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Patologie della colonna vertebrale

metodo Furter

Tratto da Cubia n° 56 – Novembre 2005

Capita sempre più frequentemente alla nostra attenzione di visitare giovani a cui gli ortopedici ed alcuni fisiatri hanno diagnosticato una discopatia, specie a livello lombosacrale con conseguenti episodi di sciatica, rigidità della colonna e lombalgie (schiena dolente) e, senza domandarsi il perché di queste particolari ernie al disco in età così giovanile, dopo averli sottoposti ad esami RXgrafici di TAC e di Risonanza magnetica nucleare, decidano di operarli. Ebbene, in pazienti di questo tipo giovanile, se operati di ernia al disco, entro qualche anno si assisterà senza meno alla comparsa di una ulteriore ernia al disco al di sopra di quella già operata: è questo è chiamato l’effetto domino, in cui l’ernia al disco è solo il risultato di una colonna giovanile con difetto posturale e magari con scoliosi iniziale passata inosservata, dovuta nel 90% ad un arto inferiore più corto dell’altro, che porta ad uno squilibrio del bacino: se pensate che la colonna nel suo insieme è composta da una serie di vertebre impilate una sopra all’altra, che sopportano tutto il carico del corpo, con tra una vertebra e l’altra degli ammortizzatori, che sono i dischi intervertebrali, e che per funzionare deve essere perfettamente a piombo, se la base di appoggio della colonna, cioè il bacino, è sbilanciato da un arto più corto, vi rendete conto che con l’andare del tempo uno o più di questi dischi tenderà ad uscire dalla sua posizione naturale, andando a comprimere i nervi che escono dal suo spazio intervertebrale, comprimendoli e provocando dolore inizialmente non costante ma che con l’andare del tempo aumenterà sempre di più.

E’ classico in questi casi l’insorgere per prima di una sciatica, a volte unilaterale ed a volte bilaterale, dovuta allo slittamento del disco ammortizzatore tra la 5ª lombare e la prima sacrale, proprio nel punto in cui esce dalla colonna il nervo sciatico.

Ora, la prima cosa in questi pazienti, per una guarigione totale, è misurare il dislivello esistente tra i due arti inferiori, con un semplice esame radiografico, che si chiama morfodinamico e che dirà al millimetro il dislivello. Fatto questo, si preparerà una talloniera di misura esatta da portare costantemente sotto al calcagno e si farà rientrare l’ernia discale iniziale con un ciclo di massaggi metodo Furter, associati a mesoterapia con i prodotti della SAT-TERAPIA, inoculati sotto pelle con siringhe speciali indolori. Ed i risultati di guarigione sono del 99%. Ed inoltre si bloccherà in questo modo la possibilità dell’effetto domino a carico dei dischi superiori.

Quindi, prima di far operare un’ernia al disco, vi invito ad eseguire questi accertamenti rivolgendosi a chi li sa fare.

di Gianfranco Tonelli

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In ospedale come in albergo

chirurgia_della_spalla

Tratto da Cubia n° 75 – Ottobre 2007

In ospedale ovviamente uno vorrebbe starci il meno possibile. Ma se capita, meglio che le strutture siano ad un livello accettabile anche dal punto di vista alberghiero. In questo senso sta andando la politica dell’Azienda sanitaria riminese, che negli ultimi anni sta provvedendo a ristrutturare e rendere qualitativamente migliori, i reparti di degenza di tutta la Provincia. Ivi compresa la Medicina interna di Cattolica, che è stata inaugurata a fine settembre, con la partecipazione dell’assessore regionale alle Politiche per la salute, Giovanni Bissoni.

Situato al terzo piano dell’ospedale, il reparto conta 18 camere di degenza: 15 con due posti letto cadauna, e 3 da un posto letto per un totale di 33 posti. Tutte le camere sono dotate di climatizzazione. I lavori sono parte di un più ampio progetto di riqualificazione del “Cervesi”, che si sta sviluppando e che ha un costo complessivo di 3.700.000 euro, tra cui si evidenziano 1.320.000 euro di opere edili, 1.050.000 euro di impianti meccanici e 600.000 euro di impianti elettrici. Si aggiungono i costi per gli apparecchi, che ammontano a 700.000 euro, per un totale complessivo di 4.400.000 mila euro. Tali spese sono finanziate per 3 milioni di euro dalla Regione Emilia Romagna, mentre il resto è a carico dell’Azienda Usl di Rimini.

In Medicina lavorano 6 medici, guidati dal primario Vittorio Durante, e 18 infermieri. Nel primo semestre del 2007 sono stati 468 i pazienti dimessi con un incremento del 6,36 per cento rispetto ai 440 del primo semestre 2006. In calo i giorni di degenza media: 6,92 nel 2007 contro i 9,45 nel 2006. Le giornate complessive di ricovero sono state 3.238 nei primi sei mesi 2007.

Nel corso dell’inaugurazione, il direttore generale dell’Ausl Marcello Tonini ha sottolineato la natura duplice del “Cervesi”: ospedale di prossimità per Cattolica e le zone limitrofe, “ma anche un gioiellino, con le specializzazioni di Fisiopatologia della riproduzione e di Chirurgia della spalla”. Un processo di qualificazione testimoniato anche dall’intenzione di acquistare, “in tempi brevi – ha aggiunto Tonini – un ecografo di ultima generazione per la fisiopatologia della riproduzione e un mammografo per il potenziamento dello screening contro il tumore alla mammella.

Mentre il sindaco Pietro Pazzaglini ha ricordato “la forte volontà del Comune e dei cattolichini per far vivere un ospedale che molti davano per morto”.

di Alessandro Fiocca

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Obesità infantile

obesita-infantile

Tratto da Cubia n° 60 – Marzo 2006

Finalmente la medicina e la pediatria in particolare si sono rese conto che, di fronte ad un bambino obeso o semplicemente in sovrappeso, ogni gruppo familiare ha le carte in regola per fargli perdere i chili di troppo. Parlando di prevenzione infantile dell’obesità, è necessario coinvolgere anche la scuola, specie dall’asilo alle medie, perché è in questo periodo scolastico che si sviluppa nel bambino l’eccesso di peso. La rilevanza del fenomeno in tutti i paesi ricchi occidentali non ha certo bisogno di essere sottolineata, e purtroppo l’Italia (secondo International Obesity Task Force) si aggiudica il record negativo in Europa con una percentuale di bambini obesi che sfiora il 36%
Bimbi che hanno con il sovrappeso numerosi handicap, quali timidezza, tendenza all’isolamento, pigrizia, predisposizione da adulti a serie malattie cardiovascolari. L’ideale per combattere l’obesità infantile le famose merendine, sapendo anche contrastare i numerosi messaggi pubblicitari in campo alimentare, che hanno come obiettivo il pubblico infantile televisivo.
A proposito di televisione, anche questa consuetudine di stare ore ed ore alla televisione, non solo incide sulla pigrizia e sulla psicologia infantile, ma è stato dimostrato statisticamente che nelle femmine essere televisiodipendenti porta ad un ciclo mestruale precoce di 2 o 3 anni, rispetto alla coetanee dinamiche e sportive, con arresto della crescita fra i 14 e 15 anni, creando così una popolazione femminile in sovrappeso, che ben difficilmente crescerà senza scontrarsi con patologie reattive, quali la bulimia o l’anoressia: quindi il non accettare se stesse in un mondo invaso da veline, letterine, modelle, ecc. ecc.
I genitori svolgono quindi un ruolo importante sia nella diffusione che nella prevenzione dell’obesità, contrastando con successo uno stile di vita sedentario con alimentazione sregolata, attraverso un cambiamento attivo, che coinvolga le abitudini alimentari e quelle di esercizio fisico, anche (ove necessario) di tutto il nucleo familiare.
La colazione al mattino della famiglia è il primo momento importante della giornata, come si usava una volta, con messa al bando dei dolci pronti ipercalorici, sostituiti da pane marmellata o miele; frutta nella pausa del mattino a scuola; un primo a mezzogiorno con frutta e verdura ed un secondo scarso; nuovamente frutta a metà pomeriggio ed alla sera solo un secondo e pane frutta e verdura. Spingere i figli a fare uno sport, con preferenza per il nuoto, pallacanestro, tennis ed altri di movimento. Anziché molta televisione, un periodo massimo di sedentarietà televisiva di 60/90 minuti nel pomeriggio.
E questi sono i principi su cui deve basarsi la crescita dei propri figli, non escludendo un contatto frequente con gli insegnanti.

di Gianfranco Tonelli

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… Gli Anni Difficili del “Cervesi”

Conferenza stampa al Cervesi

Conferenza stampa al Cervesi

Tratto da Cubia n° 88 – Gennaio 2009

Terminati i lavori di ristrutturazione, ripercorriamo la storia dei 12 anni che hanno cambiato il nostro ospedale: il possibile ridimensionamento, lo spettro della chiusura, la nascita della Fondazione, il ritorno al pubblico, il rilancio…

Anno 1996. All’Ospedale di Cattolica si nasce, ci si opera e ci si cura per varie malattie. Ma lungo le scrivanie di via Ducale a Rimini (dove allora si trovava la sede amministrativa e direttiva dell’Ausl), iniziava già a girare un documento dal titolo “Piano di rimodulazione ospedaliera della provincia di Rimini”.

C’era da poco stata l’aziendalizzazione di quelle che erano le Usl (unità sanitarie locali), trasformate in Asl (aziende sanitarie locali), nelle quali i politici avevano dovuto lasciar posto ai tecnici, e i presidenti ai direttori generali.

E a Rimini era arrivato, da Bologna, Walter Domeniconi, il primo direttore generale, con un input preciso dalla Regione: nella provincia dell’estremo sud c’erano troppi posti letto ospedalieri, sia privati che pubblici. Bisognava tagliare. O, con termine più tecnico, rimodulare, appunto.

E tra i quattro ospedali presenti sul territorio fu valutato che quello che più degli altri poteva essere ridimensionato era il “Cervesi”. Sul fronte del privato, invece, “nel mirino” finì la clinica “Montanari” di Morciano.

L’idea era la seguente: a Cattolica si chiude l’Ostetricia e si concentrano tutte le relative risorse sull’ospedale “Infermi” di Rimini, dove verrà creato un punto nascita di altissimo livello in grado di fermare l’esodo delle partorienti riminesi, e anzi di attirare puerpere anche da fuori confine provinciale. Questo, grazie anche alla creazione di un reparto di Fisiopatologia della Riproduzione, da affidare al dottor Carlo Flamigni (il luminare bolognese della fecondazione in vitro) e al dottor Carlo Bulletti: cattolichino (ironia della sorte) allora il più promettente allievo di Flamigni e oggi uno dei professionisti più affermati sul piano nazionale (e non solo) in questa branca sanitaria.

Inoltre il piano di Domeniconi prevedeva la chiusura del reparto di Chirurgia in favore di una Medicina con lungodegenza, che sarebbe stata data da gestire, in convenzione, ai titolari della clinica “Montanari” di Morciano, a fronte della chiusura della stessa.

Così facendo, i vertici dell’Asl di allora avevano centrato vari risultati: tagliato il numero dei posti letto, che, grazie ad ulteriori “alleggerimenti” fatti qua e là in vari nosocomi provinciali, tornava in linea coi parametri regionali; razionalizzato l’esistente; tagliato anche il numero di posti letto privati convenzionati ma tutelando l’esperienza dei Montanari.

Quel piano però non piacque.

Non piacque ai cattolichini, che si sentirono scippati del “loro” ospedale.

Non piacque ai morcianesi, per lo stesso motivo: non volevano perdere la clinica del “dottor Pippo”.

Non piacque ai Montanari, titolari della clinica omonima.

Non piacque ai dipendenti del “Cervesi”.

E non piacque neppure ai politici. Su questi però va fatto un discorso a parte.

Domeniconi, come ovvio, iniziò a sottoporre il suo piano di rimodulazione agli amministratori pubblici, ai sindacati e alle parti sociali in sedute private. O meglio, che private dovevano restare, poiché invece il piano trapelò e fu riportato sulla stampa.

E anche quei politici e pubblici amministratori che in un primo momento avevano più o meno a malincuore accettato il “progetto”, pian piano, e pressati dall’opinione pubblica, cominciarono a cambiare idea.

Sindaco di Cattolica allora era Gianfranco Micucci, da poco riconfermato nel secondo mandato (il primo ad elezione diretta), che stava riscuotendo molti e forti consensi per il suo modo di amministrare concreto e deciso. Certo qualcuna delle sue idee inizialmente poteva non piacere, come il progetto per piazza Primo Maggio, ma a cose fatte il consenso arrivava sempre.

L’ospedale ruppe il coro. In un primo momento Micucci cercò di far passare la linea secondo cui contro l’Asl, o meglio contro la Regione, era impossibile andare.

Che il Comune, in merito, aveva ben poco voce in capitolo, e che alla fine il ridimensionamento dell’ospedale non sarebbe stato poi così drammatico.

Ma i cattolichini non si acquietarono.

Nacque, anzi, un Comitato in difesa dell’ospedale di Cattolica, ampio quanto composito. Ne facevano parte membri delle associazioni di volontariato sanitario, dipendenti dell’ospedale, ex pazienti, semplici cittadini, e vi si avvicinarono presto alcuni partiti dell’opposizione.

Le divisioni erano sopite dal comune intento: la parla d’ordine di salvare l’ospedale di Cattolica. Anche perché il ridimensionamento da molti fu vissuto, chissà se a torto o a ragione, come l’anticamera di una successiva chiusura.

Per molti mesi si susseguirono le assemblee pubbliche con i vertici dell’Asl e del Comune, e i cortei e le manifestazioni “pro ospedale” del Comitato. I giornali scrissero fiumi di inchiostro.

E il Comune cambiò prospettiva e ruolo. Svestì i panni di difensore del piano dell’Asl, per vestire quelli del mediatore. Di chi può trovare una via d’uscita. Che, giocoforza, avrebbe dovuto soddisfare anche la Regione.

Certo non era facile. Le variabili da far quadrare erano tante. Bisognava comunque tagliare il numero complessivo di posti letto a gestione pubblica o convenzionata e conseguentemente chiudere una clinica privata.

La quadratura del cerchio arrivò da Milano, grazie ai contatti dell’allora assessore alla Cultura Mauro Conti con l’istituto di cura privato San Raffaele.

La proposta fu: il Comune crea una fondazione no profit (formula allora innovativa), la Regina Maris, che prende in gestione l’ospedale di Cattolica, con tutti i dipendenti che ci stanno, attrezzature, mobili e arredi. Il tutto sarebbe stato gestito in collaborazione con il San Raffaele. La Fondazione si impegnava a fare investimenti per vari miliardi di lire sulla struttura, e ad acquistare una clinica privata, ovviamente per chiuderla. E si individuò non la Montanari di Morciano (che quindi è sopravvissuta e si è anche ingrandita), bensì Villa Assunta di Rimini. Si sarebbe comunque sacrificato il punto nascita di Cattolica (che infatti pochi mesi dopo fu chiuso).

L’idea fu accettata da tutti, Regione compresa, e salì agli onori della stampa nazionale come uno degli esempi di proficua collaborazione tra pubblico e privato.

Si procedette dunque, e la Fondazione cattolichina, per tener fede al patto, acquistò la Villa Assunta per poi cederla all’Asl (che poi anni dopo l’ha rivenduta).

La fondazione, negli anni successivi, realizzò una nuova ala dell’ospedale con sale operatorie all’avanguardia. Il “matrimonio” con San Raffaele, però, presentò presto le prime crepe, e non durò molto.

Dopo pochi anni i milanesi si sfilarono, e la Regina Maris continuò da sola.

Ma la sanità fa presto a diventare un pozzo di San Patrizio. Con costi che le fragili casse della Fondazione fecero sempre più fatica a contenere.

La questione precipitò nel 2001. Saltò fuori che la Fondazione aveva già sei miliardi di lire di debiti, e che non avrebbe potuto continuare per molto ad andare avanti.

Si fece la cosa più logica da fare: si chiese l’intervento del pubblico. Della Regione attraverso l’Asl. D’altra parte le cose erano cambiate. Gli scenari sanitari provinciali non richiedevano più il “sacrificio” del “Cervesi”. E l’Asl, al cui vertice nel frattempo era arrivato Tiziano Carradori, al posto di Domeniconi, accettò di rientrare a pieno titolo nella gestione dell’ospedale cattolichino.

La Fondazione chiuse.

Il sindaco Micucci, in un’intervista, sostenne, in pratica, che soldi pubblici erano sì stati spesi, ma avevano consentito di salvare l’ospedale. Come dire, un sacrificio indispensabile per i cattolichini.

Ora, nelle sale operatorie realizzate ai tempi della Fondazione si praticano la Chirurgia ortopedica della Spalla e del Gomito, e gli interventi ginecologici, molti dei quali funzionali all’attività del reparto di Fisiopatologia della Riproduzione di Bulletti, che (ancora ironia della sorte) nel 2005 è stato spostato da Rimini (dove resta l’Ostetricia) a Cattolica. Branche ed interventi che altrimenti i cattolichini, e i riminesi, dovrebbero andare a cercarsi fuori. Ma dei quali fruiscono anche tanti pazienti che giungono da altre parti d’Italia.

Ciò che resta da chiedersi è: se avesse prevalso il piano di Domeniconi, l’ospedale di Cattolica avrebbe davvero chiuso, o, passati i tempi duri, avrebbe comunque potenziato nuovamente come ha fatto trasformandolo in un gioiellino?

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