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I nostri fiumi sono sotto controllo

 

 

Tratto da Cubia n° 29 – Febbraio 2003

Abbiamo chiesto al dott. Mario Sala, dirigente comunale del settore ambiente, di informarci sui rischi idrologici che può correre la nostra città.

Qual’è la situazione a Cattolica per la Protezione Civile?

Formalmente io sono il referente, ma ancora non c’è l’atto di nomina ufficiale. Ho seguito il corso organizzato della provincia di Rimini per il coordinatore delle emergenze, dove erano presenti i referenti di tutti i comuni della provincia.

Esiste a Cattolica un piano comunale di protezione civile, che è stato adottato qualche anno fa e che dovremmo iniziare a rendere attivo. Abbiamo individuato le emergenze: da noi il maggiore rischio è quello idrogeologico, seguito dal terremoto, di cui l’ultimo, dell’8° grado della scala Mercalli, è accaduto nel 1916, con danni gravissimi; ci sono poi rischi di tono inferiore, come incendi boschivi, od altro.

I torrenti Tavollo e Ventena, in caso di pioggie prolungate, preoccupano i cittadini, memori della alluvione del 1976: cosa si è fatto per metterli in sicurezza?

Il territorio di Cattolica, in una estensione di circa 3 km in una pianura alluvionale, vede scorrere tre fiumi, oltre il Vivare sotterrato. I fiumi sono stati imbrigliati, messi all’interno di alvei, regimati; abbiamo interventi che sono stati fatti secondo criteri, con cementificazione dei tratti terminali del Tavollo e del Ventena, che oggi non si fanno più, salvo per particolari motivi; a monte sono stati fatti interventi di regimazione, come approfondimento dell’alveo, rafforzamento di sponde, mantenendo un alveo naturaliforme, fortemente incassato.

Abbiamo fatto recentemente un’assemblea sulle problematiche del Tavollo, a cui sono intervenuti i rappresentanti degli organi preposti, e cioè il Segretario generale dell’Autorità di bacino, e il tecnico del Servizio tecnico, i quali hanno dimostrato di avere una profonda conoscenza dello stato in cui versano i nostri fiumi.

Qui si sono illustrati i problemi e i rischi che queste aste fluviali hanno dal punto di vista della sicurezza. Esiste un problema di ingombro dell’alveo, di necessità di intervenire su alcuni depositi limosi, presenti soprattutto a valle del ponte di via Garibaldi.

L’autorità di bacino ha stanziato 150.000 Euro per potere fare un primo intervento a monte del ponte suddetto del Tavollo e nella parte non banchinata del Ventena: rimozione della vegetazione invadente, per la stragrande maggioranza costituita da canne, che non creano problemi al deflusso delle acque, ma solo estetici.

E’ importante che non vengano fatti indiscriminatamente cementificazioni lungo i fiumi, ma devono essere fatte in conformità a quelli che sono gli argini naturali. I fiumi non devono essere visti solo come pericolo imminente, probabile per la città; essi sono una grande risorsa naturale, un elemento unico che mette in connessione le parti nostre urbanizzate con quelle più naturali dell’entroterra; vengono denominati in alcuni casi corridoi biotici.

Da ricordare che c’è una delibera regionale che impone ai servizi tecnici di bacino di intervenire solo al di fuori del periodo di nidificazione dell’avifauna; quindi da fine Dicembre a Giugno.

In particolare, sul Tavollo, d’estate si possono osservare le gallinelle d’acqua, degli aironi, il martin pescatore, delle anatre: tutti animali da salvaguardare. Il progetto d’intervento viene messo da parte e lo metteranno in atto ad Ottobre.

Ma pensa che Cattolica possa correre pericoli dal punto di vista delle alluvioni?

Cattolica ultimamente non ha avuto problemi, come invece tanti altri centri del riminese. Sul Tavollo, specie a monte della ferrovia, le case si trovano ad una quota molto superiore rispetto al livello dell’alveo.

C’è stata molta apprensione quest’anno da parte delle persone che nel 1976 hanno subito danni dall’alluvione, ma le cose sono radicalmente cambiate: successivamente a quel tragico evento, gli argini sono stati rialzati, è stato fatto il banchinamento, è stato favorito il deflusso, è stato approfondito l’alveo, sono state consolidate le sponde, è stata eliminata tutta la vegetazione; dove sono presenti degli alberi, sui margini, se non sono piante secche o pericolanti, non vengono rimossi, perché contribuiscono a mantenere fermo il terreno.

Sarà importante a Giugno la pubblicazione della carta dei rischi per il fiume Tavollo, redatta dall’autorità di bacino, un rilievo fatto ad hoc, con tutte le sezioni necessarie, che ci dirà dove esistono, se esistono, dei problemi.

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Una settimana con la Protezione Civile in una tendopoli tra i terremotati

Protezione-Civile

Tratto da Cubia n° 93 – Giugno/Luglio 2009

Aprile – “Qui Chieti” “Qui Teramo” “Qui Pescara” “Qui Ascoli”

“Non avete notizie da L’Aquila?”

Silenzio. Poi un segnale. “L’Aquila è senza luce… Ci sono diversi crolli”.

 

Fine Maggio – Pensieri

Un rapido controllo per vedere se abbiamo preso tutto (pezzi della divisa, bagnoschiuma, bottiglia d’acqua per il viaggio…) e poi si parte verso il Gran Sasso. La goliardia dei ragazzi (oddio, uomini fatti a dirla tutta) mi contagia e sembriamo una comitiva in ferie.

Voltiamo le spalle al mare e siamo già in Abruzzo e poi percorriamo una serie interminabile di ponti, mentre il massiccio davanti a noi cresce a vista d’occhio, per un terzo coperto di neve. Un collega mi fa notare che quando sono andati giù per la prima volta, in Aprile, la neve arrivava a metà ed era molto più fitta (mi sovviene che non ho preso il maglione di pile… pazienza).

Entrati nella bocca del Gran Sasso immediatamente mi ricordo quando, una decina di anni fa, con la scuola, ero andata a visitare l’Aquila e il laboratorio nella montagna, mi ricordo il tunnel interminabile.

Però questa volta alla fine del tunnel non vedrò la città e la gente. Il furgone esce a l’Aquila est, lasciando la città sulla nostra destra, avviandosi verso il Campo Base dell’Emilia Romagna a Villa S.Angelo, nel settore COM2. Chiudo gli occhi e volto le spalle alle voci nella mia testa: le testimonianze di giornalisti e gente comune che parlano dell’inferno a l’Aquila: droga, risse, violazioni delle tende, coprifuoco… o che, invece, calmano gli animi.

Mi concentro sulla mia piccola parte in questa girandola e quando apro gli occhi stiamo passando davanti a Onna. Sulla strada di acceso una camionetta della Forestale e due agenti montano la guardia. Oltre le loro spalle un paese bombardato. Non pensare a Onna, mi dico, e, soprattutto, non pensare a l’Aquila.

Prima che me ne renda conto svoltiamo a destra in una strada e attraversiamo i campi di grano. “Davanti alla stazione c’era un bar che il terremoto ha buttato giù. Guarda”. – mi dice un collega. Mi volto, ma davanti alla stazione non vedo nulla.

Arrivati al campo veniamo accolti da una piccola ciurma di volontari ANC, cotti dal sole e dalla stanchezza, che iniziano a portar via le loro valigie, ci presentano in segreteria, ci lasciano le consegne e tornano dalle loro famiglie. La galanteria dei miei colleghi, tutti uomini, fa sì che portino loro le mie valigie dentro la nostra tenda, mi nasce un ghigno di soddisfazione. E’ caldo. Devo appendere la divisa prima che diventi un tutt’uno con il bagnoschiuma che potrebbe esplodere. Così sollevo la chiusura della tenda pneumatica ed entro. Ci manca poco che cada all’indietro: ci saranno 50 gradi. Appendo il cambio della divisa a due grucce gentilmente offerte e scappo fuori.

Qui termina l’Elena di prima. L’Elena che si lamenta del costo del petrolio e della crisi economica, che inveisce verso ignoranza e superstizione, ma che, di fatto, fa solo del gran rumore senza cambiare il corso della storia. Un’Elena che, all’improvviso, non mi piace più.

Una dozzina di bambini e ragazzini mi corre davanti: mi rivolgono un rapido sguardo per notare che non mi hanno mai visto e leggere il nome dell’associazione e poi via ridendo. Sorrido anche io. Vanno verso l’uscita e poi scartano verso destra, infilandosi non so dove.

Arrivo alla guardiola dove vengo informata più nel dettaglio di procedure e turni di guardia. Noto che non c’è un cancello, ma due sbarre da sollevare per i mezzi e un passaggio libero per le persone a piedi. Dal giorno prima del nostro arrivo sono state modificate alcune procedure: chiediamo di mostrare il tesserino di riconoscimento ai residenti, che ovviamente entrano ed escono come meglio credono a tutte le ore del giorno e della notte, e autentichiamo gli ospiti (quelli che restano a mangiare) e i visitatori (che non restano) tramite un documento, perché non ci siano sprechi e ovviamente persone malintenzionate nel campo: le tende non hanno lucchetti, i magazzini sono a vista: non aggiungiamo al dolore e alla scomodità anche i crimini…

Sorrido sempre, dico “buon giorno”, “grazie” e chiedo “per favore”, così sono contagiosa e mi sorridono. Se qualcuno fa lo gnorri gli spieghiamo che è per la sicurezza di tutti i residenti. In pochi giorni tutti portano il tesserino addosso o in borsa e poi iniziamo a conoscerci.

“E tu chi sei?” accarezzo il mezzo cane lupo “Lo chiamano Arturo, è la mascotte del campo. E’ qui da quando è arrivata la colonna mobile, ma non sappiamo dove sia il padrone, se ce l’ha ancora”. Arturo, perfetto cane da guardia, docile coi bambini, abbaia alle macchine grigie e allontana i cani che non gli piacciono.

In un giro fatto per andare alla sede del COM2 quanti cani sperduti ho visto…

Il pomeriggio (un pomeriggio che per me inizia alle 8 di mattina), in giro per il campo, a fare varie ed eventuali, come, ad esempio, impedire che i bambini si fiondino di corsa sotto una ruspa in manovra (puoi mettere tutte le protezioni che vuoi, ma i bambini sono inarrestabili) oppure ad ascoltare un problema e guidare la persona nella burocrazia, che, per questo scherzo del destino, è ridotta a soli tre container.

La notte, invece, siamo gli unici svegli, per fare in modo che non succeda nient’altro. Così, se succede, possiamo dare l’allarme. Una di queste notti io e Paolo eravamo seduti dentro la guardiola, appena finito il giro di perlustrazione. Da un momento all’altro mi sento come se fossi su una sedia a dondolo e guardo Paolo che mi sorride sotto i baffi e dondola assieme a me per qualche altro secondo ancora. Per lui non è la prima volta in Abruzzo, per me sì, che mi ricordo solo una scossa, un singolo istante, nel ’97 a Pesaro. “Non è forte, però va bene, no?”, gli chiedo “L’altra volta erano più forti, sì”. Sarà anche poco forte, ma dopo due mesi ci sono ancora scosse, continue.

Una di queste notti arriva un’auto e ne scende un signore con la divisa da ANA (Ass. Naz. Alpini) e viene davanti alla guardiola a chiacchierare. E’ Romeo, il primo Capo campo di Villa, quello che ha montato le tende sotta la pioggia torrenziale e organizzato il campo il primo mese. Un vero Alpino. E uno sguardo limpido che voglio rivedere…

Di pomeriggio mi fermo spesso a parlare con qualcuno e scopro che il dolore ha macinato queste persone, ma ancora non le ha rese individui soli… Disillusi, sì, ma tosti e gentili come il proverbio che mi ha raccontato una signora. Alcune persone, 19, qui a Villa, non ne sono usciti vivi e, come mi ha detto la signora Rosalba, ora sono eroi. Le altre persone non hanno più una casa e molti non hanno più il lavoro… Persone che, però, dopo la prima volta che ti vedono, ti chiedono come stai te.

Queste persone:

L’ho visto rientrare alle 3 nel mio primo e unico turno 0-4 ed era assieme ad una banda di ragazzi di ritorno da una festa, per un momento senza pensieri, e ho sorriso, poi la mattina aveva un viso un po’ assonnato e allora gli ho chiesto “Stanco?”, lui sorride “Sai che facciamo sempre così? Stiamo anche fino alle quattro di mattina a chiacchierare in piazza. Beh, in piazza prima, nella vita normale”. Non so cosa gli fa dire “nella vita normale” e non “nella vita di prima”, ma sono felice per lui.

“Ma tu l’hai sentito il terremoto quella notte?”. “La mamma per tirarmi giù dal letto mi urlava sempre <<Il terremoto! Il terremoto’ >> e così sapevo che era mattina. Quella notte ha fatto lo stesso… lì per lì non ho capito… era buio. Ho pensato <<ma è già mattina?!>>…”.

Dall’angolo nel quale li avevo visti sparire il primo giorno, esce una folla di bambini e ragazzini, in bicicletta, di corsa, con dei fogli svolazzanti in mano: “E’ uscito l’ultimo numero di Sfollati News!! Vuoi una copia?”. “Si, grazie”. All’angolo là in cima c’è il Teatro Noemi, in un tendone bianco: fa da teatro, centro ricreativo, redazione, sala concerti, e sala terapia di gruppo per i ragazzi.

Un gruppo di ragazzi ci passa davanti con tre enormi barbecue artigianali. Gli chiediamo: “ma dove andate?”, “andiamo a cuocere la pecora! dopo fate un salto?!”.

Ho conosciuto un signore che ci ha raccontato che si era commosso quando ha visto le prime ambulanze arrivate sul posto, da Bologna e dall’Emilia e che, dalla prima notte, c’erano già le tende. “Siete straordinari” mi dice. “Sì, ma guardi, io non sto facendo nulla di particolare”. “E come no? Siete una sicurezza, a qualunque ora almeno due di voi sono di guardia.”

Durante la fila per la mensa: “Hai letto il decreto di Silvio, l’amico tuo?”. “Na fregatura”.

“In ogni caso, io sono tranquillo”, mi dice un signore baffuto, “tra un anno sarò fuori dalla tenda. Se non in una casa, di sicuro una casa di legno”.

Riepilogo della giornata: sveglia senza fare troppo rumore alle 2,30, per fare la doccia così da essere sicura che l’acqua sia calda ( o alle 3 senza la doccia), e mi fiondo verso i bagni nel freddo (escursione termica 20-25 gradi), infilo divisa e giubbotto, vado in mensa a farmi un caffé e mangiare un budino, per essere alle 4 in guardiola. Vedo l’alba insieme al collega e scambio le prime chiacchiere con chi si sveglia presto per andare a lavorare. Poi alle 8 l’alzabandiera (modestamente perfetto se fatto da me) e la colazione. La colonnina di mercurio del termometro sale man mano che i raggi del sole riempiono il campo, quindi, in pochi minuti, da divisa con gioacchino e giaccone mi ritrovo in maglietta. Mi spalmo la crema per l’ustione da sole che la dottoressa mi ha dato e poi ci metto su anche dell’olio di oliva e mi metto davanti alla tenda e all’ombra. Se c’è da fare qualcosa si fa e poi a mezzo giorno in fila per il pranzo con i residenti. Dalle 16 alle 20 di nuovo in servizio, ammainabandiera (che non mi viene molto bene) poi cena.

Mi addormento verso le 21-21.30 con il berretto in testa, per fare ombra, perché nella nostra tenda la luce deve essere sempre accesa, intanto ascolto i ragazzi che cantano nel teatro.

Una mattina non mi sono resa conto, se non dopo il sorgere del sole, che ha nevicato e il Gran Sasso è bianco.

Al mio ritorno dall’Abruzzo, in un giorno piovoso, appena entrata sulla via nazionale di Cattolica vedo le case integre e le luci accese dentro, la gente per la strada presa dalla frenesia. Mi sembra di vedere Cattolica per la prima volta, come se riconoscessi tutto e tutti, ma fossero completamente diversi, come se, a differenza di me, la mia città non sapesse che, da un momento all’altro… tutto può andare alla deriva come a Villa.

Sbatto gli occhi, arrivo a casa mia, circondata dall’affetto dei miei. La mia casa è in piedi, chi amo esiste ancora ed ho un lavoro. Ho deciso che non mi lamento più senza fare qualcosa. Ho deciso che voglio vivere come se tutti i giorni da oggi siano un regalo.

di Elena Angelini

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