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Come ridere della psichiatria

Come ridere della psichiatria

“Manuale di Psichiatria Poetica” è un libro sottile ma denso di divertente ironia. Scoprendo l’autore, il cattolichino Caludio Roncarati, medico, psichiatra e psicoterapeuta, viene il dubbio che abbia voluto ritagliarsi un momento per non prendersi troppo sul serio.
La psicologia, come altre scienze, sembra pretendere un incondizionato rispetto, quasi una obbligatorietà alla riverenza. Roncarati ci dimostra, al contrario, come si possa ridere, e di gusto, della psichiatria, così come di tutto ciò che ci riguarda.
L’ironia, che porta a riflessioni anche amare, lascia spazio a innumerevoli messaggi, a volte solo accennati. C’è la polemica politica, del nepotismo che caratterizza settori importanti come l’università e la sanità, ma ci sono anche messaggi che raccontano la speranza che può venire da un incontro casuale.
E poi c’è la poesia, naturalmente. Non è chiaro se sia questa, piegata alla necessità di versi psichiatrici, o se siano i sintomi, i disturbi, le analisi ad essere poetizzati per potersi raccontare in versi.
Ad un amico lo suggerirei come libro da comodino.
I comodini, è noto, sono tra i più piccoli mobili che troviamo nelle nostre case. Però occupano uno spazio importante, proprio vicino alla nostra testa, quando ci corichiamo. Di spazio non ne hanno molto, pertanto vi appoggiamo gli oggetti che ci sono utili o quelli a cui teniamo.
I libri non possono mancare. Alcuni ci si fermano per un po’, per poi tornarsene sugli scaffali, letti o, molto spesso, ancora intonsi. Altri, necessariamente pochi, ci restano a lungo, coprendosi anche di polvere, ma pronti ad essere rispogliati ancora quando ne abbiamo voglia o bisogno.

di Alessandro Fiocca

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PERCHÉ CREDIAMO IN CIÒ CHE CREDIAMO? (parte II)

 

Family of birds, di Octavio Ocampo

Family of birds, di Octavio Ocampo

 

 

Tratto da Cubia n° 92 – Maggio 2009

Cosa intendeva Padre Maggi (Cubia n.90) dicendo che la resurrezione di Gesù non appartiene alla storia ma alla fede? Che “non è possibile vedere con gli occhi, con la vista fisica Gesù resuscitato, bisogna vederlo con la vista interiore”. Questa vista interiore, comprensione che oltrepassa il dato fisico sensibile, infatti nessun fotografo appostato al sepolcro avrebbe potuto documentare alcunché, dice Maggi, renderebbe possibile a tutti “sperimentare nella propria esistenza la realtà di Gesù vivo e vivificante” anche oggi. Ma come vi si accede? P.Maggi ce ne spiega le condizioni: “non è possibile percepire se non mettendosi in sintonia con la lunghezza d’onda dell’amore di Dio”. Non ci indica però su quale frequenza Dio trasmetta, ed è un peccato perché, a suo dire, grazie a tale sintonia potremmo addirittura vedere i nostri cari defunti e sperimentarne la presenza, ovviamente in forma nuova rispetto a quando erano di questa terra (sfido chiunque a capire cosa ciò significhi). Di cosa stiamo parlando? Che si tratti delle varianti indicate volgarmente come “conoscenza con il cuore” piuttosto che “sesto senso” o in teologia con “conoscenza mistica”, stiamo probabilmente riferendoci a un modo di sentire la verità su qualcosa o qualcuno andando oltre il ragionamento e al di là di una definizione concettuale legata al linguaggio. Si tratta di una sapienza frutto di una esperienza interiore, un “sentire che è così e basta”, che nel momento in cui tenta di spiegarsi a parole perde tutta la sua forza e sicurezza, una unità-comunione-presenza ineffabile e indicibile: nessuna riflessione, nè rappresentazione del dato religioso vissuto.Che l’uomo possa vivere simili esperienze di consapevolezza profonda è fuori dubbio. Sul fatto che esse valgano come prova diretta (perché vissute in prima persona ) e immediata (perché non filtrate dalle categorie del dato sensibile e del pensiero), della esistenza reale di quanto così conosciuto, avrei molto da ridire. Potremmo scomodare spiegazioni legate alle allucinazioni, false percezioni in assenza di uno stimolo esterno reale, o alle illusioni, che tanto possono giovare a chi ha bisogno di consolazione o di affidarsi al divino, ma voglio giocare sullo stesso terreno di P.Maggi e proporvi una esperienza di percezione di immediata evidenza.
Guardate l’immagine Family of birds di Ocampo.
Probabilmente vi avrete già scorto un volto piacevole di giovane ragazza. Ma, se osservate in modo analitico, vi accorgerete che gli elementi percepibili dalla nostra vista fisica sono solo le rappresentazioni dell’albero, dei volatili e dei loro piccoli. Il resto è creazione delle nostre operazioni cognitive, per comodità diciamo della nostra vista interiore, che in questo caso fa emergere un significato del segno che non è realmente presente nell’immagine. Eppure la ragazza è lì, verrebbe voglia di contraccambiarle il sorriso. Come è lì il Dio che nel raccoglimento totale ci sembra invadere di gioia il nostro animo. Chi ci garantisce che non accada qualcosa di analogo anche quando la nostra vista interiore ci fa “percepire” la presenza del Gesù risorto o dei nostri cari? Ma mi sorge un sospetto. Forse il mio scetticismo nasce dal mancato possesso di un prerequisito che avrebbe indicato Gesù in persona e che P Maggi reputa indispensabile per poter approdare alla vista interiore di Dio: la purezza di cuore. Vale a dire essere “persone limpide, trasparenti, cristalline cioè aver rinunciato all’ambizione di apparire e preoccuparsi soltanto di seguire gli altri” . Costoro, continua P. Maggi, “si accorgono di una presenza di Dio continua, costante e vivificante. Chi è trasparente con gli altri è trasparente anche con Dio e quindi lo percepisce nella sua esistenza”. Poi arriva la sentenza a sorpresa: “Mentre gli altri non vedono perché sono troppo occupati da troppe cose”. Mi ricorda il vestito dell’imperatore, ma c’è poco da scherzare perché qui si annida la matrice del fondamentalismo. P.Maggi, smessi i panni del biblista ed affabile ermeneuta, cede il posto al giudice cattolico inquisitore e scarica tutta la responsabilità della incapacità di vedere Dio, il risorto nonché i morti viventi, sulla scadente qualità dell’amore per gli altri del non vedente medesimo. Oltre al danno le beffe. Comodo, ancora una volta, ignorare le obiezioni di tipo razionale alle quali non vuole rinunciare chi usa criticamente il cervello. Anche perché, ammesso per assurdo di farle tacere, eliminando tutto ciò che è discorso umano su dio non troveremmo l’idea pura di Dio ma solo il silenzio definitivo su di lui.

di Amedeo Olivieri

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