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La conoscenza serve ad aiutarci a costruire il futuro

Tratto da Cubia n° 68 – Gennaio 2007

Quando arriva la conoscenza, arriva anche la memoria (Gustav Meyrink)

Significato del “Giorno della Memoria

La storia del genere umano ha conosciuto innumerevoli eccidi e stermini. Quello attuato in Europa nel Novecento contro gli ebrei differisce dagli altri per le sue caratteristiche di radicalità e scientificità. Mai era accaduto, ad esempio, che persone abitanti nell’isola di Rodi o in Norvegia venissero arrestate per essere deportate in un luogo (Auschwitz) appositamente destinato ad assassinarle con modalità tecnologicamente evolute. Per questo si parla di “unicità” della Shoah; definizione che pertanto costituisce il risultato di una comparazione storica, e non un pregiudiziale rifiuto di essa.

Shoah è un vocabolo ebraico che significa catastrofe, distruzione. Esso è sempre più utilizzato per definire ciò che accadde agli ebrei d’Europa dalla metà degli anni Trenta al 1945 e in particolar modo nel quadriennio finale, caratterizzato dall’attuazione del progetto di sistematica uccisione dell’intera popolazione ebraica.

Tale progetto venne deciso e concretizzato dal Terzo Reich nel corso della seconda guerra mondiale; venne attuato con la collaborazione parziale o totale dei governi o dei movimenti politici di altri Stati; venne interrotto dalla vittoria militare dell’Alleanza degli Stati antifascisti e dei movimenti di Resistenza. Se invece i vincitori fossero stati la Germania nazista, l’Italia fascista, la Francia di Vichy, la Croazia degli ustascia ecc., non un solo ebreo sarebbe rimasto in vita nei territori controllati da questi.

Ricordarsi di quelle vittime serve a mantenere memoria delle loro esistenze e del perché esse vennero troncate. E la memoria di questo passato serve ad aiutarci a costruire il futuro.

Molti Stati hanno istituito un “giorno della memoria”. L’Italia lo ha fissato al 27 Gennaio: la data in cui nel 1945 fu liberato il campo di sterminio di Auschwitz. In effetti altri ebrei, d’Italia e d’Europa, vennero uccisi nelle settimane seguenti. Ma la data della Liberazione di quel campo è stata giudicata più adatta di altre a simboleggiare la Shoah e la sua fine.

Ovviamente la Shoah fu un evento storico interrelato con gli altri avvenimenti storici; per questo la legge italiana indica altri gruppi di persone la cui memoria va mantenuta viva: coloro che, a rischio della propria vita, combatterono il fascismo e il nazismo e coloro che comunque contrastarono lo sterminio e salvarono le vite.

Quest’anno abbiamo voluto dare un senso forte e non solo celebrativo al “Giorno della Memoria”, con l’abbattimento di un “muro” di libri davanti all’ingresso del Municipio, a testimoniare che la conoscenza di sé e degli altri (il libro, i libri sono strumento antico di conoscenza e memoria), può aiutare a non cadere nell’ignoranza e nell’arroganza. Con i mattoni/libri del “muro” si possono costruire buoni rapporti fra le persone e i popoli. 

Spero, ne sono certo, di regalarti un Libro!

di Pietro Pazzaglini

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Non congelate la memoria

Ilan Pappe ad Al Jazeera

Ilan Pappe ad Al Jazeera

Tratto da Cubia n° 88 – Gennaio 2009

La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “Giorno della Memoria”, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico)”. (legge 211/2000)

Memoria, biologicamente è la funzione che permette il ricordo, psicologicamente e culturalmente è molto di più: ciò che consente la costruzione e l’evoluzione nel tempo della nostra identità, personale e collettiva. Lo smemorato totale sarebbe un alieno a se stesso, né potrebbe riconoscere alcunché negli altri e nelle situazioni. Condannato a vivere una somma di momenti smembrati.
Tutti abbiamo uno sfondo interiore, una scenografia rappresentativa della realtà fuori di noi che mantiene una sua continuità grazie alla memoria. In questo ambiente ricostruito collochiamo i nostri pensieri, le nostre azioni e relazioni e cerchiamo di dar loro un senso. In apparenza ci muoviamo nello spazio fisico comune che condividiamo esternamente, effettivamente agiamo e reagiamo nella solitudine del nostro contesto interno. Questo affresco che tappezza la stanza della nostra psiche è composto da immagini, sensazioni, convinzioni che si sono sedimentate durante le irriducibili storie personali: inevitabile che gli uomini fatichino ad intendersi a un livello profondo. Anzi, se potessimo esporre pubblicamente tali scenografie mentali, saremmo sorpresi di come sia possibile comunicare a partire da prigioni singolari così differenti. Quando succede è perché riusciamo a sovrapporre frammenti di storia condivisi alle biografie individuali, integrandoli deliberatamente nel nostro quadro interno che, per lo più, si autogenera in modo incontrollato. Le “giornate della memoria” rispondono proprio al tentativo cosciente di catalizzare in ciascuno elementi di storia collettiva tanto densi di significato radicale da poter superare i differenti filtri interpretativi soggettivi e produrre così discorsi comuni per valori partecipati. Ma non illudiamoci che sia un processo immediato. Occorre tempo perché accadimenti ad alto contenuto di materiale fecondo per la maturazione dell’etica umana sprigionino tutta la loro potenzialità. Un tempo durante il quale la ricostruzione storiografica deve procedere di pari passo alla comprensione profonda dei diversi fattori che hanno reso possibile gli eventi. Ed è anche un processo dinamico mai definitivo: emerge in modo evidente proprio in riferimento alla memoria della Shoah. Ogni rito o gesto simbolico che ne riattualizzi la tragedia contiene un’invocazione: mai più! Come è possibile allora che i rappresentanti di quello stesso popolo che ne è stato vittima, si siano tramutati in carnefici spietati nei confronti dei palestinesi? Forse perché in troppi hanno congelato la memoria dello sterminio è l’hanno resa impenetrabile al confronto con la prosecuzione della storia. Come se l’Olocausto fosse divenuto un assoluto del male così potente da rendere la gente che lo aveva subito immune da ogni ulteriore chiamata a rispondere di efferatezze inflitte in proprio.
Ma il fare memoria non sopporta di essere confinato nel passato. Chiede di rigenerare continuamente i nostri sfondi interiori perché non sclerotizzino e trova il suo senso pieno nella luce che proietta per generare un futuro di maggior giustizia. E può realizzare ciò solo rimanendo aperto alle richieste di inclusione che nuovi conflitti etici reclamano. Ecco perchè oggi non è più possibile fare memoria della Shoah senza connetterla con la realtà storica delle vicende che riguardano la nascita violenta dello stato di Israele, dai suoi prodromi, anteriori alla vicenda nazifascista, fino all’ultimo eccidio dei palestinesi a Gaza di questi giorni, asetticamente definito piombo fuso. Ha ragione Ilan Pappe* quando dice: “Mentre i media occidentali non sembrano molto interessati alla dimensione storica, soltanto attraverso una valutazione storica si può mostrare la dimensione dei crimini commessi contro i palestinesi nei sessanta anni trascorsi dalla fondazione dello stato di Israele. Nonostante l’accusa scontata di antisemitismo e cose del genere, è tempo di mettere in relazione nell’opinione pubblica l’ideologia sionista con il punto di riferimento storico e ormai familiare della terra: la pulizia etnica del 1948, l’oppressione dei palestinesi in Israele durante i giorni del governo militare, la brutale occupazione della Cisgiordania e ora il massacro di Gaza”. Per questo, chi pretendesse di liquidare piombo fuso come legittima risposta ai lanci di razzi da parte dei combattenti di Hamas o chi si preoccupa più per qualche pezzo di tela bruciata, detta bandiera, che delle vite dei bambini seppelliti sotto le macerie di Rafha, ha l’obbligo morale di documentarsi prima di sproloquiare. A meno che non intenda diventare contraltare del presidente iraniano Ahmadinejad che, sul fronte opposto, rifiuta di riconoscere lo sterminio degli ebrei. I fatti storici sono portatori di una verità indipendente dall’ideologia di chi li ricostruisce, verità che chiede onestà intellettuale. Ce lo testimonia Asher Ginsberg**, un ebreo russo che si recò in Palestina già nel 1891 per valutare la fattibilità del disegno sionista. Nonostante il suo schieramento esplicito scrisse un articolo premonitore intitolato “Verità della terra d’Israele”: “Abbiamo l’abitudine di credere, fuori da Israele che la Terra di Israele sia oggi quasi del tutto deserta, arida e incolta e che chiunque voglia comprare terreni possa farlo senza intralci. Ma la verità è completamente diversa. In tutto il paese è difficile trovare campi coltivabili che non siano coltivati. Abbiamo l’abitudine di credere, fuori da Israele che gli arabi siano tutti selvaggi del deserto, un popolo che somiglia agli asini; che non vedano e non capiscono quello che accade intorno a loro. Ma questo è un grande errore. L’arabo, come tutti i figli di Sem, ha un’intelligenza acuta e scaltra. Se verrà il giorno in cui la vita del nostro popolo (gli ebrei) nel paese di Israele si svilupperà al punto da spingere in là, anche solo di un poco la popolazione locale, quest’ultima non abbandonerà mai il suo posto facilmente”. Se solo ne avessimo fatto memoria.

* studioso israeliano, docente universitario di storia, autore di “Storia della Palestina moderna”- Einaudi

** in A.Gresh – Israele, Palestina- Einaudi

di Amedeo Olivieri

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