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I quindici anni de “La canta”

Piazza Del Porto

Tratto da Cubia n° 100 – Marzo 2010

Sono già trascorsi quindici anni dal tempo in cui andavamo a “fare allegria” coi nostri canti popolari all’osteria Forza e Coraggio al porto di Cattolica, dove centinaia di giovani ogni volta ci facevano cornice attorno, apprezzando i bei canti popolari della nostra terra e del nostro mare, alla maggior parte di loro sconosciuti.

Le taverne e le osterie hanno costituito fin dalla notte dei tempi il luogo ideale per l’esibizione di musicanti e artisti d’ogni genere. Già dal lontano 1948, mio padre Giovanni con un gruppo di giovani amici, tutti reduci dalla guerra con la passione per la musica popolare e con la voglia di dimenticare il passato, nel loro tempo libero amavano recarsi nelle osterie per un tranquillo e sano divertimento con una chitarra e tanta voglia di cantare.

Prima di morire, mio padre espresse uno degli ultimi suoi desideri con queste parole: Roberto, non dimenticare gli amici della Scuola Cagnorum, come simpaticamente amava definire la sua compagnia. Dopo tali parole non potevo certo dimenticare gli amici dell’osteria, e così abbiamo continuato la ricerca delle nostre tradizioni attraverso i canti popolari.

Molti dei nostri canti sono frutto di ricerche storiche di vecchi motivi che noi abbiamo rivisitato e arrangiato, lasciandone intatti lo smalto e la bellezza originali. La peculiarità della musica popolare è dovuta soprattutto alle genti di mare, ricevendo linfa vitale dallo scambio reciproco di esperienze che arricchiscono il patrimonio culturale frutto delle emigrazioni in altre regioni dell’Adriatico per lo svolgimento dell’attività marinara (se si pensa che la permanenza in mare era lunghissima…), mediante l’assimilazione dei diversi dialetti e delle diverse tradizioni. Oltre a creare un momento di aggregazione e di divertimento, la musica popolare assumeva e assume un preciso significato di comunicazione, costituendo un vero e proprio linguaggio.

Una caratteristica della tradizione marinara è stata poi quella d’inserire nel canto popolare, dall’ottocento in poi, elementi di musica operistica. Un esempio significativo è il pout-pourri di quaranta brani che troviamo nel canto de “Le Quaranta”, che già nel titolo rivela la presenza di dialetti diversi e di frammenti di musica operistica. I nostri pescatori hanno in seguito tradotto il titolo nel “Al Ministron” (Il Minestrone)…

Dalle osterie siamo poi passati al teatro: è stato un “salto” voluto dal Prof. Atos Lazzari, uno dei fondatori e dirigente dell’Università Civica di Cattolica, il quale ebbe la felice intuizione di unire, durante le conferenze culturali che si tenevano al teatro Snaporaz, la musica alle parole degli illustri ospiti che si succedevano negli incontri del sabato pomeriggio. E così il nostro gruppo La Canta ogni volta faceva da cornice alle conferenze arricchendole con la musica della tradizione popolare cattolichina. Ancora oggi si chiedono perché tutto questo sia finito dopo la scomparsa del nostro amico Atos Lazzari…

Nel corso degli anni, i componenti del gruppo La Canta, con grande entusiasmo e spirito di sacrificio, hanno partecipato ad innumerevoli importanti spettacoli, anche televisivi, portando i suoni e le parole della nostra gente in varie parti d’Italia e all’estero. Cito alcuni di questi spettacoli.

Durante i festeggiamenti di fine millennio, dopo uno spettacolo pomeridiano al Teatro Snaporaz, abbiamo accolto in piazza Mercato, con le note del famoso brano “Gli Scariolanti”, il passaggio degli scariolanti diretti a Roma, ripreso da RAI 2.

Siamo stati alla televisione tedesca “Deutch Rundfunk” per un programma sulla nostra Riviera.

Abbiamo cantato, in qualità di ospiti e rappresentanti di Cattolica (grazie ai Sigg. Giuseppe e Marina Gianmattei), al “Bayerischer Hof Hotel” di Monaco di Baviera per una promozione turistica su Cattolica.

Sempre per una promozione su Cattolica, siamo stati ospiti di una emittente televisiva polacca.

Ci siamo esibiti nella P.zza Del Porto alla presenza di Davide Riondino, per l’inaugurazione del Parco Le Navi di Cattolica, per l’inaugurazione del nuovo Ponte girevole tra Cattolica e Gabicce.

Siamo stati ospiti a Milano per l’inaugurazione dell’Acquario al Parco Sempione. Al porto di Cesenatico abbiamo partecipato alla rappresentazione della pesca alla tratta come una volta. A Povoletto di Udine abbiamo tenuto un grande spettacolo assieme all’Associazione dei pittori di Cattolica.

Ospiti per la consegna delle chiavi d’oro città di Cattolica, presentata da Nino-Frassica; nella Fiera nuova di Rimini in occasione della Fiera dell’alimentazione, e in tanti altri spettacoli in varie piazze e teatri del nostro circondario. 

Fanno parte del nostro repertorio vari brani popolari scritti dai nostri concittadini: Al mer, al mer, al mer (d’la mi Catolga=della mia Cattolica) e I mi fiulen (I miei figlioli), scritti alla compianta Lorenza Morosini (Enzina); L’Arrigoni e i Carrozzoni, scritti dal poeta cattolichino Elvino Galluzzi.

Brani che, pur se scritti in tempi recenti, per i loro testi e le loro melodie rievocano negli ascoltatori il fascino delle nostre antiche tradizioni.

Voglio ora ricordare tutti coloro che hanno fatto parte del gruppo, iniziando dai pionieri: Giovanni Bozza, Dante Bartolotti, Antonio Gabellini, Giorgio Benzi, Roberto Mazzacurati, Mario Ercoles, (Mario ad Bartulen), Enrico Galluzzi, Quarto Bertozzi (detto Quarton), Uccio Gabbi, Giuseppe Salvetti (Mosole), Antonio Tamburini (Toni).

Dal 1995: Paolo Benzi, Rita Foschi, Giorgio Bergnesi, Franco Coli, Giuseppe Gianmattei, Fernando Magi (Nando), Antonio Bartolini, i F.lli Magi.

Gli attuali componenti de La Canta sono: Ivo Bertozzi, Fabio Barilari, Valter Guidi, Fernanda Baldelli in Guidi, Tina Biondi in Di Carlo, Guido Di Carlo, Annunzio Livi (Nunzin e cuntaden) -il nostro presentatore e animatore-, Vito Agliaro, Cesare Riccio, Giorgio Luchetti, Fabio Gabellini (Gabana), Denis, Stefano Guidi, Roberto Bozza.

Un pensiero agli amici scomparsi: Aldo Gabellini (Gabana) e Dino Di Domenico.

Dal 2009 abbiamo arricchito i nostri spettacoli con le danze del gruppo di ballerini “Que d’è Fnil” (Quelli del Fienile).

Per il futuro speriamo che le Istituzioni locali continuino ad impegnarsi, così come hanno fatto le Amministrazioni del passato, per sostenere l’attività del gruppo “La Canta”, contribuendo così concretamente a mantenere vive le nostre tradizioni attraverso questa importante forma d’arte popolare.

di Roberto Bozza

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Il mio melograno

 

Tratto da Cubia n° 96 – Novembre 2009

Generoso il mio melograno

che ha rubato

a uno stanco tramonto

il vermiglio

dei suoi fiori.

Ora il frutto

afferrato dal suo tempo,

sé incide per sorridermi

fino a lacerarsi.

Lacrime di semi

cadono sulla terra.

Sorrisi e lacrime:

la vita!

di Lorenza Morosini

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I Buraten

Locandina_spettacolo_per_burattini

Tratto da Cubia n° 64 – Agosto/Settembre 2006

Mi rivedo ancora nei miei ricordi di bambina, a giocare sul bagna-sciuga del mio mare con mio cugino “Gusten Tonò”. Io intenta a costruire castelli di sabbia con guglie appuntite, Gusten, invece, a giocare con le palline di terracotta che si rincorrevano in piste di sabbia compatta.
Da lontano scorgo un bambino, che porta sulla spalla, e legato al torace, un teatrino in miniatura. Da una giunta sporge la testa di Fagiolino (Fasulèn) col bastone (s-ciadur) e dall’altra parte Sganappino (Sganapèn) con gli abiti alla Sherlock Holmes, che ridacchia.
La voce del bambino si fa sempre più distinta:
-Questa sera tutti nel giardino dell’albergo Monetti, per un grande spettacolo di burattini: “Fagiolino e il bandito Sparavento in una lotta memorabile”. Non mancate. Segue farsa e ballo finale.
Il ragazzo distribuisce anche volantini e si allontana.
Io lascio che un’onda distrugga il mio castello, perché la mia attenzione é concentrata su di lui… Fagiolino, il mio eroe.
A questo punto entra in scena la Pierina, la nostra badante. Mia nonna l’aveva accolta in casa nostra da bambina e la considerava una figlia. A quell’epoca la Pierina aveva circa diciassette anni ed era una bella ragazza. Anche a lei piacevano i burattini, per questo dice:
-Per andé a veda i buratèn, bsogna che a cmincieva a piegn vers li sèi dla sera… (per vedere i burattini dovete iniziare a piangere alle sei di sera).
Lo spettacolo iniziava alle 21, e i nostri genitori, per non sentire quella lagna, davano alla Pierina i soldi per lo spettacolo di burattini.
Rivolta ad Agostino dico:
-Stal pés mort al fa piegn sno ma mé, lû us ni frega (questo pesce morto fa piangere solo me).
A questo punto Agostino, che non ha mai detto una parola, mi si avvicina, mi dà una spinta e io cado, col pagliacetto nuovo prendisole, in acqua.
Io piango, ma la Pierina interviene subito e accomoda le cose.
Le mie esperienze sui burattini iniziarono quando avevo cinque o sei anni e cioé negli anni ‘27 o ‘28. Ma dalle ricerche e dai volantini originali, donatami gentilmente da Livio Magnani, risulta che da diverso tempo prima il burattinaio Rizzoli Aldo e famiglia si esibivano in Cattolica.
Una volta Giogi Filippini, mio caro amico, mi raccontò di aver saputo che nella grande casa di “Masun” Magi (ora Domus Nostra) si esibiva una compagnia di burattinai che dava per i cattolichini spettacoli bellissimi.
Mi risulta poi, per delle ricerche fatte da Dorigo Vanzolini, che il burattinaio Aldo Rizzoli per lavoro veniva ogni anno a Cattolica con la famiglia e alloggiava nella casa di “Mastril” (i Masi) in via Battisti.
Nella palazzina (ex scuola di avviamento professionale) di proprietà, allora, di un certo signor Sani, padrone anche di diversi appezzamenti di terreni, ogni anno in estate la compagnia di Aldo Rizzoli, sfoggiava un repertorio di recite per burattini eccezionale.
Poiché gli affari andavano a gonfie vele, Rizzoli si era fatto un socio: Mineci, che con la famiglia animava anche lui i burattini. Le cose andarono bene per diversi anni, finché quel Mineci fu preso dal vizio del gioco e allora le cose precipitarono così violentemente che, mentre la società operava ora come ho detto, nei giardini dei Monetti, dovette sciogliersi e andarsene da Cattolica per sfuggire i creditori.
Da bambina gustavo con tanto interesse gli spettacoli dei burattini. Di questi i più simpatici erano: Fagiolino, Sganapino e Sandrone. Seguivano nella lista: il Dottor Balanzone, l’Apollonia “La Pulogna”, Trepatate, Sparavento il bandito. Il diavolo, la morte, Angelica, la principessa Fiorella e il principe Gustavo, il re, la regina, i carabinieri.
Quando il popolo dei burattini era in sommossa, si sentiva in lontananza un brontolio di voci alterate che gridavano: Abbasso l’infame e a morte il tiranno… bla, bla, bla… che mi facevano venire la pelle d’oca.
Sempre in relazione ai burattini, quando nella bottega di mia mamma Giulia arrivava il viaggiatore Boldini a commissionare scialli di seta e di lana dalle lunghe frange, noi bambini, che vedevamo in questo uomo Sandrone (come gli assomigliava!), ascoltavamo a bocca aperta le frasi che diceva in dialetto bolognese per poterle ricordare e poi ripeterle. Ma per quanti sforzi facessimo sapevamo solo dire: Ragazol… sorbole… di mondi… brisa.
Da quei giorni di sventura la società Rizzoli non si esibì più a Cattolica. Vennero altri burattinai a lavorare con attrezzature più misere e immagini di burattini meno significative. Lo spettacolo si teneva sotto il mercato coperto in via Milazzo e il teatro era allestito dietro la casa della “Rusena dla Mlangiana”. Tutti i spettatori assistevano allo spettacolo in piedi.
Un giorno, mentre eravamo tutti a tavola, mi capitò di chiedere:
-Nona, Fasulèn l’é fasista? Al porta sempre al manganél? (nonna, Fagiolino é fascista? Porta sempre il manganello?).
Ci fu un breve silenzio, poi tutti gridarono:
-Nààa’.
Mia nonna:
-Quel cal porta Fasulèn an é un manganél! L’é un s-ciadur (quello che porta Fagiolino non é un manganello… ma un mattarello). Tutt li don ad sta chèsa li ha al s-ciadur, ma nisuna la é fascista! Ui mancaria élt! (tutte le donne di questa casa hanno il mattarello, ma nessuna é fascista! Ci mancherebbe altro).
Sempre inerente ai burattini ho da raccontarvi un’altra storiella simpatica.
Io e altre bambine della mia stessa età eravamo dalle suore per la dottrina, quando inaspettatamente un giorno entrò un prete giovane per una lezione supplementare di Catechismo.
Questo é il dialogo con la mia amica Rastelli Alba (figlia di Fanali il calzolaio):
-E stal pret cus al vo? Furtuna che u s’é fat pret: sa cla facia chil tuliva? (questo prete cosa vuole? Fortuna che s’è fatto prete: con quella faccia chi lo sposava?)
Ci parlò del perdono cristiano e della non violenza:
-Se una persona ci schiaffeggia, noi dobbiamo offrire l’altra guancia.
-Sent quest cus al dis!? Per andé in paradis avin da es di minciun, dli cordie lentie, di pa…ta… (senti questo cosa dice: per andare in paradiso dobbiamo essere dei minchioni, dei deboli, dei pa… ta…).
-Nu dì li parulacc, avin da passé la Cumunion (non dire le parolacce, dobbiamo passare la Comunione).
-Se un um dà un chèlc t’un stinch? (e se uno mi da un calcio nello stinco?).
-T’è da dèi anche cl’élta gamba (devi porgere anche l’altra gamba).
-E se um tira al nès? (e se mi tira il naso?).
-Dato che di nès an avin sno un, ti pô di da spudét tn’urecia (dato che di naso ne abbiamo solo uno, puoi dirgli di sputarti in un orecchio).
-In ogni mod un gné via ad schémp: o ciapélie a dupieta o andé all’inferne (in ogni modo non c’é via di scampo o prenderle a destra e a sinistra o andare all’inferno).
A questo punto voglio dettagli più precisi: mi alzo in piedi e chiedo al prete:
-Il mio amico Fagiolino, che difende i più disgraziati col bastone, lui… lui… non può andare all’inferno perché é buono. Lui le botte non le prende mai, anzi…
Risponde il prete:
-Chi é questo signore Fagiolino?
La suora confusa interviene:
-Rimandiamo l’argomento a domani perché… la lezione é finita.
La cosa da quel giorno non é stata più trattata.
Ora che ho raccontato delle mie care teste di legno, voglio finire come terminavano le loro storie:
-Ballo e canto finale:
La Polverina
Polverina, polverina
chi la vuole venga qua
é un prodotto della Cina
fabbricato in Canadà.
Anche il Re del Labrador
la vendette a peso d’or
ma al mio pubblico però
per un soldo gliela dò.
Signorine, donnine servette
questa polvere dove si mette?
Si mette un pochino più in giù
così la pulce non pizzica più!
Polverina, polverina…

di Lorenza Morosini

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Gli anni ruggenti del fascismo

 

Guernica - il fascismo visto da Picasso

Guernica - il fascismo visto da Picasso

 

 

Tratto da Cubia n° 54 – Settembre 2005

In quel tempo mi rivedo in divisa da piccola italiana a marciare e ad inneggiare con canti patriottici le gesta fasciste. Una di queste canzoni ricorrenti iniziava con una alta e lunga nota, che la maestra Antonietta intonava con una voce acuta, tanto che quando l’ascoltai per la prima volta credetti che l’avesse punta una vesta: “Salve popolo d’eroi, salva patria immortale, son rinati i figli tuoi, nella fé nell’ideale“.

Poiché in quel periodo i fratelli Ennio e Bruno Ballotta si davano da fare per reclamizzare il loro esclusivo prodotto, l'”Ideale  Ballotta, magnesia purgativa”, ho sempre creduto che quel canto fosse una nuova trovata pubblicitaria per il farmaco così utile nelle occlusioni intestinali dei cattolichini.

Era iniziato il grande progresso e i cattolichini, si guardavano attorno un po’ frastornati dopo il letargo degli anni precedenti. Adesso al posto dell’acetilene e lampade a petrolio, c’era la luce elettrica (non in tutte le stanze).

A proposito della lampada ad acetilene, nell’alto della Siligata, sulla facciata laterale della rivendita di alimentari si leggeva: “Fermati passeggier! Vino, birra, gazzosa e carburo”.

Sulle spiaggie erano arrivati i cinesi che vendevano le cravatte. Le appendevano al collo, agli arti superiori fino alle mani, e procedevano a braccia aperte per esporre meglio la mercanzia: “Una lila, cravtte, una lila“. Si fermavano spesso per parlare con noi adolescenti. Uno di loro aveva dato appuntamento alla Luisa Frontini, mia amica:

“Dietlo il Comune tla le tette e le tette mezo”. Lei non c’era andata e noi avevamo riso molto.

Nelle serate estive tutte le donne, con relativi figli molto vivaci, si prendevano a braccetto e andavano a vedere “Cus chi feva i sgnur”. Era quella l’epoca dei nomadi beduini di Cattolica.

Della compagnia ero anch’io bambina, con mia mamma. Aggrappati alle reti di recinzione, guardavamo quelli che danzavano negli spazi all’aperto degli alberghi Nettuno, Kursaal e Astoria. Mentre i bagnanti esercitavano le gambe nei one step, fox trot, tango, ecc. il cantante dell’orchestrina dava le sue prestazioni canore al megafono. Noi dalla recinzione seguivamo le note con un coro sommesso per non disturbare. Questa canzone mi piaceva molto: “Federico sei dolce come un fico, più caro amico di te non ho… Mi daresti se lo voglio l’orologio ed il portafoglio…”.

Una sera, all’Astoria, mentre facevano frenetiche danze, noi cattolichini curiosi, forse in troppi aggrappati alla rete, ci trovammo improvvisamente sui tavoli della pista da ballo. Ci fu un bel fracasso, fortunatamente col solo danno di tazze, bicchieri e bottiglie, perché i clienti stavano ballando. Il gestore dell’albergo (non era di Cattolica) si arrabbiò moltissimo; voleva farci pagare i danni. Per noi parlò l’Angiulena d’Arguzle, …cl’aveva un sach ad fiol chi canteva propria ben: “Cus c’avì d’arabiev? Avin canté i si ben Federico sei come un fico, che vo avresve da paghé ma nun, na ma quel che al chenta drenta cal pidriol ad lata!” (Cosa c’è da arrabbiarsi, è a noi che dovreste pagare, non a quello che canta nell’imbuto); e subito tutti intonammo: “Paga paga Giovannino col borsellino da pagador… Quando paghi sei così carino, o Giovannino, da gran signor“,  in un coro alto e sublime, che mandò in estasi i presenti.

Ci fu un lungo applauso da parte dei forestieri. Il gestore ingoiò il rospo, ma non ci perdonò mai quella improvvisa catastrofica violazione della sua proprietà privata. La sera successiva trovammo la rete rimessa al suo posto, ma.. un filo di corrente elettrica ci impedì di toccarla. L’invenzione di Marconi, così decantata, si era rivolta a nostro danno.

di Lorenza Morosini

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