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La morte, ovvero l’ultima beatitudine

Tratto da Cubia n° 95 – Ottobre 2009

Novembre è comunemente considerato il mese dei morti. Ci sembra l’occasione giusta per parlare di un tema così difficile e per lo più rimosso: lo facciamo con padre Alberto Maggi, dell’ordine dei Servi di Maria, direttore del Centro Studi Biblici di Montefano, di cui abbiamo già ospitato alcuni interventi sulle pagine di Cubia.

Cominciamo con l’analizzare qual è il concetto di morte nella società attuale.

Verso gli anni trenta del secolo scorso è iniziato un gran mutamento nel concetto della morte che è coinciso con lo spostamento del luogo dove si muore. Da quegli anni, la tendenza crescente e ormai praticamente usuale è che non si muore più in casa ma in ospedale. Nelle immagini del passato la stanza del morente era sempre piena di persone, bambini compresi (che oggi vengono allontanati “per non impressionarli”). Oggi non si muore più in mezzo ai propri cari, ma da soli, intubati ai macchinari.

Eì anche cambiato il tipo di morte auspicabile. La morte oggi più desiderata è quella che in passato era la più temuta. Infatti, in molti c’è il desiderio di non accorgersi del momento della morte, magari morendo durante il sonno. Questo tipo di morte, che oggi viene considerato una fortuna (“E’ stato fortunato: è morto senza accorgersene!”), in passato era quello più temuto, tanto che giaculatoria recitava: “Dalla morte improvvisa liberaci Signore!“.

Oggi, non solo si muore in ospedale, in terrificante solitudine, ma lo stesso termine morte è diventato un tabù, come una volta lo era il sesso. I bambini, una volta, non sapevano nulla sul sesso, ma erano abitualmente ammessi al capezzale dei loro cari e assistevano alla morte, considerata un fatto normale appartenente al ciclo vitale, come quello della natura. Oggi, sono informatissimi sul sesso, ma non conoscono la morte reale (solo quella violenta dei film) dei loro cari.

La morte, quindi, come un tabù da rimuovere?

Certo, e frutto di questo tabù è la macabra commedia che viene recitata attorno al letto del morente, che non deve sapere le sue reali condizioni perché altrimenti si spaventa. L’ammalato deve morire senza sapere che sta morendo. L’uomo non ha più il diritto di sapere che sta per morire, e il morente viene privato dei suoi diritti. E’ come un minorenne, o un demente, sotto tutela dei suoi familiari, che, naturalmente, lo fanno per il suo bene, ma così lo privano della possibilità di vivere pienamente il momento culminante della sua esistenza. In questa commedia viene spesso coinvolto anche il prete che, quando viene chiamato, viene avvertito che l’ammalato non sa niente, e si raccomandano di non fargli capire nulla perché altrimenti “si può spaventare”. Salvo poi scoprire che il morente è cosciente delle sue reali condizioni, ma chiede di non dire niente ai familiari, perché “altrimenti si spaventano…”.

Parliamo ora del messaggio cristiano sulla morte.

A quanti vivono e gli hanno dato adesione, Gesù assicura che non faranno l’esperienza della morte. Per questo la Chiesa, il 2 Novembre, non celebra i morti, ma i defunti. Per i morti è finito tutto, non c’è nulla da celebrare. Con il termine defunto, che è il participio passato di defungi, compiere, adempiere, terminare, non si indica lo stato del morto, ma l’azione del vivente: è colui che ha compiuto una funzione e che ora è trapassato, cioè è passato da un luogo a un altro, da una dimensione visibile a una invisibile.

E’ quindi scorretto contrapporre la vita alla morte?

Bisognerebbe parlare piuttosto di nascita e di morte, come due importanti aspetti della vita: l’ingresso e l’uscita nell’esistenza terrena fanno parte entrambe del ciclo vitale. In entrambe le fasi c’è una nascita e una morte. Il neonato muore a quel che era e lascia il suo mondo di sicurezza e di protezione per affacciarsi verso l’incognito. Ma è l’unica possibilità che ha per continuare a vivere, e solo uscendo dal ventre materno potrà scoprire tutto l’amore con il quale i suoi genitori l’attendevano.

Ugualmente, nel momento della morte, l’uomo lascia un mondo che dava sicurezza per nascere in un altro, ma solo questo passaggio potrà far sperimentare all’individuo la pienezza dell’amore di quel Dio che ora l’avvolge con la sua luce e fa del momento della morte, che nell’antichità veniva chiamato il giorno natalizio, cioè il giorno della nascita, il momento più importante della sua esistenza terrena, il suo coronamento.

Ma come si può immaginare la morte durante l’esistenza terrena?

Gli evangelisti, per indicare la realtà della morte, adoperano delle immagini, prese dal ciclo vitale della natura, quali il germogliare del dormire, del seminare, dello splendere.

Cominciamo dal Dormire. In Matteo si legge che “La ragazza non è morta, ma dorme”. Per i primi cristiani la morte era un addormentarsi. Il dormire non fa parte della morte ma del ciclo vitale. Come il dormire è quell’azione che consente all’individuo di rinfrancarsi dalla stanchezza per poi riprendere con maggiore vigore la sua vita, così la morte è un momento del ciclo vitale che consente all’individuo di riprendere con più forza ed energia la sua esistenza.

Poi c’è il Seminare. “Se il chicco di grano caduto a terra non muore, rimane solo; se muore, invece, produce molto frutto”, è scritto nel vangelo di Giovanni. Attraverso l’immagine del chicco, che, una volta seminato, marcisce producendo frutto abbondante, Gesù mostra che la morte non è che la condizione perché si liberi tutta l’energia vitale che l’uomo contiene. La vita che è in lui racchiusa attende di manifestarsi in una forma nuova incomparabile con la precedente. Nel breve arco della sua esistenza terrene l’uomo non ha la possibilità di sviluppare tutte le sue potenzialità. Con la morte tutte queste capacità ed energie saranno completamente liberate e sviluppate e permetteranno la definitiva crescita della persona.

Infine lo Splendere. Nell’episodio della Trasfigurazione di Gesù, gli evangelisti presentano qual è la condizione dell’uomo che passa attraverso la morte. Questo episodio è collocato da Matteo e Marco al “sesto giorno“, il giorno della creazione dell’uomo, in quanto gli evangelisti vedono in Gesù la realizzazione definitiva della creazione di Dio e la manifestazione della sua gloria. A Pietro, Giacomo e Giovanni, i discepoli che saranno testimoni della sua cattura, Gesù intende mostrare che la sua morte non sarà che un passaggio verso la pienezza della propria condizione: “E fu trasformato davanti a loro; e splendette il suo volto come il sole e le sue vesti divennero bianche come la luce“.

Attraverso queste immagini, gli evangelisti intendono mostrare in Gesù la condizione dell’uomo che è passato attraverso la morte: questa non diminuisce la persona, ma la trasforma, consentendole di manifestare il suo massimo splendore.

Quindi, non si deve aver paura della morte…

Con il messaggio di Gesù la morte cessa di mettere paura perché non indica più la fine della vita ma un passaggio verso una dimensione più intensa della stessa. Quando la morte cessa di mettere paura, nella convinzione che il Cristo l’ha sconfitta per sempre, da momento temuto può perfino diventare desiderato. Scrive Paolo nella prima lettera ai Corinti che “La morte non è più considerata come una nemica dell’uomo, ma come la francescana sorella morte, la compagna di viaggio verso la pienezza della propria persona, che Dio ha preparato per quanti la amano“.

Ma cosa si dovrebbe dire ad una persona colpita da un lutto per la perdita di una persona casa?

Cominciamo col dire cosa non si deve dire. Le persone pie hanno un vero e proprio contenitore di stupidario religioso. Per ogni caso hanno la risposta. Se muore una persona giovane: “era già maturo per il regno dei cieli“; se si tratta di un bambino “i fiori più belli il Signore li vuole per sè”; se è morta una persona buona: “i più buoni il Signore li chiama con sè“, e forse questo è il motivo per cui noi tutti teniamo nella nostra vita una buona dose di sana cattiveria, per sfuggire alle scelte de Padreterno. Questi linguaggi pii, devoti, certamente in buona fede, fanno sorgere un sordo rancore nei confronti di un Dio che prende, che toglie da questa vita. 

E invece cosa si deve dire?

Niente. Ogni parola è inadeguata, insufficiente. Bisogna solo stare vicini alla persona colpita dal lutto con gesti che esprimano quella vita che la persona sente mancare: un abbraccio, un bacio, una carezza.

E come reagire in caso di suicidio di una persona cara o di morte di un figlio?

L’argomento è molto delicato. Sarebbe presuntuoso da parte mia dare una risposta. Il fatto della morte è traumatico: se già è difficile accettare il ciclo normale della vita, cioè per un figlio seppellire i genitori, è contro natura per i genitori seppellire un figlio, oppure accettare che una persona cara ponga fine alla sua vita. Allora credo che in questi casi, per non andare via di testa e per sopravvivere, bisogna mettersi dalla loro parte, pensare: ma dove sono?… cosa sono?… cosa fanno?. Noi cristiani abbiamo la certezza che la morte non interrompe la vita, quindi la persona continua a vivere in una nuova dimensione, più bella, più ricca, più piena. Ne abbiamo tante tracce nei Vangeli, che ci invitano a non cercare i morti per poter sperimentare i vivi, a non piangere un cadavere ma sperimentare un vivente.

In Giovanni c’è un bellissimo brano in cui Maria di Magdala prega e singhiozza davanti al sepolcro e non si accorge che Gesù è vivo lì dietro. Solo quando smette di piangere il morto e si volta, finalmente vede il vivente.

L’esempio più bello, anche sconvolgente, è la madre di Gesù che non è presente alla deposizione. Lo so che tanti grandi artisti hanno raffigurato la deposizione con la presenza di Maria, ma nei Vangeli questo non c’è. La madre di Gesù, che è stata capace di seguirlo fino alla croce, non accoglie un cadavere, perchè continua a seguire un vivente. Mentre le altre donne vanno al sepolcro e si sentono rimproverare: “Perchè cercate tra i morti colui è vivo?”, lei non ci va, lei non piange un morto ma continua a seguire un vivente.

Padre  Maggi, è mai stato colpito dalla morte nei suoi affetti più cari? E in tal caso, che esperienza ha avuto di queste cose belle che lei dice e scrive? 

Per tanti anni ho avuto un dubbio. Sì, io studio, predico queste cose, ci credo, ma mi dicevo: cosa succederà quando anch’io sarò toccato direttamente? Ebbene, quando qualche anno fa morì mio padre, tutte queste cose si dimostrarono vere. Tutti dicono che quando ci muore una persona cara, muore qualcosa dentro di noi. Ebbene, io, di fronte alla salma di mio padre, naturalmente piangevo, ma sentivo crescere dentro di me una allegria, una felicità incontenibile, che mi imbarazzava. Ma come: sto piangendo mio padre e sento dentro di me una grande pienezza di felicità? Questa è un’esperienza che molti fanno, ma non osano dirlo perchè sembra una cosa fuori posto. Sul momento sono rimasto sconcertato, ma poi ho capito: mio padre mi voleva tanto bene, era innamorato di me; ora che era entrato nella pienezza dell’amore di Dio, il bene che mi voleva era potenziato dall’amore di Dio, e quindi mi inondava in maniera traboccante del suo amore. Che è la funzione dei nostri cari defunti, i quali non sono lontani da noi, ma ci sono accanto e continuano a comunicarci non semplicemente l’amore di prima, ma l’amore di prima potenziato dall’amore di Dio. La morte non allenta i rapporti umani ma li potenzia.

Questo significa che è inutile andare al cimitero?

Il termine cimitero deriva da una parola greca che significa dormitorio. In passato, il cimitero non aveva quell’aria funebre che normalmente ha e non era esclusivamente riservato ai morti. Come ho detto prima, la morte, per i primi cristiani, era un addormentarsi e dormire non fa parte della morte ma del ciclo della vita. I defunti non stanno al cimitero, il luogo dei morti, ma continuano la loro esistenza nella pienezza di Rio.

Perchè allora si parla di eterno riposo?

Il riposo di cui si parla non indica la cessazione dell’attività, ma la condizione divina, come il Creatore che – si legge nel libro della Genesi – “compì l’opera che aveva fatta, e si riposò il settimo giorno“. Con la morte, l’individuo viene chiamato a collaborare all’azione creatrice di Dio comunicando vita agli uomini.

L’unica cosa che l’uomo porta con sé nella nuova dimensione di vita sono le opere compiute nella sua esistenza terrena. Le opere con le quali l’uomo ha trasmesso vita agli altri sono la sua ricchezza, quelle che hanno reso la vita “eterna” già in questa esistenza, innescando nell’individuo un processo di trasformazione che non viene fermato dalla morte, ma potenziato. La vita dell’uomo, infatti, non viene trasformata dopo la morte, ma ha già iniziato nel corso dell’esistenza dell’individuo la sua trasformazione.

In ogni uomo arriva un punto della sua vita nella quale l’armonica crescita della persona, nella sua componente biologica e quella spirituale e morale, subisce una metamorfosi. Con gli anni, mentre la maturità della persona cresce e si consolida, il corpo inizia il suo lento inesorabile cedimento fino al disfacimento definitivo. Se fino a una data età l’individuo era cresciuto in maniera armonica e graduale, e allo sviluppo del corpo si accompagnava anche lo sviluppo dell’intelletto, della morale, della spiritualità, di quello che rende una persona tale, arriva un momento dell’esistenza in cui la parte biologica, raggiunge il suo apice, inizia un graduale declino, mentre la parte detta spirituale continua a svilupparsi. “Per questo non ci scoraggiamo, ma anche se il nostro uomo esteriore si va disfacendo, il nostro [uomo] interiore si rinnova di giorno in giorno”, dice Paolo ai Corinti. All’inevitabile disfacimento della parte biologica corrisponde la pienezza della maturità, alla morte delle cellule la vita indistruttibile. 

La morte non è più vista come una distruzione, ma come la trasformazione o realizzazione della persona, proiettata verso “quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì“.

di Ferdinando Montanari

A chi fosse interessato ad approfondire le considerazioni di Padre Maggi sul tema della morte consigliamo di leggere il testo della conferenza “ultima_beatitudine“.

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La Resurrezione di Gesù

 

La Resurrezione di Gesù

La Resurrezione di Gesù

 

 

Tratto da Cubia n° 90 – Marzo 2009

Secondo Paolo, “se Cristo non è resuscitato (…) è vana anche la vostra fede” (1Cor 15,14): quindi è importante credere che Gesù sia resuscitato, ma cosa significa che Gesù è resuscitato? Purtroppo abbiamo le idee un po’ confuse o addirittura deviate. Il fatto della resurrezione non è descritto in nessun Vangelo.

L’unica descrizione della resurrezione di Gesù la Chiesa non l’ha considerata autentica, ed è purtroppo invece quella che ha eccitato la fantasia degli scrittori e degli artisti. La conosciamo tutti l’immagine del Gesù trionfante che esce dalla tomba con il vessillo della vittoria: non appartiene ai Vangeli, ma è in un testo apocrifo del 150 chiamato il Vangelo di Pietro.

Quindi nessun Vangelo ci descrive la resurrezione di Gesù. Tutti la descrivono in forme diverse, ma il significato che intendono proporre è identico: ci offrono la possibilità di sperimentarlo resuscitato. Non è possibile credere che Gesù è resuscitato perché ci viene insegnato dalla chiesa, e neanche perché è scritto nei Vangeli: fintanto che non si sperimenta nella propria esistenza la realtà di Gesù vivo e vivificante, non è possibile credere a Gesù resuscitato.

Ecco perché, mentre nessuno dei Vangeli ci dice come Gesù è resuscitato, tutti, in modo differente l’uno dall’altro, danno l’indicazione di come sperimentarlo resuscitato. La resurrezione di Gesù non appartiene alla storia ma alla fede, non è un episodio della cronaca, ma un episodio che si chiama teologico.

Cosa significa? Se al momento della resurrezione di Gesù fosse stata presente la televisione con fotografi, non avrebbero fotografato e ripreso assolutamente niente, perché non è possibile vedere con gli occhi, con la vista fisica Gesù resuscitato, bisogna vederlo con la vista interiore.

Vediamo il cap. 28 del Vangelo di Matteo. “Passato il sabato, all’alba del primo giorno della settimana, Maria di Màgdala e l’altra Maria andarono a visitare il sepolcro”: manca un’altra donna, perché? Al momento della crocefissione di Gesù erano indicate Maria di Màgdala, un’altra Maria e la madre dei figli di Zebedeo: come mai adesso la madre dei figli di Zebedeo sparisce?

Le donne nei Vangeli sono tutte positive eccetto due figure che sono legate con il potere: colei che lo detiene, Erodiade, e colei che lo ambisce, la madre dei figli di Zebedeo, nel famoso episodio “(Gesù), dì che questi miei figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno” (Mt 20,21). E’ la donna ambiziosa che aspira il potere per i figli e indirettamente anche per sé: con la morte di Gesù è la fine dei suoi sogni, quindi chi rincorre il potere non farà l’esperienza della resurrezione di Gesù. Quindi questa donna è assente.

E scrive l’evangelista che “vi fu un gran terremoto”: non è un sisma il terremoto, è una forma letteraria per indicare una manifestazione divina. Ed ecco “un angelo del Signore”: quando troviamo l’espressione “angelo del Signore”, non significa mai un angelo inviato dal Signore, ma è Dio stesso. Gli ebrei ci tenevano a tenere distante la relazione tra Dio e gli uomini; quando Dio entrava in contatto con gli uomini non parlavano mai del Signore e Dio e gli uomini; quando Dio entrava in contatto con gli uomini non parlavano mai del Signore o Dio, ma mettevano sempre l’espressione “angelo del Signore”. Quindi “angelo del Signore”, quando lo troviamo nell’Antico Testamento e nel Nuovo, indica sempre Dio stesso che entra in contatto con gli uomini.

Ed è interessante che nel Vangelo di Matteo troviamo questo “angelo del Signore” tre volte: la prima per annunciare la nascita di Gesù a Giuseppe (Mt 1,20;24), la seconda per difenderlo dalle trame omicide di Erode (Mt 2,13;19) e la terza per confermare che la vita, quando proviene da Dio, è più forte della morte (Mt 28,2).

Questo “angelo del Signore”, sceso dal cielo, si accostò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa”. C’è un espressione che usiamo comunemente: “mettiamoci una pietra sopra”. Cosa significa mettere una pietra sopra? Si rifà all’uso funerario antico: il morto veniva messo nel sepolcro e ci si metteva una pietra sopra.

Mettere una pietra sopra significa: è tutto finito. Ebbene, Dio, che fa irruzione in questo avvenimento, rotola la pietra e si siede sopra la pietra: la comunicazione tra il regno dei morti che indicava il sepolcro e quello dei vivi, con Gesù viene ripristinata, prima c’era la separazione. L’evangelista ci descrive la paura delle guardie e il rimprovero che l’angelo del Signore, Dio stesso, fa alle donne: “So che cercate Gesù il crocifisso” – dire crocifisso significava dire maledetto, perché morire crocifissi era la morte riservata ai maledetti da Dio – “Non è qui. E’ stato resuscitato, come aveva detto; venite a vedere il luogo dove era deposto”. L’Evangelista dice che Gesù è stato resuscitato: la resurrezione è una nuova creazione che compie Dio nella persona. La resurrezione non è la rianimazione del cadavere, ma è una nuova creazione: come dice Paolo, “si semina un corpo animale” – il corpo della ciccia -, “risorge un corpo spirituale” (1Cor 15,44). Quindi la resurrezione non è la rianimazione dell’individuo, ma una nuova creazione compiuta da Dio.

Ecco perché è importante: una volta che Gesù è resuscitato, compare in una forma diversa, in un aspetto diverso che non è possibile percepire se non mettendosi in sintonia con la lunghezza d’onda dell’amore di Dio. La domanda: ma dove sono i nostri cari? Non sono in un luogo. Non stanno da qualche parte: per sperimentarli, per vederli, bisogna che la nostra vita sia messa in sintonia con la lunghezza d’onda dell’amore di Dio, e quindi si sperimenta che queste persone, che non sono state rianimate, si presentano in una forma nuova.

Il Signore dice: “Presto, andate a dire ai suoi discepoli: è stato resuscitato dai morti, e ora vi precede in Galilea; là lo vedrete”. E’ importantissimo quest’annuncio del Vangelo: Gesù è stato resuscitato dai morti, cioè Dio gli ha ricreato la vita e quindi non è più nel regno dei morti, li precede in Galilea – ora vedremo perché –  e li invita: “là lo vedrete”. 

Nella lingua greca il verbo “vedere” si scrive in due maniere diverse. Noi nella lingua italiana adoperiamo lo stesso verbo nelle due realtà. Quando parliamo con una persona adoperiamo il verbo “vedere” anche per “capire”; nella lingua greca ci sono due verbi: uno che indica la vista fisica, l’altro verbo che indica la vista interiore, cioè la comprensione, la percezione, ed è questo verbo che adopera l’evangelista.

L’evangelista non assicura agli undici discepoli che avranno le visioni. Non è un privilegio per poche persone, per i visionari, ma una possibilità per tutti i credenti. Questo verbo “vedere” è quello contenuto nella beatitudine “beati i puri di cuore, perché vedranno Dio” (Mt 5,8).

Cosa dice l’evangelista? “Puro di cuore”: il cuore, nel mondo ebraico, non è la sede degli affetti, è la coscienza. Gesù dice: “le persone limpide, le persone trasparenti, le persone cristalline” – e uno è limpido, cristallino, trasparente quando ha rinunciato all’ambizione di apparire e si preoccupa soltanto di seguire gli altri – “queste persone sono talmente trasparenti e libere che vedranno Dio”. Non nell’aldilà – nell’aldilà lo vedranno tutti – ma qui! Nella loro esistenza terrena, faranno un’esperienza costante e profonda della presenza di Dio.

Mentre gli altri non vedono perché sono occupati da troppe cose, le persone limpide e trasparenti si accorgono di una presenza di Dio continua, costante e vivificante: un Dio che si mette al servizio dei suoi, un Dio che tutto trasforma in bene. Per fare questa esperienza però bisogna essere persone trasparenti, persone cristalline: chi è trasparente con gli altri è trasparente anche con Dio, quindi percepisce Dio nella sua esistenza. Ecco perché non c’è nostalgia di chissà quale paradiso lontano.

Allora dice di andare in Galilea per sentire la presenza del Signore; “abbandonato in fretta il sepolcro, con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annunzio ai suoi discepoli“. Mi piace sempre sottolineare che nei Vangeli uomini e donne non sono posti allo stesso fianco; le donne sono sempre prima degli uomini. Non c’è uguaglianza tra uomini e donne nei Vangeli; noi uomini purtroppo nei Vangeli ci facciamo sempre la figura dei fessi perché siamo sempre i più tonti, i più tardi, e sempre negativi.

E questo era tremendo nella cultura dell’epoca, perché nella cultura dell’epoca c’era una scala gerarchica dove c’era Dio, attorno a Dio c’erano gli angeli del servizio e poi, via via scendendo, gli uomini all’ultimo posto, lontanissime da Dio, c’erano le donne. Le donne, per il fatto delle mestruazioni, erano considerate in una condizione di perenne impurità, per cui le più lontane da Dio.

Nei Vangeli si capovolge. Nei Vangeli il ruolo degli angeli lo svolgono le donne; il verbo “annunziare” è lo stesso da cui deriva il termine “nunzio”, cioè angelo. Alle donne nei Vangeli è concesso non il compito degli uomini, ma quello superiore agli uomini che è quello degli angeli, quello di comunicare vita. “Ed ecco Gesù venne loro incontro”: quando si va a trasmettere un messaggio di vita è impossibile non incrociare nella propria strada Gesù.

Quindi le donne accolgono questo messaggio di vita, vanno ad annunciare una vita che è più forte, della morte e incontrano Gesù: questa è un’esperienza costante nella vita di tutti coloro che vanno a trasmettere un annuncio di vita. Chi va a trasmettere vita, trasmette la propria vita rafforzata da quella di Dio: quando si fa del bene agli altri, quando si comunica bene agli altri, è il nostro bene centuplicato da una forza che il Signore ci dona.

E Gesù dice alle donne: “non temete; andate ad annunziare ai miei fratelli che vadano in Galilea e là mi vedranno”Notate l’insistenza: non era più semplice Gerusalemme? Era lì! Gesù è categorico: che vadano in Galilea e là mi vedranno.

Gli undici andarono in Galilea – ed ecco la novità, ed ecco la possibilità per tutti noi – sul monte che Gesù aveva loro fissato: ma Gesù non ha fissato nessun monte! L’angelo del Signore ha detto: “andate in Galilea e lo vedrete“; Gesù ha ripetuto: “andate in Galilea, là mi vedranno“.

Ma la Galilea è una regione abbastanza vasta, ci sono tanti monti; perché l’evangelista dice: “gli undici discepoli intanto andarono in Galilea sul monte che Gesù aveva loro fissato”? Qual è questo monte, e perché ci vanno direttamente? L’espressione “il monte”, nel Vangelo di Matteo, la troviamo per indicare il monte dove Gesù proclama il suo messaggio, quello che è conosciuto come “il monte delle beatitudini” (Mt 5,1).

Ecco allora la chiave di lettura dell’episodio della resurrezione di Gesù, che non è un privilegio concesso duemila anni fa a qualche decina o qualche centinaio di persone, ma una possibilità per i credenti di tutti i tempi: per sperimentare un Gesù resuscitato bisogna andare in Galilea sul monte dove Gesù ha annunziato il suo messaggio, messaggio che è stato formulato e riassunto nelle beatitudini. Allora questa è un’esperienza per tutti.

Vogliamo sperimentare che Gesù è vivo? Vogliamo incontralo? L’evangelista ci dice come si fa: mettete in pratica il suo messaggio, quel messaggio che Gesù ha annunciato nel discorso sul monte, che è formulato nelle beatitudini e che possiamo riassumere così: “beati quelli che si occupano degli altri perché questi permetteranno a Dio di occuparsi di loro; chi nella propria vita si sente responsabile della felicità degli altri permette a Dio di prendersi cura della sua felicità”.

Quindi “gli undici discepoli, intanto, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro fissato”, ma qui c’è un piccolo intoppo. Scrive l’evangelista: “quando lo videro” – quindi vedono Gesù resuscitato, ed è sempre il vedere che riguarda la vista interiore non la vista fisica -, “gli si prostrarono innanzi” – prostrare significa riconoscere la condizione divina -; “alcuni però dubitavano“. Di che dubitavano? Questo verbo “dubitare” c’è soltanto un’altra volta nel Vangelo di Matteo: è quando Pietro vuole camminare sulle acque – significa avere la condizione divina. Gesù invita a farlo e Pietro comincia ad affondare, e Gesù dice: “uomo di poca fede, perché hai dubitato?” (Mt 14,31).

Dubitare significa non avere la condizione divina, ma, come Pietro, pensare che questa si ottiene con l’intervento da parte di Dio. No! la condizione divina si riceve soltanto mettendo la propria esistenza al servizio degli altri, passando inevitabilmente per la croce e per la persecuzione: allora i discepoli, che hanno visto la fine di Gesù che è passato attraverso il supplizio della croce, dubitano di essere capaci anche loro di passare attraverso questa croce per ottenere la condizione divina.

Le ultime parole di Gesù sono importantissime. Dice: “andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo”,  cioè immergendo le persone nella realtà di Dio, e soprattutto questa espressione che sembra essere stata cancellata dai Vangeli: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine dei tempi”. “Fino alla fine dei tempi” è un’espressione ebraica per indicare “per sempre”: Gesù resuscitato non si congeda dai suoi, ma li invita ad andare per il mondo, non a trasmettere una dottrina, ma a praticare un messaggio d’amore.

Questo invito non è rivolto ai preti, ma è per tutta la comunità dei discepoli. Gesù non sta parlando di amministrare il Sacramento del Battesimo – il verbo battezzare significa “immergere”. Gesù invita la comunità dei credenti e dice: “andate a ogni persona che incontrate immergetela nella realtà del Padre” – il Padre è colui che comunica vita – “nella realtà del Figlio” – il Figlio è colui nel quale questa vita si è realizzata – “e nella realtà dello Spirito” – la forza e l’amore che consente a questa vita di realizzarsi. E’ l’unico compito che ha la comunità cristiana.

La tragedia di noi cristiani è che ci hanno trasmesso dottrine, ci hanno trasmesso catechismi ma non ci hanno fatto fare l’esperienza di essere immersi in questo mondo d’amore: siamo stati educati più al timore di Dio e non ci hanno fatto fare l’esperienza di essere completamente immersi, indipendentemente dalla nostra condizione e dalla nostra condotta.

Gesù qui non dice “andate e i meritevoli immergeteli nell’amore di Dio”: qui Gesù dice “andate tra le nazioni pagane” – cioè tra i miscredenti, tra coloro che secondo la cultura ebraica non sarebbero resuscitati – andate di fronte ad ogni persona indipendentemente dal loro credo religioso, dalla loro condotta morale, dalla loro appartenenza a chissà chi.

Il compito della comunità cristiana è di immergere ogni persona nell’amore di Dio, un amore che perdona e che cancella, un amore che non ama per essere riamato, ma ama soltanto per amore: questo è l’amore che comunica vita. Forse questa è stata la nostra tragedia: che ci hanno trasmesso dottrine, insegnamenti, ma non ci hanno fatto fare l’esperienza piena dell’amore di Dio, se c’è questo “perché io sono con voi tutti i giorni per sempre”.

Gesù non è pensionato, Gesù non è un cassaintegrato: è al centro della comunità cristiana per sempre, una comunità che, se mette in pratica il suo insegnamento, lo sente vivo, visibile e vivificante in ogni momento della propria esistenza.

di Alberto Maggi



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