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L’infiltrazione mafiosa in Emilia Romagna

Mafia

Tratto da Cubia n° 56 – Novembre 2005 

“L’infiltrazione mafiosa in Emilia Romagna inizia negli anni ’60, in pieno boom economico, attraverso l’emigrazione di lavoratori meridionali e il soggiorno obbligato al Nord cui vengono costretti dalle autorità giudiziarie molti mafiosi, boss e semplici picciotti: da Procopio di Maggio, capo mandamento di Cinisi, spedito a Castel Guelfo di Bologna nel ’58, a Giacomo Riina, zio di Totò Riina, e Luciano Liggio, giunti a Budrio nel ’69, fino a Pietro Pace, confinato a Gambettola, e Gaetano Badalamenti, a Sassuolo. Dal ’65 a oggi sono state mandate in Emilia Romagna 2.035 persone (di queste, quelle provenienti dalle regioni meridionali ‘a rischio’ sono state 1.257). E’ stata la provincia di Forlì, Rimini compresa, ad ospitare il maggior numero (433). Molti di loro non sono più tornati nella terra d’origine: la ‘calata’ in Emilia-Romagna era stata in parte voluta, e non solo indotta dal fenomeno migratorio o dal confino obbligato. La presenza di mafiosi al Nord fu determinata da una vera e propria strategia adottata dalle organizzazioni mafiose: non una fuga, quindi, o un obbligo, ma, anzi, la consapevole individuazione di nuovi sbocchi alle loro attività”.

Dall’introduzione al libro di Enzo Ciconte “ Mafia, camorra e ‘ndrangheta in Emilia Romagna’ (Panozzo Editore, 1998)

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