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Giardini… rubati

Tratto da Cubia n° 99 – Febbraio 2010

Spesso guardiamo all’America come modello di riferimento per la moda, le nuove tendenze in fatto di musica, gli oggetti che ti fanno più “in”, insomma sono tante le cose che importiamo da questo Stato. Recentemente a New York si sta diffondendo una strana moda: fare giardini abusivi.

Gli aderenti occulti a questa nuova tendenza sono persone normali, non frequentano individui poco raccomandabili né tanto meno sono ricercati dalla legge, ma semplicemente praticano del sano giardinaggio urbano. Singoli cittadini a cui sta a cuore la poca Natura che si intravede in quella caotica città.

Ma cosa fanno, in pratica? Essi adocchiano una zona trascurata, come una piccola area verde abbandonata a se stessa, oppure un’aiuola piena di immondizia, insomma un pezzo di terra che può essere trasformato in un piccolo polmone verde, e lo adottano “abusivamente”, per riportarlo con cura e “amore verde” ad essere degno di essere ammirato dai passanti frettolosi.

Questi pezzetti di terra li chiamano “critical garden” e solitamente, dopo aver dato una bella pulita alle erbacce e ai rifiuti, i provetti giardinieri scelgono di piantarci essenze robuste e rustiche, atte a resistere all’inquinamento dovuto al traffico, alla siccità, al freddo e alle condizioni avverse che la città offre alle piante.

Queste persone si sono organizzate anche con dei siti su internet dedicati al critical garden, dove i “pirati verdi” si scambiano consigli, indicano nuove zone che necessitano di interventi, si scambiano piante, semi, attrezzi, oppure chiedono semplicemente braccia disposte a dare una mano.

Dato che per la maggior parte del tempo questi giardini abusivi devono badare a se stessi con le proprie risorse e devono saper tenere un buon impatto visivo per buona parte dell’anno, bisogna quindi sapere bene come intervenire prima di togliere le sterpaglie e acquistare piante a casaccio, in modo da far risparmiare tempo e fatica all’adepto che si accinge a trasformare queste zone trasandate in piccole zone curate di verde urbano.

Una delle responsabilità del Critical Gardener è quella di continuare a prendersi cura dei propri interventi anche a distanza di tempo: non basta uno sforzo iniziale, ma si deve essere coerenti con l’impegno preso e portarlo avanti nei mesi e anni successivi al primo intervento.

A volte, questi giardinieri fuorilegge chiedono l’aiuto dei residenti per avere dei contributi in soldi, ma spesso chiedono semplicemente di lasciar loro in eredità la manutenzione del nuovo critical garden appena messo in opera.

Ma a cosa serve tutto questo sforzo? D’altronde, non spetta certo a loro occuparsi delle piccole aree trasandate che costellano la città, eppure è una moda che si sta diffondendo in tutta la patria dello zio Tom. Forse perché a queste persone sta a cuore l’immagine della città, forse sono mossi da animo ecologista, forse pensano che a tutti piace vedere un po’ di verde ben curato quando si passeggia in città, oppure hanno del tempo libero che vogliono impiegare al servizio della comunità… Sarà tutto questo o altro ancora, ma sta di fatto che l’idea è geniale, economica, mette in circolo una quantità di risorse che, grazie ad un minimo impegno, ha un grande impatto sulla collettività: lasciamo perdere il beneficio in termini di ambiente che (forse) non è quantificabile con i soliti metodi e che potrebbe risultare indifferente a molti, lasciamo perdere anche i benefici sul micro-clima che questi piccoli polmoni verdi creano, come abbattimento della polvere, oasi per microfauna, rilascio di ossigeno come tutte le piante fanno per nostra fortuna.

La più grande risorsa è la passione per la Natura che le persone che praticano questo hobby “poco lecito” rilasciano nell’ambiente urbano, che fiorisce tra le macchine, nei ghetti, nelle strade e ovunque ci sia un fazzoletto di terra incolta.

Un’utopia? Forse, ma mi piace molto il coraggio di chi pratica questo hobby fuori dagli schemi, e speriamo che una volta tanto importeremo qui da noi una bella moda: curarci delle cose che gli altri trascurano.

di Marina Andruccioli

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Cambio d’aria

Ho camminato molto in acque

basse salate e lasciato impronte

sulla sabbia subito levigate.

Pochi passi invece ho fatto su tappeti di foglie

ancora vive, cadute da grossi alberi

e alti sino alle nuvole.

Ma non so dire quello che mi è giovato di più,

anche se fra mille colori della foresta,

i lunghi respiri arrivano al cuore!

di Giorgio Terenzi

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I fiori spontanei

 

muscari

 

Tratto da Cubia n° 96 -Novembre 2009

Arriva l’inverno? Le giornate si accorciano? Diventa sempre più freddo? E noi parliamo dei fiori spontanei delle nostre zone, che ci portano con il pensiero alla primavera e alla bella stagione.

Questi fiori, che tutti abbiamo visto ai margini delle strade, nei campi ma anche nei nostri giardini, non hanno nulla da invidiare a quelli che compriamo nei vivai o che acquistiamo dal fioraio.

Vediamone alcuni.

Tra i primi a fiorire, già a fine febbraio fa capolino il farfaraccio (Tussilago farfara) di un bel giallo vivo, poi il Lamio rosso porpora e il ranuncolo, sempre di giallo intenso. Queste tre pianticelle fioriscono per la loro precocità, portandoci forse con il pensiero al vicino mese di Marzo e alla speranza di una precoce primavera, al tiepido e pallido sole che invita alle prime passeggiate.

Procedendo con le giornate, ecco apparire le margherite, che conosciamo per i bianchi petali che ricoprono i prati e se guardiamo con attenzione possiamo scorgere anche i fiori bianchi della rucola selvatica.

In Aprile, poi, è tutta una esplosione di fiori selvatici in ogni dove: macchie fiorite fanno capolino allegramente oramai in ogni dove. Le piante maggiormente diffuse in questo mese sono la borragine, la veronica e i bellissimi muscari di un bel blu intenso.

Rosso porpora è invece la fumaria e viola la salvia officinalis.

Conosciamole meglio. La farfara è una piantina erbacea, perenne, cresce lungo i corsi d’acqua, ai margini dei sentieri, il fiore assomiglia molto ad una margherita di colore giallo e veniva spesso usata per curare l’asma, la tosse, le affezioni dei polmoni in genere.

Il lamio, il cui nome deriva dal greco e significa gola, è una pianticella i cui piccoli fiori hanno una colorazione rossastra purpurea, e si possono consumare le tenere piantine in insalata, come verdura cotta o in frittate. Si nota nei campi incolti o nelle vigne, dove disegna macchie scure di un bel rosso vino.

Il ranuncolo cresce vicino ai fossi, lo riconosciamo per il fiore giallo a 5 petali, tipico di questo genere, che presenta numerose specie. Tutti i ranuncoli sono tossici o velenosi, qui vige il detto: guardare e non toccare.

La margherita, il cui nome, tradotto, significa fiore bianco, è la pianta spontanea della primavera per eccellenza. Il fiore al centro giallo e i petali bianchi a memoria ce lo ricordiamo benissimo, chi non ha fatto m’ama non m’ama con una corolla di margherita?

Anche i muscari, di un bel blu scuro, sono piantine perenni che crescono nelle scarpate, nei vigneti e nelle zone incolte. Un tempo usati per fare cataclismi per gli ascessi, oggi si trovano spesso coltivati nei giardini per la loro particolare forma dei fiori.

Insomma, di fiori ce ne sono tantissimi da scoprire aguzzando gli occhi tra le prime macchie di verde, quando la Natura si sveglia dal suo torpore invernale.

Magari questo fine inverno, invece di fare la solita “vasca” in centro, prendiamoci un pomeriggio di sole e passeggiamo tra le strade di campagna, ai bordi delle vigne potate, potremmo perfino fare bella figura con un amico, raccontandogli qualcosa di quel fiorellino che timido timido si apre al sole.

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La biofabbrica

biofabbrica di Cesena

Tratto da Cubia n° 95 – Ottobre 2009

Di questi tempi, in cui si parla tanto di fabbriche in crisi, di cassa integrazione, di economia che rallenta, curiosiamo in una tipologia di fabbrica diversa, che non tutti conoscono: la biofabbrica.

E’ una struttura in cui si produce un particolare prodotto, gli organismi viventi, cioè insetti da liberare nell’ambiente, per lo più in serre e campi coltivati nell’ambito delle tecniche di lotta biologica e lotta integrata.

La prima biofabbrica è stata “inventata” da un grande etologo (colui che studia gli insetti), Giorgio Celli, che qualcuno si ricorderà per aver condotto, tra le tante cose di cui si occupa, una trasmissione sugli animali negli anni 90.

Come spesso accade, si vuole una trovata geniale per provare a risolvere in modo azzeccato un problema, come ad esempio quello dei trattamenti chimici in agricoltura.

Ecco cosa ha pensato di fare Celli.

Solitamente, la maggior parte delle piante che coltiviamo in pieno campo, nelle serre, negli orti vengono trattate con sostanze chimiche per proteggerle dai parassiti o dalle malattie fungine.

Esistono tecniche che si affiancano all’agricoltura tradizionale, come la lotta biologica e la lotta integrata, che prevedono una drastica riduzione dell’uso di fitofarmaci mettendo in atto diversi accorgimenti e che hanno come obiettivo il mantenere la qualità del prodotto senza ricorrere, o ricorrere in parte, ai trattamenti.

La lotta biologica sfrutta l’antagonismo che è presente in Natura fra esseri viventi per contenere la popolazione dannosa: essa non abbatte la popolazione di un organismo dannoso, bensì la mantiene entro livelli tali da non costituire un danno rilevante.

La lotta integrata, invece, è la più applicata e consiste nel liberare periodicamente degli esemplari di una specie già presenti naturalmente nell’ecosistema in modo da rimpinguare la popolazione e controllare lo sviluppo numerico del parassita.

Capito l’ambito in cui ci muoviamo, possiamo afferrare a pieno l’idea di Celli: ha pensato bene di applicare su larga scala quello che la Natura stava già facendo, cioè “generare” insetti utili, dal confezionamento del prodotto, allo stoccaggio e alla distribuzione commerciale.

Per prodotto, ovviamente, si intende un insetto o le sue uova pronte a schiudersi!

I prodotti forniti dalle biofabbriche, infatti, sono organismi viventi che rientrano nelle seguenti tipologie: insetti pronubi (api e bombi) che servono ad impollinare e quindi a fecondare le piante, predatori di artropodi dannosi, parassitoidi e parassiti che si nutrono di larve di insetti che noi consideriamo dannosi: gli adulti della coccinella, ad esempio, sono carnivori e si nutrono di afidi.

Un altro insetto utilizzato per il controllo degli afidi è la Chrysoperla carnea, un neurottero appartenente alla famiglia dei Crisopidi.

La biofabbrica di Cesena ha iniziato la sua attività negli anni 90, ed è stata la prima vera biofabbrica in Italia per la produzione di insetti ausiliari, ma l’idea è stata portata avanti in questi anni anche da altre biofabbriche sparse in Europa.

di Marina Andruccioli

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La guerra dell’acqua

acqua_potabile

Tratto da Cubia n° 30 – Marzo 2003  

Spengo la Tv. Nemmeno fare zapping tra la pubblicità di un caffè paradisiaco e un quiz divertente mi distrae dalle ultime notizie del TG sulla (forse) imminente guerra.
Sfoglio un giornale per distrarmi e la mia attenzione viene attirata da un breve trafiletto: “Si è appena concluso il 2002, proclamato dalle Nazioni Unite Anno internazionale dell’acqua potabile”.
Ammetto a me stessa la completa ignoranza a quella notizia.
Leggo anche che il 22 Marzo sarà la “Giornata mondiale dell’acqua”, nata per sensibilizzare l’umanità sui problemi legati alla scarsità di questo prezioso elemento.
Ma come, scarsità? Il nostro pianeta è praticamente ricoperto di acqua, direi che “scarsità” non è proprio il termine giusto.
Un attimo, please. Qui si parla di acqua potabile, non di acqua. Ah, già.
Eppure la lampadina non si è accesa, non ho avuto l’intuizione geniale, non colgo la sottile, evidente, differenza.
E allora, ricerca in Iternet.
Scopro che nei prossimi mesi saranno tante le iniziative che avranno al centro della discussione l’acqua.
Ormai sappiamo che l’acqua non va sprecata, che dobbiamo riusarla più volte prima di buttarla (mai pensato che l’acqua usata per lavare l’insalata è perfetta per innaffiare le piante o i gerani?) e che è un bene prezioso, nel senso letterale del termine, visto quanto ci costa.
Eppure su un punto della “questione acqua” non mi ero mai soffermata. Dell’inquinamento lo so, dello spreco anche, della scarsità in certe regioni pure. Ma di una guerra in nome dell’acqua, NO.
In un futuro, se continuiamo a sprecare così tanta acqua, forse i nostri figli, forse i figli dei nostri figli, avranno dei problemi per via di questo oro azzurro, ma pensare ad una guerra…
Le guerre ci sono già. Adesso, in questo momento. Leggo che qualcuno si è preso la briga di censire le guerre che ci sono state negli ultimi trent’anni in nome dell’acqua. Circa una decina. Ma che fossero 5 o anche 1 sola, mi colpisce il fatto che ce ne siano oggi.
Azzardo un pensiero: la guerra in nome del petrolio è obsoleta, anche se terribile comunque.
Leggo ancora che i motivi scatenanti di questo tipo di conflitto sono principalmente due.
Primo: il mondo è pieno di fiumi, ma i paesi dove essi nascono rivendicano la proprietà dell’acqua che solca il territorio di altri paesi.
Diciamo che virtualmente chiudono il rubinetto e impongono una tassa agli altri paesi che beneficiano del fiume stesso. Si è cercato di “concertare” lo sfruttamento di tali risorse con dei trattati, ma è anche vero che, se arriva un anno di secca, chi ha le risorse se le tiene.
Seconda causa: le dighe.
Va da sé che, se costruissi una diga, qualche sconvolgimento dell’equilibrio ecologico a mare e monte della stessa lo crei, e che i paesi a valle della diga abbiano qualcosa da ridire mi pare logico e inevitabile.
Tutto questo parlare di acqua, da questo punto di vista, mi inquieta: tra qualche anno, bere un bicchiere d’acqua potrebbe non essere così semplice come ci hanno sempre lasciato credere.
Di certo consumare meno acqua qui, nella grassa Europa, non aiuterà certo le popolazioni che soffrono la sete nel mondo. Ma in attesa che anche lo sciacquone venga usato a giorni alterni come le auto, sappiamo cosa dovremmo fare nel nostro quotidiano per risparmiare l’acqua.
Ma farlo davvero è tutta un’altra cosa.
Pensiamoci: la Natura è un prestito, non un regalo.

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Per amore

 

momaday

Scott Momaday

 

 

Tratto da Cubia n° 66 – Novembre 2006

A Nairobi i rapporti sullo stato di salute di nostra madre Terra si affastellano sulle scrivanie dei partecipanti alla 12ma conferenza mondiale sui cambiamenti climatici. Sulla diagnosi non ci sono più margini di errore, l’eziologia ci inchioda a responsabilità indicibili, la terapia, se esiste, pochi hanno interesse a prescriverla. L’avvio di interventi radicali che sostituiscano i placebo finora somministrati viene procrastinato ad oltranza. Il coro funesto degli scienziati è monocorde e anche gli sparuti scettici hanno ammesso che il catastrofismo delle previsioni aveva giocato al ribasso. Entro il 2050 ci servirà un altro pianeta, all’attuale ritmo di consumo avremo esaurito le risorse di acqua, suolo fertile e foreste. E sappiamo bene, la crescita esponenziale dell’inquinamento prodotto da India e Cina a rammentarcelo, che lo scempio potrà solo aumentare con l’accesso dei paesi in via di “sviluppo” al modello economico occidentale. E noi? Questi scenari entrano di traverso nelle nostre giornate, intralciano i nostri vissuti, producono emozioni ondivaghe che oscillano dalla nostalgia del paradiso perduto all’angoscia da apocalisse imminente. La spunta una overdose di rimozione, si trascina un senso di fastidio sordo capace di farci tirare avanti nel nostro tran tran senza troppi intoppi ma senza l’affondo degli entusiasmi. Ci traghettiamo verso il futuro saltando sui massi affioranti dalla insignificanza stressante della nostra quotidianità: un natale, un weekend fuori porta, uno fuori continente, i jet a depositare la loro scia di morte nella troposfera, uno shopping rigenerante, una cena slow-food con tagliere misto… Che ci importa della biodiversità nell’epoca della omogeneizzazione multinazionale di pensieri e immaginazione? Si alza di due gradi la temperatura del pianeta? Risparmieremo nel riscaldamento. Siamo vicini alla fine del petrolio? Torniamo al nucleare e se occorrono 2 milioni di anni per eliminarne le scorie, le sotterreremo nel cuore dell’Africa: due piccioni con una fava. Si alza di un metro il livello del mare e si prevedono 150 milioni di profughi ambientali entro la fine del secolo? Armeremo meglio i confini, rimpolperemo il mercatino etnico sulla sponda del Ventena. Lo strumento della percezione razionale del pericolo, che potrebbe salvarci, da quando è comparso in homo sapiens ha fatto poca strada. E’ ancora troppo reattivo alla stimolazione dei sensi e in un mondo in cui la tecnologia ha fatto evaporare la materialità delle minacce a cui eravamo abituati come cacciatori-raccoglitori, non è più funzionale. Aspettiamo l’evento clamoroso contro cui sbattere la testa e continuiamo a chiudere recinti dopo che le bestie sono scappate. Vediamo questi limiti all’opera anche nella cecità dei folli che governano e continuano a ripetere come un mantra infinito la loro ricetta per la crisi: crescita, crescita, crescita. Oppure nelle discussioni infinite sulle radici della nostra identità. Una radice certa abbiamo: la terra. Da lei veniamo, a lei torneremo. E’ l’unica progenitura che valga la pena di riconoscere in modo assoluto. Constatata la insufficienza della razionalità non avremo miglior fortuna cercando scampo nell’istinto di sopravvivenza: è biologicamente egoista, tarato in chiave individuale o del gruppo di appartenza, la sua logica mors tua- vita mea. Ci forza alla mobilitazione solo quando siamo direttamente coinvolti. Un esempio ne sono i comitati di zona contro antenne o inceneritori. Ben vengano i comitati, ma difficile che portino lontano. Continuiamo a cambiare cellulari anche se nel mondo si producono dai 20 ai 50 milioni di tonnellate di immondizia elettronica all’anno. Basta che la discarica non sia nel nostro giardino. Not in my garden, dicono quei capiscuola degli americani. E allora? Non sono accreditato a dispensare ricette. Però ritengo che dietro ogni decisione di cambiamento del nostro agire in favore dell’ambiente, che si tratti di adottare energie alternative, stili di vita più sobri o economie ecocompatibili non possiamo più ripetere l’errore che ci ha condotto fin qui: cosificare la natura, farne terreno di conquista per gli appetiti della nostra specie piuttosto che sentirla come un’entità meritevole di devozione. Non sarà la tecnologia a preservarci dalla distruzione anche quando ci indicasse la strada. Ci potrà salvare solo un atto d’amore. Amore per tutto ciò che ha permesso alla vita di evolvere e di far esistere ciò che esiste, noi compresi. Ma come dare spessore e consistenza a questa parola? Non è per un semplice atto della volontà né su invito di altri che decidiamo di amare. Una vera storia d’amore nasce per aver condiviso momenti indimenticabili, fusioni da estasi. Esperienze sempre meno praticate e, quel che è tragico, rese inaccessibili ai nostri bambini svezzati nella realtà virtuale di videogame e tv, incastrati tra i banchi della scuola e costretti a trascorrere le domeniche nei centri commerciali. E dire che i primi anni di vita sono quelli privilegiati, forse l’unica vera occasione in cui possa scattare la scintilla per un innamoramento autentico. Impermeabilizzate nella bara di cemento delle nostre belle cittadine, con una agenda di impegni da manager, alle nuove generazioni non è data la possibilità di un contatto immediato e frequente con il linguaggio della natura nè ascolteranno mai quella verità su se stessi svelata dai fragili messaggi della biosfera. Verità di cui abbiamo tutti bisogno. Altre civiltà ce lo ricordano. Come testimonia questa poesia dell’indiano Kiowa, Scott Momaday: Io sono una piuma nel chiaro cielo/ io sono il cavallo azzurro che galoppa nella pianura/ io sono il pesce che brilla e guizza nell’acqua/ io sono l’ombra che segue un bambino/ io sono la luce della sera, la gioia dei prati/ io sono un’aquila che scherza col vento/ io sono un’uva dalle gocce radiose/ io sono la stella più remota/ io sono la frescura del mattino/ io sono lo scroscio della pioggia/ io sono il luccichio sulla neve ghiacciata/ io sono la lunga traccia della luna sul lago/ io sono una fiamma di quattro colori/ io sono il capriolo la cui immagine si perde nel crepuscolo della sera/ io sono lo stormo delle anatre in volo nel cielo invernale/ io sono la fame del giovane lupo / io sono il grande sogno di tutte queste cose.Capisci? Io vivo, io vivo / io sono in buoni rapporti con la terra io sono in buoni rapporti con gli dei io sono in buoni rapporti con tutto ciò che è bello. Capisci? Io vivo.
Possiamo dire altrettanto?

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Utopia

 

Abya Yala

Utopia?!

 

 

Tratto da Cubia n° 51 – Aprile 2005

Utopia significa etimologicamente il “non luogo”, ma non possiamo intenderlo solo come “luogo esistente”. Utopia non è un qualcosa che non può esistere, ma ciò che ha poche possibilità di realizzarsi qui, in questo tempo. Queste poche possibilità sono, è vero, poche: ma esistono!

Thomas More, quando usò questo termine, fece riferimento ad una società basata sulla giustizia e sulla fratellanza. Si basava, molto probabilmente, sui racconti di viaggio di un suo amico: Raphael Hitloden, che tornando dall’America del XVI secolo, raccontò di un luogo dove i rapporti umani erano imperniati sui valori di giustizia e fraternità. Questa terra “da utopia” era l’Abya Yala: la terra d’America nella quale gli indios Guarani (quasi sterminati dai conquistadores) avevano vissuto sereni e tranquilli: quella Abya Yala che ancora rimane “l’utopia – vissuta” da molti Amerindi dei nostri giorni.

Guarda caso questa utopia presenta tanti aspetti comuni con il Regno di Dio, per i credenti. Un Regno di Pace e Giustizia che non è un privilegio di pochi, ma un dono per tutti, senza restrizioni. Un solo requisito è posto: accogliere ciò che esso comporta di cambiamento, rinunciare al potere per accogliere nei confronti dell’uomo l’atteggiamento del servizio. Oggi nel 2005 cosa significa questo? Significa vivere umanamente e politicamente con un’ottica diversa da quella che ci viene propinata dai mass-media e dalla logica economico-finanziaria del nostro tempo.

Leggiamo e riflettiamo su alcuni dati:

– il Bilancio del Mistero della Difesa degli U.S.A. è stato nel 2003 (non parliamo del 2004!) di oltre 1.000 miliardi di dollari;

– nel 2004 gli U.S.A. hanno destinato 62 miliardi di dollari per la ricerca militare;

– la guerra in Iraq è costata solo agli USA oltre 200 miliardi di dollari… e la Banca Mondiale dice che con 13 miliardi di dollari si potrebbero risolvere fame e sanità nel mondo per un anno intero! E non è tuto!

– gli Usa stanno preparando un aereo supersonico che dovrebbe alzarsi a 100 km di altezza; lo chiamano “firstraid” (primo attacco) e può colpire in qualsiasi parte della Terra.

– continua anche la ricerca atomica: 60 miliardi di dollari sono per questa;

– abbiamo 248 tonnellate di plutonio: 130 per la Russia, 100 per gli USA… con 150 kg di plutonio, che attacca i polmoni, si possono uccidere tutti gli esseri umani del mondo… e ne abbiamo 248 tonnellate!

– si prevede che entro breve tempo il 48% del popolo iracheno contrarrà tumori per uranio impoverito (vedi Kossovo, dove anche nostri militari sono stati contaminati). Sarà un genocidio!

Questa è la pazzia del nostro tempo.

Questi sono solo pochi dati numerici che ci arrivano dalla stampa alternativa! Questo è ciò che non ci viene comunicato dai mass-media, perché scomodo e fastidioso per chi si arricchisce e vive sulla pelle del prossimo.

Dio (per chi crede) o la Natura (per altri) ha impiegato 4 miliardi e 200 milioni di anni per portare la vita sulla terra. Ora l’uomo può distruggerla in un pomeriggio! Questa è realtà e non utopia!

Io comunque credo che utopisticamente si può uscire da questo meccanismo tremendo. Non è facile perché il “sistema” non sa ascoltare, non sa vedere. C’è sempre tuttavia “qualcuno” che riesce ad uscire da questa prigione del sistema-potere, qualcuno riesce a sforare…

 

Abya Yala

Abya Yala

 

 

Il problema-sistema l’abbiamo dentro di noi, ci hanno ridotti a essere il “grande fratello” e noi siamo “il grande fratello”. Qualcuno comunque riesce a uscire creando piccoli “non luoghi” dell’Utopia. Questi qualcuno possono mettere insieme le occasioni, le energie, le proprie creatività, creando il “luogo dell’Utopia”, proprio perché si basano sulla condivisione e sul servizio reciproco.

Quindi possiamo uscire dall’atroce meccanismo: PERO EL VIENTO CONTINUA (Pedro Casaldaliga), tuttavia il vento continua… a soffiare e queto è il Vento di Dio, il Sospiro del Mondo, la Forza della Vita e della Natura che nessun potere potrà mai fermare. Si può uscire dai nostri singoli, comodi e privilegiati schemi e correre liberi nel Vento.

di Magda Gaetani

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