Archivi tag: Marina Andruccioli

Giardini… rubati

Tratto da Cubia n° 99 – Febbraio 2010

Spesso guardiamo all’America come modello di riferimento per la moda, le nuove tendenze in fatto di musica, gli oggetti che ti fanno più “in”, insomma sono tante le cose che importiamo da questo Stato. Recentemente a New York si sta diffondendo una strana moda: fare giardini abusivi.

Gli aderenti occulti a questa nuova tendenza sono persone normali, non frequentano individui poco raccomandabili né tanto meno sono ricercati dalla legge, ma semplicemente praticano del sano giardinaggio urbano. Singoli cittadini a cui sta a cuore la poca Natura che si intravede in quella caotica città.

Ma cosa fanno, in pratica? Essi adocchiano una zona trascurata, come una piccola area verde abbandonata a se stessa, oppure un’aiuola piena di immondizia, insomma un pezzo di terra che può essere trasformato in un piccolo polmone verde, e lo adottano “abusivamente”, per riportarlo con cura e “amore verde” ad essere degno di essere ammirato dai passanti frettolosi.

Questi pezzetti di terra li chiamano “critical garden” e solitamente, dopo aver dato una bella pulita alle erbacce e ai rifiuti, i provetti giardinieri scelgono di piantarci essenze robuste e rustiche, atte a resistere all’inquinamento dovuto al traffico, alla siccità, al freddo e alle condizioni avverse che la città offre alle piante.

Queste persone si sono organizzate anche con dei siti su internet dedicati al critical garden, dove i “pirati verdi” si scambiano consigli, indicano nuove zone che necessitano di interventi, si scambiano piante, semi, attrezzi, oppure chiedono semplicemente braccia disposte a dare una mano.

Dato che per la maggior parte del tempo questi giardini abusivi devono badare a se stessi con le proprie risorse e devono saper tenere un buon impatto visivo per buona parte dell’anno, bisogna quindi sapere bene come intervenire prima di togliere le sterpaglie e acquistare piante a casaccio, in modo da far risparmiare tempo e fatica all’adepto che si accinge a trasformare queste zone trasandate in piccole zone curate di verde urbano.

Una delle responsabilità del Critical Gardener è quella di continuare a prendersi cura dei propri interventi anche a distanza di tempo: non basta uno sforzo iniziale, ma si deve essere coerenti con l’impegno preso e portarlo avanti nei mesi e anni successivi al primo intervento.

A volte, questi giardinieri fuorilegge chiedono l’aiuto dei residenti per avere dei contributi in soldi, ma spesso chiedono semplicemente di lasciar loro in eredità la manutenzione del nuovo critical garden appena messo in opera.

Ma a cosa serve tutto questo sforzo? D’altronde, non spetta certo a loro occuparsi delle piccole aree trasandate che costellano la città, eppure è una moda che si sta diffondendo in tutta la patria dello zio Tom. Forse perché a queste persone sta a cuore l’immagine della città, forse sono mossi da animo ecologista, forse pensano che a tutti piace vedere un po’ di verde ben curato quando si passeggia in città, oppure hanno del tempo libero che vogliono impiegare al servizio della comunità… Sarà tutto questo o altro ancora, ma sta di fatto che l’idea è geniale, economica, mette in circolo una quantità di risorse che, grazie ad un minimo impegno, ha un grande impatto sulla collettività: lasciamo perdere il beneficio in termini di ambiente che (forse) non è quantificabile con i soliti metodi e che potrebbe risultare indifferente a molti, lasciamo perdere anche i benefici sul micro-clima che questi piccoli polmoni verdi creano, come abbattimento della polvere, oasi per microfauna, rilascio di ossigeno come tutte le piante fanno per nostra fortuna.

La più grande risorsa è la passione per la Natura che le persone che praticano questo hobby “poco lecito” rilasciano nell’ambiente urbano, che fiorisce tra le macchine, nei ghetti, nelle strade e ovunque ci sia un fazzoletto di terra incolta.

Un’utopia? Forse, ma mi piace molto il coraggio di chi pratica questo hobby fuori dagli schemi, e speriamo che una volta tanto importeremo qui da noi una bella moda: curarci delle cose che gli altri trascurano.

di Marina Andruccioli

Lascia un commento

Archiviato in Ambiente

Insetti e…delitti

Tratto da Cubia n° 98 – Febbraio 2010

Gli insetti, oltre ad essere una famiglia di esseri viventi diversissimi tra loro, sono gli animali più diffusi sulla Terra e di indubbia utilità per il nostro ecosistema ed hanno recentemente svelato un uso un po’ particolare: essere d’aiuto nei casi di delitti irrisolti.
Una nuova branca di ricerca, l’entomologia forense, viene da pochi anni affiancata agli specialisti che indagano nei casi di omicidio irrisolti o semplicemente viene richiesto un parere come supporto alle indagini o ancora per riuscire a risalire all’epoca del crimine, che è uno degli elementi chiave per mettersi sulla “giusta” pista.
Ma che tipo di insetti possono essere utili in queste indagini?

In particolare vengono usati quelli che sono etichettati come “fauna cadaverica” e che ormai sono uno degli indizi più importanti nelle inchieste sugli omicidi: i ditteri, ovvero le mosche e i coleotteri, volgarmente detti scarafaggi.

Questi insetti arrivano in tempi diversi, dato che il corpo per loro non è altro che una inaspettata fonte di cibo, poi possono arrivare successivamente anche farfalle, acari, ragni, ma anche predatori degli insetti già presenti.

Insomma, un piccolo microcosmo di preziose informazioni per chi sta indagando.

Ma in che modo? Analizzando i tipi di insetti presenti sul corpo, si può stabilire il periodo intercorso tra la morte e il ritrovamento dei resti, ad esempio.

Testimoni imparziali e attendibili, insetti e larve possono anche dare innumerevoli elementi di rilevanza medico-legale: tracce di droga o altre sostanze; riscontro di abusi sui minori o di molestie sessuali; tempi di decomposizione; inquinamento di prove… fino all’identificazione di eventuali colpevoli.

Oppure, se è intercorso tanto tempo, si possono analizzare gli insetti presenti, se non c’è altro da utilizzare, o ancora utilizzare la entomo-tossicologia, che consiste nell’analizzare il contenuto dello stomaco dell’insetto per rintracciare il Dna del corpo che ha divorato.

Nel caso tutto ciò succeda in acqua, la presenza di larve e insetti permette di individuare il momento dell’emersione.

Ma anche il tipo di parassita presente ci dice tanto: ricordiamoci che ogni zona ha i suoi tipi di insetti, ciò potrebbe essere determinate per stabilire la certezza della zona dove potrebbe essere avvenuto il decesso.

In Italia è recentissimo l’impiego di entomologi chiamati ad indagare dalla polizia scientifica sulla scena del crimine, mentre all’estero avviene regolarmente: in Francia la gendarmeria ha una sezione di entomologi, come anche in Svizzera e a Londra.

Argomento macabro? Probabilmente sì, ma pensiamo sempre a come cambiano le cose dal punto di vista di chi guarda: per noi il solo pensiero è ripugnante e viene voglia di girare pagina, per un coleottero è un’orgia di cibo inaspettata e un felice banchetto!

Certo è che, malgrado l’argomento forte, gli insetti ci hanno sorpreso ancora una volta per la loro utilità in una nuova e recente scienza che sta prendendo sempre più piede in tutto il mondo.

di Marina Andruccioli

Lascia un commento

Archiviato in Ambiente

L’orto ornamentale

Tratto da Cubia n° 96 – Dicembre 2009

Spesso l’orto viene relegato in un angolo del giardino, la sua unica funzione è di produrre ortaggi e verdure commestibili.

Bello o brutto, magari poco curato, non importa.

Mentre un orto, se ben progettato, può diventare parte integrante del giardino, abbellirlo o completarlo, o, perché no, rendere gradevole una zona poco piacevole.

Per questo scopo vanno usati ortaggi dal fogliame decorativo, come insalate, cavoli, barbabietole e fusto rosso o zucche dai colori e forme vivaci. Un ottimo esempio di orto ornamentale si trova all’interno del castello di Villandy, in Francia.

Nel 1934 il castello è divenuto monumento storico e, come tutti gli altri castelli della Loira, è oggi patrimonio dell’umanità.

Il castello di Villandry offre inoltre un magnifico esempio di arte topiaria, vale a dire dei giardini, per i labirinti verdi da cui è costruita, che svolgono anche funzione di orto composto da tre giardini differenti: un giardino di carciofi, uno di sedano, uno di insalata e di altre verdure.

Ma noi, nel nostro piccolo, come possiamo pensare e costruire un orto ornamentale nel nostro giardino?

Le tecniche che possiamo usare sono diverse, ma una in particolare, ideata da un agricoltore americano, Mel Bartholomew, è stata concepita per coltivare specie orticole in uno spazio molto ristretto, ed è stata battezzata “orto a quadretti”.

Il suo metodo consiste nel creare un quadrato (solitamente di 1,2×1,2 metri), racchiuso in una struttura, diviso al suo interno in sedici quadratini di 30×30 centimetri. Il quadrato viene riempito di ottimo terriccio e i lati delimitati da assi o rete.

I cultori del metodo assicurano che gli ortaggi cresciuti nei quadretti rendono molto di più dei loro fratelli che ‘abitano’ gli orti tradizionali: la vicinanza di molte specie orticole diverse, il bordo rialzato che consente all’umanità di non disperdersi, il continuo apporto di terra fresca e concimata sono ingredienti per un sicuro successo ed in ogni quadratino si può far crescere una pianta differente.

Facciamo un esempio pratico. A fine inverno/primavera: radicchi, crescione, rapanelli, rucola, insalatine, bieta a coste; in primavera inoltrata: pomodori e due cetrioli, melanzana, peperone e cavolo, negli altri spazi insalate, prezzemolo, fagiolini nani, basilico, rape o erbette; a fine estate: radicchi invernali, valerianella, insalate sotto protezione.

Naturalmente, per questa tipologia di orto non sono adatte piante di grosse dimensioni, che occuperebbero tutto lo spazio, come zucchine, zucche o carciofi, per le quali potremo trovare un posticino in qualche aiuola del giardino.

Se poi l’esperimento riesce bene, ed abbiamo verdure a sufficienza, cosa ne possiamo fare, oltre a regalarle a conoscenti e parenti?

Semplice: chiamiamo gli amici e organizziamo una piccola orchestra … vegetale!

Fate come The Vegetable Orchestra, ed avete risolto il problema. E’ una vera e propria orchestra, composta da 12 elementi, che crea musica utilizzando strumenti realizzati con verdure: carote che diventano flauti, zucche che fungono da basso, porri come violini e cetrioli-percussioni. Ne esce fuori un suono orchestrale in cui si fondono musica sperimentale contemporanea, Free Jazz, Noise e Dub. Ogni mattina, prima di un concerto, il gruppo di musicisti viennese sceglie direttamente al mercato le verdure che con perizia trasformerà in strumenti musicali.

Se invece l’esperimento non vi riesce, una bella zuppa di verdure è garantita!

di Marina Andruccioli

Lascia un commento

Archiviato in Ambiente

L’Attesa|Romanzo d’esordio di Marina Andruccioli

Tratto da Cubia n° 96 – Novembre 2009

Marina Andruccioli nasce a Rimini il 4 Gennaio 1972. La scrittura è sempre stata presente, ma è diventata una necessità attorno al 2000, quando ha scritto quattro manoscritti uno appresso all’altro. Predilige raccontare storie brevi ma intense, esplorando l’animo umano attraverso la psicologia femminile come specchio tra due mondi: anima e vita di tutti i giorni.

Scrittura semplice e fresca, Marina ci accompagna in punta di piedi tra situazioni delicate e difficili, in cui trasforma le parole quasi in immagini, tanto il lettore si trova coinvolto nella storia che si dipana tra le pagine del libro.

“L’attesa” è il romanzo d’esordio, pubblicato dalla casa editrice Il Filo, nella collana Nuove Voci, dedicata alla letteratura emergente. Il libro sarà nelle librerie da fine Novembre. Il titolo si riferisce allo stato emotivo in cui si trovano i due protagonisti, Anna e Tommaso. Anna è una donna che ha perso il figlio di quattro anni e ha deciso di rinunciare a vivere, cadendo in depressione. Tommy ha quattro anni, la madre lo ha abbandonato in un orfanotrofio dicendogli che prima o poi tornerà a prenderlo. E lui, fiducioso aspetta. Nella scacchiera della vita si trovano vicini, come due pedoni, pronti a riprendere il grande gioco dell’esistenza.

“L’Attesa”, pur trattando complessi giochi psicologici, riesce ad analizzare con dolcezza e leggerezza emotiva temi importanti e bui della psiche umana senza deprimere il lettore né sminuire gli argomenti trattati, lasciandoci un finale inaspettato che ci schiude un sorriso dolce amaro, come la vita, del resto.

Lascia un commento

Archiviato in Recensione di libri

La biofabbrica

biofabbrica di Cesena

Tratto da Cubia n° 95 – Ottobre 2009

Di questi tempi, in cui si parla tanto di fabbriche in crisi, di cassa integrazione, di economia che rallenta, curiosiamo in una tipologia di fabbrica diversa, che non tutti conoscono: la biofabbrica.

E’ una struttura in cui si produce un particolare prodotto, gli organismi viventi, cioè insetti da liberare nell’ambiente, per lo più in serre e campi coltivati nell’ambito delle tecniche di lotta biologica e lotta integrata.

La prima biofabbrica è stata “inventata” da un grande etologo (colui che studia gli insetti), Giorgio Celli, che qualcuno si ricorderà per aver condotto, tra le tante cose di cui si occupa, una trasmissione sugli animali negli anni 90.

Come spesso accade, si vuole una trovata geniale per provare a risolvere in modo azzeccato un problema, come ad esempio quello dei trattamenti chimici in agricoltura.

Ecco cosa ha pensato di fare Celli.

Solitamente, la maggior parte delle piante che coltiviamo in pieno campo, nelle serre, negli orti vengono trattate con sostanze chimiche per proteggerle dai parassiti o dalle malattie fungine.

Esistono tecniche che si affiancano all’agricoltura tradizionale, come la lotta biologica e la lotta integrata, che prevedono una drastica riduzione dell’uso di fitofarmaci mettendo in atto diversi accorgimenti e che hanno come obiettivo il mantenere la qualità del prodotto senza ricorrere, o ricorrere in parte, ai trattamenti.

La lotta biologica sfrutta l’antagonismo che è presente in Natura fra esseri viventi per contenere la popolazione dannosa: essa non abbatte la popolazione di un organismo dannoso, bensì la mantiene entro livelli tali da non costituire un danno rilevante.

La lotta integrata, invece, è la più applicata e consiste nel liberare periodicamente degli esemplari di una specie già presenti naturalmente nell’ecosistema in modo da rimpinguare la popolazione e controllare lo sviluppo numerico del parassita.

Capito l’ambito in cui ci muoviamo, possiamo afferrare a pieno l’idea di Celli: ha pensato bene di applicare su larga scala quello che la Natura stava già facendo, cioè “generare” insetti utili, dal confezionamento del prodotto, allo stoccaggio e alla distribuzione commerciale.

Per prodotto, ovviamente, si intende un insetto o le sue uova pronte a schiudersi!

I prodotti forniti dalle biofabbriche, infatti, sono organismi viventi che rientrano nelle seguenti tipologie: insetti pronubi (api e bombi) che servono ad impollinare e quindi a fecondare le piante, predatori di artropodi dannosi, parassitoidi e parassiti che si nutrono di larve di insetti che noi consideriamo dannosi: gli adulti della coccinella, ad esempio, sono carnivori e si nutrono di afidi.

Un altro insetto utilizzato per il controllo degli afidi è la Chrysoperla carnea, un neurottero appartenente alla famiglia dei Crisopidi.

La biofabbrica di Cesena ha iniziato la sua attività negli anni 90, ed è stata la prima vera biofabbrica in Italia per la produzione di insetti ausiliari, ma l’idea è stata portata avanti in questi anni anche da altre biofabbriche sparse in Europa.

di Marina Andruccioli

Lascia un commento

Archiviato in Ambiente

La guerra dell’acqua

acqua_potabile

Tratto da Cubia n° 30 – Marzo 2003  

Spengo la Tv. Nemmeno fare zapping tra la pubblicità di un caffè paradisiaco e un quiz divertente mi distrae dalle ultime notizie del TG sulla (forse) imminente guerra.
Sfoglio un giornale per distrarmi e la mia attenzione viene attirata da un breve trafiletto: “Si è appena concluso il 2002, proclamato dalle Nazioni Unite Anno internazionale dell’acqua potabile”.
Ammetto a me stessa la completa ignoranza a quella notizia.
Leggo anche che il 22 Marzo sarà la “Giornata mondiale dell’acqua”, nata per sensibilizzare l’umanità sui problemi legati alla scarsità di questo prezioso elemento.
Ma come, scarsità? Il nostro pianeta è praticamente ricoperto di acqua, direi che “scarsità” non è proprio il termine giusto.
Un attimo, please. Qui si parla di acqua potabile, non di acqua. Ah, già.
Eppure la lampadina non si è accesa, non ho avuto l’intuizione geniale, non colgo la sottile, evidente, differenza.
E allora, ricerca in Iternet.
Scopro che nei prossimi mesi saranno tante le iniziative che avranno al centro della discussione l’acqua.
Ormai sappiamo che l’acqua non va sprecata, che dobbiamo riusarla più volte prima di buttarla (mai pensato che l’acqua usata per lavare l’insalata è perfetta per innaffiare le piante o i gerani?) e che è un bene prezioso, nel senso letterale del termine, visto quanto ci costa.
Eppure su un punto della “questione acqua” non mi ero mai soffermata. Dell’inquinamento lo so, dello spreco anche, della scarsità in certe regioni pure. Ma di una guerra in nome dell’acqua, NO.
In un futuro, se continuiamo a sprecare così tanta acqua, forse i nostri figli, forse i figli dei nostri figli, avranno dei problemi per via di questo oro azzurro, ma pensare ad una guerra…
Le guerre ci sono già. Adesso, in questo momento. Leggo che qualcuno si è preso la briga di censire le guerre che ci sono state negli ultimi trent’anni in nome dell’acqua. Circa una decina. Ma che fossero 5 o anche 1 sola, mi colpisce il fatto che ce ne siano oggi.
Azzardo un pensiero: la guerra in nome del petrolio è obsoleta, anche se terribile comunque.
Leggo ancora che i motivi scatenanti di questo tipo di conflitto sono principalmente due.
Primo: il mondo è pieno di fiumi, ma i paesi dove essi nascono rivendicano la proprietà dell’acqua che solca il territorio di altri paesi.
Diciamo che virtualmente chiudono il rubinetto e impongono una tassa agli altri paesi che beneficiano del fiume stesso. Si è cercato di “concertare” lo sfruttamento di tali risorse con dei trattati, ma è anche vero che, se arriva un anno di secca, chi ha le risorse se le tiene.
Seconda causa: le dighe.
Va da sé che, se costruissi una diga, qualche sconvolgimento dell’equilibrio ecologico a mare e monte della stessa lo crei, e che i paesi a valle della diga abbiano qualcosa da ridire mi pare logico e inevitabile.
Tutto questo parlare di acqua, da questo punto di vista, mi inquieta: tra qualche anno, bere un bicchiere d’acqua potrebbe non essere così semplice come ci hanno sempre lasciato credere.
Di certo consumare meno acqua qui, nella grassa Europa, non aiuterà certo le popolazioni che soffrono la sete nel mondo. Ma in attesa che anche lo sciacquone venga usato a giorni alterni come le auto, sappiamo cosa dovremmo fare nel nostro quotidiano per risparmiare l’acqua.
Ma farlo davvero è tutta un’altra cosa.
Pensiamoci: la Natura è un prestito, non un regalo.

Lascia un commento

Archiviato in Ambiente

La dendrochirurgia

 

intervento di dendrochirurgia

intervento di dendrochirurgia

 

 

Tratto da Cubia n° 94 – Agosto/Settembre 2009

La dendro-cosa? Chirurgia? Sulle piante?

Non è che siamo finiti in una puntata di E.R. e il famoso pronto soccorso è invaso dalle piante? Oppure il Dottor House, tra una diagnosi e l’altra si diletta a potare alberelli?

No, no, niente di tutto questo. La dendrochirurgia (da “albero, a forma di albero”) è una tecnica che permette al tecnico di agire sulle piante proprio come un chirurgo e asportarne le parti ammalate.

Ad esempio, un albero malato di carie del legno (una alterazione profonda del legno, il quale perde le sue caratteristiche fisico-meccaniche e si trasforma in un ammasso spugnoso) veniva sottoposto ad asportazione di tutto il legno malato, si disinfettava la cavità formatasi e il legno sano messo a nudo veniva ricoperto di pasta cicatrizzante.

Con il passare degli anni, però, si è visto che la malattia tornava ad aggredire la pianta e che asportare il legno compromesso fino ad arrivare al legno sano era controproducente. Perché?

Quando noi umani ci tagliamo, il nostro corpo mette in atto tutta una serie di strategie per bloccare la fuoriuscita di sangue, evitare che patogeni possano entrare nella ferita infettandola e cicatrizzare la stessa il prima possibile.

Anche gli alberi possiedono capacità simili alle nostre. Solo che non lo sapevamo.

Questo concetto sta alla base della teoria della compartimentazione di un luminare che corrisponde al nome di Alex Shigo, i padre della moderna arboricoltura: egli sostiene (e dimostra) come un albero ferito o sottoposto a potatura metta in atto una serie di barriere dette “compartimentazioni” per bloccare e isolare il diffondersi di malattie come la carie del legno.

Secondo questa teoria, l’albero reagisce al taglio isolando, o meglio compartimentando la zona del taglio con quattro distinte barriere come un sommergibile che, con la chiusura dei portelloni stagni, confina la falla ed evita che l’acqua invada lo scafo, allo stesso modo l’albero cerca di isolare la parte danneggiata.

La prima blocca la diffusione del patogeno in direzione verticale, la seconda è incarnata dagli anelli annuali di accrescimento che impediscono lo sviluppo centripeto della malattia, la terza è formata da una barriera che si oppone alla diffusione laterale e la quarta si forma appena inferta la ferita, creando un tessuto legnoso diverso da quello asportato in grado di impedire lo sviluppo di una eventuale malattia nei nuovi anelli che si formeranno dopo la ferita.

Questo sistema difensivo è presente su tutta la pianta, ma è particolarmente attivo nei punti di attacco dei rami al tronco.

A differenza degli animali, gli alberi sono incapaci di sostituire, nella stessa posizione, cellule morte e non dispongono di un sistema immunitario per difendersi dagli agenti estranei e/o patogeni. L’albero cerca di contenere il danno attivando queste barriere in modo da isolare il legno danneggiato ed evitare altri possibili danni al legno sano. Viene definita “zona di barriera” e, pur essendo molto efficace e quindi in grado di creare una separazione dall’area malata, non è molto flessibile e ciò comporta una debolezza strutturale che può portare alla formazione di fratture interne al legno (i cosiddetti crack).

Shigo pensa all’albero come un organismo vivente non solo come ad una pianta ornamentale malata, da qui la sua  ricerca delle tecniche più adatte molte delle quali riconosciute ed usate in tutto il mondo per il loro valore.

Lascia un commento

Archiviato in Ambiente

Il legno

Legno_Albero

Tratto da Cubia n° 57 – Dicembre 2005

Nelle piante, di solito, ammiriamo la chioma, le foglie, il portamento. Eppure, gli alberi hanno un altro punto di bellezza, che spesso non cogliamo: la corteccia ed il legno di cui sono fatti. Forse non esistono due alberi della stessa specie che abbiano la stessa ed identica corteccia.

Quello che comunemente chiamiamo legno è in realtà costituito da diversi tessuti differenti, che compiono le funzioni di sostegno, di trasporto e deposito delle sostanze nutritive.

Se tagliamo un tronco, la sezione che ci si presenta sarà formata, dall’esterno verso l’interno: dalla corteccia, che può essere liscia o rugosa e a seconda delle specie avrà colori caratteristici. Serve a proteggere l’albero dalla temperatura e, per quanto possibile, dalle ferite inferte da animali o da agenti esterni.

Subito dopo troviamo il libro, uno strato rosolato o rossiccio, raramente bianco. Questo tessuto è adibito alla discesa della linfa e presenta uno spessore minimo, e prende questo nome perché le sue cerchie, prodotte annualmente, vengono compresso fino a diventare sottili come le pagine di un libro.

Poi c’è il cambio, responsabile dell’accrescimento diametrale del tronco. Sta tra il legno ed il libro e produce verso l’interno nuove cellule del legno e verso la corteccia, cioè l’esterno, nuove cellule del libro.

Procedendo verso l’interno, troviamo quindi il legno vero e proprio, quello dove si trovano gli anelli, tanti quanti sono gli anni dell’albero. Esso è formato a sua volta da vasi, che trasportano la linfa grezza, quella che sale succhiata dalle radici che affondano nel terreno ricco di acqua.

Ultimo, al centro, il midollo.

In alcuni alberi, come rovere, olmo, larice, c’è una differenzazione di colore tra la zona più esterna dell’albero, l’alburno, e quella più interna, il duramen; in altri, come la betulla, l’ippocastano e il bosso, non si apprezza nessuna differenza. L’alburno è il legno più giovane ed è la parte fisiologicamente più attiva ed a più alto tenore di umidità, quindi quella più facilmente attaccabile da funghi e parassiti.

Ogni anno, l’albero, nell’accrescersi, racchiude in un abbraccio il suo passato, costruendo un nuovo anello. Così, dal conto dei famosi anelli si può risalire alla sua età presunta.

Osservazioni sulle sezioni dei tronchi venivano fatte già anticamente, ma dobbiamo al genio di Leonardo da Vinci l’intuizione che si potesse desumere non solo l’età; osservando lo spessore dell’anello stesso si potevano conoscere anche le condizioni climatiche di una determinata epoca passata. Ma si deve ad un astronomo americano la fondazione della Dendrocronologia, scienza che studia, attraverso un attento esame dell’accrescimento degli alberi, la storia del clima passato della nostra Terra.

Ogni specie di albero ha un suo caratteristico colore: il Ciliegio ha colore caldo bruno-rossiccio molto pregiato; il Pioppo brucia lentamente ed è usato per fare fiammiferi; la Quercia da sughero per il noto sughero, senza citare poi i diversi legnami usati per parquet e per aromatizzare i liquori.

di Marina Andruccioli

Lascia un commento

Archiviato in Ambiente

I Vulcani

Vulcani

Tratto da Cubia n° 56 – Novembre 2005

I vulcani, dal latino Vulcanus, nome del dio del Fuoco di origine etrusca, è un condotto della crosta terrestre dal quale possono uscire lava, gas, vapori; solitamente formano un monte a forma conica, terminante in un cratere.
Ma perché esistono? Per capirlo, diamo un’occhiatina a come è fatta la terra sotto i nostri piedi.
La Terra ha una struttura stratificata, formata da grandi gusci concentrici che hanno temperatura, densità e spessore diverso. Ma la maggior parte del nostro pianeta è inaccessibile per noi: Verne, con il suo “Viaggio al Centro della Terra”, disegnava una realtà difficilmente realizzabile. Il pozzo più profondo che l’uomo abbia mai scavato raggiunge circa i 20 km, un’inezia rispetto al raggio della Terra.
Quindi, per avere informazioni su come è fatta dentro la Terra, dobbiamo ricorrere a informazioni indirette.
La struttura interna del nostro mondo è stata rivelata grazie allo studio delle oscillazioni elastiche, le onde sismiche, le quali permettono una “fotografia” dell’interno del pianeta, come quando noi ci facciamo una lastra a raggi X.
Oggi sappiamo che la Terra è formata da un nucleo centrale solido, un altro esterno ad esso liquido, un mantello che si comporta come un corpo viscoso formato da grandi celle che si muovono, e più esternamente la crosta, quella su cui viviamo.
Le grandi celle del mantello sono separate tra loro da “pennacchi termici”, che possono dar luogo a punti caldi sulla crosta terrestre: i Vulcani.
L’interno della Terra, data l’elevata temperatura, è in buona parte allo stato liquido:
a parte il nocciolo solidificato, la stessa è composta da metallo fuso, incandescente, che prende il nome di magma; ma questa roccia fusa può raggiungere la superficie attraverso i condotti vulcanici, e prende il nome di lava. Questa, raffreddandosi, dà luogo alle rocce effusive.
Sulla Terra si individuano diversi “punti caldi”, ovvero punti della struttura della crosta terrestre indicatori di attività del sottosuolo. Tanti sono i vulcani attivi sparsi sulla Terra ferma o negli oceani: vicino a noi, lo Stromboli e l’Etna; negli oceani, le isole Hawaii sono una catena di vulcani sottomarini allungata per oltre 4.000 km.
I vulcani sono affascinanti quando sono attivi, e l’uomo li guarda con timore. Ma di un vulcano spento, l’uomo, cosa se ne fa?
Sull’isola di Portorico, ad Arecibo, esiste un grande vulcano spento, con un diametro di 300 metri circa, all’interno del quale l’ingegno dell’uomo ha costruito la più grande parabola esistente sulla Terra.
Questa parabola è un radio telescopio, e viene usata dagli scienziati per ricevere il rumore proveniente dalle stelle. E’ stata utilizzata per generare la mappa delle radio sorgenti e anche come radar per determinare esattamente l’orbita di meteore di alcuni chilometri di diametro che attraversano il nostro sistema solare, potenzialmente pericolose per la via sulla Terra.
Addirittura, Hollywood ha utilizzato la Parabola di Arecibo, anche se per scopi scenici: le prime scene dell’ultimo film della saga di 007 sono ambientate proprio sul grande radio telescopio.

di Marina Andruccioli

Lascia un commento

Archiviato in Ambiente

Il girasole

Tratto da Cubia n° 73 – Giugno/Luglio 2007

Il girasole è il fiore che ricorda l’estate per eccellenza. Ha origini nel centro America e nel Perù, ed è qui che venne importato in Europa nel 1500 circa, come pianta decorativa.
E’ una pianta erbacea annuale ed il fusto può arrivare ad una altezza di tre metri.
Quello che chiamiamo fiore in realtà è un insieme di numerosi fiori riuniti in grandi capolini e che possono essere di due tipi: quelli esterni, di forma oblungo-lanceolata e colore giallo-dorato, sono sterili, quelli interni sono piccoli e bruni.
Il girasole arriva a maturazione in ottobre, i fiori si recidono e si lasciano asciugare, poi si sgranano i semi da cui si può ottenere un olio commestibile; i semi tostati possono essere mangiati e da questi si ricava acnhe un olio per motori, usato per produrre un biodisel.
Una delle caratteristiche più affascinanti di questa pianta, che le dà anche il nome, è l’Eliotropismo, ovvero la particolartià di seguire il Sole. Questa caratteristica riguarda anche le foglie del cotone, del lupino e della soia. Il movimento del fiore o della foglia è dovuto allo spostamento di alcuni ormoni dal lato esposto al sole a quello che rimane in ombra. Gli ormoni modificano la quantità d’acqua contenute nelle cellule, facendone espandere alcune e rimpicciolire quelle contrapposte. Il risultato è che il picciolo della foglia, o la base del capolino del fiore, si ripiegano verso la direzione da cui arrivano i raggi più intensi.
Le foglie e il fusto di queste piante si rivolgono al sole per ottenere la massima intensità di luce possibile. In questo modo possono effettuare nel migliore dei modi la fotosintesi, la reazione grazie alla quale vengono fabbricate le sostanze utili alla crescita della pianta.
La fioritura avviene in modo tale da impedire l’auto-impollinazione: durante il primo giorno di fioritura le antere si aprono e liberano i granuli di polline; nel secondo giorno lo stilo si allunga fuoriuscendo e aprendo gli stimmi (le parti recettive del polline) al di sopra delle antere. A causa di questo meccanismo di fioritura, ed a causa dell’auto-incompatibilità esistente tra la maggioranza delle cultivar di girasole, gli insetti pronubi, ed in particolare le api, sono assolutamente indispensabili ai fini di una buona fecondazione: in assenza di insetti pronubi la produzione di semi è irrisoria.

di Marina Andruccioli

Lascia un commento

Archiviato in Ambiente