sicuro mi dovrà rimproverare

per quand a ridimie quand al steva drè ma la (…)”.
per quando ridevamo quando corteggiava la (…)”.

Difatti andand a spass, quand a sin poc da long dal Nettuno
Passeggiando, all’altezza del Nettuno

ecch ch’al veg.
ecco lo vedo.

L’era sa Aldo ad Minelek.
Era con Aldo Tonti.

L’aveva piuvù e l’era sa l’impermeabile e un capel
Aveva piovuto ed indossava un impermeabile ed il cappello,

ch’al pareva Chamberlain.
assomigliava a Chamberlain (primo ministro del Regno Unito)

Me andeva d’in sò e lo l’andeva d’in giò.
Io ero diretta verso il Comune e lui veniva dalla parte opposta.

Ai pasen ad fiench e me an saveva cum a fè, um trimeva li gamb,
Gli passiamo a fianco e non sapevo cosa fare, mi tremavano le gambe.

Al Main l’am lasa e me a vag d’in sò.
La Maria mi lascia e io vado su per la salita.

Ecc ha sent che lo um ven drè.
Ecco sento che mi segue.

Me a vag piò svelt e lo li stess.
Ecco sento che mi segue.

A sin riv daventi al Cumun ch’a femie la Maratona.
Siamo arrivati al Comune che sembravamo due maratoneti.

Un bel mument ho det, “um tucarà firmem”.
Poi ho pensato, “dovrò fermarmi”.

Am ferme e lo um dà la mena e us presenta.
Mi fermo mi dà la mano, si presenta.

Po um ha acumpagnè fina ma chesa.
E mi accompagna fino a casa.

Daventi chesa um dis:
Davanti casa mi dice:

“Ci vediamo domani sera”.
“Ci vediamo domani sera”.

Per tre serie a sin andè aventi e indrè daventi
Per tre sere siamo andati avanti e indietro

ma Giafon
davanti a Giafon (Rossini, fabbro di via Dottor Ferri),

perché me a steva mai palazun in via Nazario Sauro,
perché io abitavo nelle case antisismiche di Via Nazario Sauro.

La terza sera u s’avsena e um dà un bes.
La terza sera si avvicina e mi dà un bacio (con il dito indica la guancia)

Un sgnor ch’al paseva sla bicicleta, per
Un signore stava passando in bicicletta, incuriosito

vultes imdrè a guardè l’endè a sbat contra una pienta.
si è girato per guardarci ed è andato ad urtare contro un albero.

“Ut stà ben, i sé t’imper a vultet indrè”.
“Ti sta bene, così impari a voltarti indietro”.

Me d’andè aventi e indrè am s’era stofa e
io mi stavo stancando di fare avanti ed indietro e

ai ho dèt:
gli ho detto:

“”Sal ven ad chesa cal ragaz, dai una
“Dì, se hai voglia vieni in casa”.

“A veng stetr’an, dato che l’è Nadel,
“Vengo il prossimo anno, visto che è quasi Natale,

a veng al prim dè dl’an.
vengo a Capodanno.

Se tvò, aveng a chesa anche sopte”.
Se vuoi vengo in casa anche subito”.

Mal mi ba ai aveva dèt:
A mio babbo avevo detto:

“Sal ven ad chesa cal ragaz, dai una varniseda ma la cusena”.
“Se viene in casa quel ragazzo, dà una verniciata ai mobili di cucina”.

Oh Madona!” Ui aveva dè un turchison…
Madonna! Li aveva riverniciati di un blu elettrico…

Cla sera ch’al ven ad chesa, la mi mà,
Quella sera è venuto a casa, mia madre

tent per met li robie in cer, l’ai dis:
ha cercato subito di fare chiarezza:

“Me a nal so chi ha pià giudizie ad vuielt dò,
“Io non so chi ha più giudizio tra voi due;

la mi fiola l’ha poc giudizie”.
mia figlia ne ha poco”.

“A so mnù per dmandè al permes ad
“Sono venuto a chiedere il permesso di

frequentè sta chesa e purtè fora la vosta fiola.
frequentare questa casa e di uscire con vostra figlia.

Stasera an mi pos farmè ‘na masa ca ho una cena.
Questa sera non mi posso fermare molto perché ho una cena.

“Ades a vag”.
“Adesso vado via”.

Al fa per alzes, mo al fa un muviment e u s’armet da seda.
Stava alzandosi dalla sedia, si muove e si risiede.

E i sé per do tre volt.
Così per due o tre volte.

Ad un cert punt, al fa un muviment piò fort:
Ad un certo punto dà uno strattone più forte:

“Ades a vag”. U s’alza.
“Adesso vado!”. E si alza.

Madona, un gni si sarà tachè i calzun ma la vernisa fresca?
Non gli si saranno attaccati i pantaloni alla vernice fresca della sedia?

Det e fat.
Infatti.

L’aveva tot li righie turchsie mal caval di calzun.
Aveva tutte righe blu sul dietro dei pantaloni.

Una vargogna!!!!!!!
Che vergogna!!!!!!!

Un dè da la parucchiera una burdela la dis ma la su mà:
Un giorno ero dalla parrucchiera e sento una bambina dire a sua mamma:

“E’ quella che il suo fidanzato si è attaccato alla sedia”.
“E’ quella che il suo fidanzato si è attaccato alla sedia”.

Po a so andè ma chesa sua acumagneda dal mi fradel.
Poi sono andata io a casa sua, accompagnata da mio fratello.

Ma me um bativa al cor.
Mi batteva il cuore.

Al mi fradel u m’ha presantè
Mio fratello ha fatto le presentazioni

e la mi cugneda, la Seconda, l’ha m’ha fat curag…
e la mia futura cognata, Seconda, mi ha messo a mio agio…

Dop ho cmenc andè sempre più spess.
Ho iniziato a frequentare la casa sempre più spesso.

Un dè la su ma’ lam dis:
Un giorno mia suocera mi dice:

“Se t’è voia, ui saria i calzun dla dmenga da stirè…”.
“Se hai voglia, ci sarebbero i pantaloni della domenica da stirare…”.

In conclusion, al lundè matena dop
In conclusione, il lunedì mattina dopo

a so andè a imparè al mistcier.
ho iniziato ad apprendere il mestiere.

di Giuseppe Tirincanti

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