Archivi tag: Vangelo

Prendete il largo e gettate le reti

Tratto da Cubia n° 99 – Febbraio 2010

Nella prima settimana di Febbraio, la parrocchia dei Santi Apollinare e Pio V ha ricevuto visita pastorale del vescovo, Francesco Lambiasi, che successivamente, nel corso del mese, si è recato anche nelle altre parrocchie della città.
Per una comunità cristiana, incontrare il proprio pastore è sempre un avvenimento molto importante e credo lo sia stato anche per lui. Il successore degli apostoli, che è visto spesso solo come figura istituzionale della gerarchia ecclesiastica, è guida e padre del suo “gregge” diocesano, del popolo dei credenti di ogni Parrocchia che, come figli, desiderano incontrarlo, conoscerlo e farsi conoscere da lui, insieme alla realtà umana, cittadina e parrocchiale che ciascuno vive e porta con sé.
Lo attendeva dunque un lavoro grande ed impegnativo: quello di cercare di incontrare tutti, di farsi compagno della vita della sua comunità cattolichina, di calarsi nelle problematiche, nella ricchezza e nella povertà delle situazioni, per confermarci nella fede, per incoraggiarci nel cammino di evangelizzazione, per consolidare la comunione fraterna e per farsi annunciatore ancora una volta della Buona Notizia del Vangelo.
E’ stato dunque un momento alto e significativo del suo ministero pastorale ed un periodo pieno di incontri, di preghiera, di ascolto, di discernimento e di opportunità di crescita per noi parrocchiani.
Nel vescovo Francesco si possono cogliere doti di grande comunicativa, uno spirito forte e saldo, disponibilità ed apertura; non lo si avverte “lontano e cattedratico”, perché sa parlare delle “cose infinite” con un linguaggio semplice e concreto, alla portata di tutti.
Quando Gesù insegnava dalla barca (Luca 5,1-15), la barca era la sua cattedra; la cattedra del vescovo è la vita della gente, per annunciare, senza stancarsi mai, il vangelo della vita. Il vescovo si è seduto a questa cattedra facendo suo il desiderio di San Paolo: “Ritorniamo a far visita ai fratelli in tutte le città nelle quali abbiamo annuziato la parola del Signore, per vedere come stanno” (Atti 15,36).
Ci sono stati momenti di incontro con gli operatori pastorali, con i bambini, con i giovani, con le famiglie, con i malati, con gli anziani, con le realtà del volontariato e della solidarietà, con i pescatori, con gli educatori delle scuole e gli animatori dei gruppi parrocchiali, con i catechisti, con gli amministratori della città e con le realtà lavorative.
Soprattutto nell’assemblea pubblica sull’impegno educativo verso le nuove generazioni è emerso che le difficoltà maggiori per la comunità cristiana locale e per la Chiesa tutta, i nodi da sciogliere sono relativi alla trasmissione della fede e all’impegno missionario di testimonianza e di evangelizzazione che ciascun credente deve avere come priorità. Molti sono gli interrogativi, accurate le analisi sociologiche e culturali sulle quali spesso ci confrontiamo e dibattiamo: si parla di secolarizzazione, di materialismo, di consumismo, di relativismo, dell’idolatria dell’Io e del dio-quattrino e del mercato globale, nuova divinità imperante, sul cui altare vengono sacrificati i poveri della terra, per tentare di capire il perché della drastica diminuzione dei matrimoni in chiesa, delle messe disertate dai ragazzi appena fatta la Cresima, e non solo da loro, della sempre più faticosa e rara ricerca della verità dentro se stessi e del senso ultimo delle cose, unica via per diventare adulti anche nella fede.
Dalla sua cattedra, il vescovo Francesco ci ha chiesto di “prendere il largo e di gettare le reti”, anche se noi, come Pietro, gli abbiamo detto tutta la nostra fatica e i nostri fallimenti, i nostri limiti, personali e comunitari.
Ci ha chiesto di correre il rischio della fede, di dar credito al Gesù del Vangelo, che ci farà “pescatori di uomini” senza badare minimamente al fatto che siamo peccatori. Dio non guarda se siamo degni o no, ci stima troppo; non aumenta in noi il senso del peccato, ma è Lui che colma la distanza tra la sua santità e noi, “rimpicciolendo” perché possiamo partecipare alla sua opera.
Dobbiamo innamorarci del Gesù del Vangelo per testimoniarlo con gioia. E’ vero che la domanda di significato sembra dimenticata, ma un altro desiderio è oggi più che mai vivo nel cuore degli uomini: quello di essere guardati con amore, di essere accolti, di vivere la condivisione e la fraternità, di tornare a commuoverci (muoverci con) per gli altri.
E’ per questo che c’è bisogno di una Chiesa che stia a braccia aperte come Gesù sulla croce, che sappia essere vicina a tutti, alla quale guardare con fiducia e con speranza. Su questo terreno siamo chiamati ad operare e a testimoniare con la vita la nostra fede in Cristo.
Aver ascoltato le parole incoraggianti del vescovo e i suoi richiami alla comunione ecclesiale, aver dialogato e condiviso del tempo, averlo sentito vicino come fratello e come padre insieme, ha dato a tutti l’indicazione del cammino.
Questa è la nostra strada per affrontare tutte le sfide del nostro tempo.

Di Sonia Tramontana

Lascia un commento

Archiviato in Attualità

La morte, ovvero l’ultima beatitudine

Tratto da Cubia n° 95 – Ottobre 2009

Novembre è comunemente considerato il mese dei morti. Ci sembra l’occasione giusta per parlare di un tema così difficile e per lo più rimosso: lo facciamo con padre Alberto Maggi, dell’ordine dei Servi di Maria, direttore del Centro Studi Biblici di Montefano, di cui abbiamo già ospitato alcuni interventi sulle pagine di Cubia.

Cominciamo con l’analizzare qual è il concetto di morte nella società attuale.

Verso gli anni trenta del secolo scorso è iniziato un gran mutamento nel concetto della morte che è coinciso con lo spostamento del luogo dove si muore. Da quegli anni, la tendenza crescente e ormai praticamente usuale è che non si muore più in casa ma in ospedale. Nelle immagini del passato la stanza del morente era sempre piena di persone, bambini compresi (che oggi vengono allontanati “per non impressionarli”). Oggi non si muore più in mezzo ai propri cari, ma da soli, intubati ai macchinari.

Eì anche cambiato il tipo di morte auspicabile. La morte oggi più desiderata è quella che in passato era la più temuta. Infatti, in molti c’è il desiderio di non accorgersi del momento della morte, magari morendo durante il sonno. Questo tipo di morte, che oggi viene considerato una fortuna (“E’ stato fortunato: è morto senza accorgersene!”), in passato era quello più temuto, tanto che giaculatoria recitava: “Dalla morte improvvisa liberaci Signore!“.

Oggi, non solo si muore in ospedale, in terrificante solitudine, ma lo stesso termine morte è diventato un tabù, come una volta lo era il sesso. I bambini, una volta, non sapevano nulla sul sesso, ma erano abitualmente ammessi al capezzale dei loro cari e assistevano alla morte, considerata un fatto normale appartenente al ciclo vitale, come quello della natura. Oggi, sono informatissimi sul sesso, ma non conoscono la morte reale (solo quella violenta dei film) dei loro cari.

La morte, quindi, come un tabù da rimuovere?

Certo, e frutto di questo tabù è la macabra commedia che viene recitata attorno al letto del morente, che non deve sapere le sue reali condizioni perché altrimenti si spaventa. L’ammalato deve morire senza sapere che sta morendo. L’uomo non ha più il diritto di sapere che sta per morire, e il morente viene privato dei suoi diritti. E’ come un minorenne, o un demente, sotto tutela dei suoi familiari, che, naturalmente, lo fanno per il suo bene, ma così lo privano della possibilità di vivere pienamente il momento culminante della sua esistenza. In questa commedia viene spesso coinvolto anche il prete che, quando viene chiamato, viene avvertito che l’ammalato non sa niente, e si raccomandano di non fargli capire nulla perché altrimenti “si può spaventare”. Salvo poi scoprire che il morente è cosciente delle sue reali condizioni, ma chiede di non dire niente ai familiari, perché “altrimenti si spaventano…”.

Parliamo ora del messaggio cristiano sulla morte.

A quanti vivono e gli hanno dato adesione, Gesù assicura che non faranno l’esperienza della morte. Per questo la Chiesa, il 2 Novembre, non celebra i morti, ma i defunti. Per i morti è finito tutto, non c’è nulla da celebrare. Con il termine defunto, che è il participio passato di defungi, compiere, adempiere, terminare, non si indica lo stato del morto, ma l’azione del vivente: è colui che ha compiuto una funzione e che ora è trapassato, cioè è passato da un luogo a un altro, da una dimensione visibile a una invisibile.

E’ quindi scorretto contrapporre la vita alla morte?

Bisognerebbe parlare piuttosto di nascita e di morte, come due importanti aspetti della vita: l’ingresso e l’uscita nell’esistenza terrena fanno parte entrambe del ciclo vitale. In entrambe le fasi c’è una nascita e una morte. Il neonato muore a quel che era e lascia il suo mondo di sicurezza e di protezione per affacciarsi verso l’incognito. Ma è l’unica possibilità che ha per continuare a vivere, e solo uscendo dal ventre materno potrà scoprire tutto l’amore con il quale i suoi genitori l’attendevano.

Ugualmente, nel momento della morte, l’uomo lascia un mondo che dava sicurezza per nascere in un altro, ma solo questo passaggio potrà far sperimentare all’individuo la pienezza dell’amore di quel Dio che ora l’avvolge con la sua luce e fa del momento della morte, che nell’antichità veniva chiamato il giorno natalizio, cioè il giorno della nascita, il momento più importante della sua esistenza terrena, il suo coronamento.

Ma come si può immaginare la morte durante l’esistenza terrena?

Gli evangelisti, per indicare la realtà della morte, adoperano delle immagini, prese dal ciclo vitale della natura, quali il germogliare del dormire, del seminare, dello splendere.

Cominciamo dal Dormire. In Matteo si legge che “La ragazza non è morta, ma dorme”. Per i primi cristiani la morte era un addormentarsi. Il dormire non fa parte della morte ma del ciclo vitale. Come il dormire è quell’azione che consente all’individuo di rinfrancarsi dalla stanchezza per poi riprendere con maggiore vigore la sua vita, così la morte è un momento del ciclo vitale che consente all’individuo di riprendere con più forza ed energia la sua esistenza.

Poi c’è il Seminare. “Se il chicco di grano caduto a terra non muore, rimane solo; se muore, invece, produce molto frutto”, è scritto nel vangelo di Giovanni. Attraverso l’immagine del chicco, che, una volta seminato, marcisce producendo frutto abbondante, Gesù mostra che la morte non è che la condizione perché si liberi tutta l’energia vitale che l’uomo contiene. La vita che è in lui racchiusa attende di manifestarsi in una forma nuova incomparabile con la precedente. Nel breve arco della sua esistenza terrene l’uomo non ha la possibilità di sviluppare tutte le sue potenzialità. Con la morte tutte queste capacità ed energie saranno completamente liberate e sviluppate e permetteranno la definitiva crescita della persona.

Infine lo Splendere. Nell’episodio della Trasfigurazione di Gesù, gli evangelisti presentano qual è la condizione dell’uomo che passa attraverso la morte. Questo episodio è collocato da Matteo e Marco al “sesto giorno“, il giorno della creazione dell’uomo, in quanto gli evangelisti vedono in Gesù la realizzazione definitiva della creazione di Dio e la manifestazione della sua gloria. A Pietro, Giacomo e Giovanni, i discepoli che saranno testimoni della sua cattura, Gesù intende mostrare che la sua morte non sarà che un passaggio verso la pienezza della propria condizione: “E fu trasformato davanti a loro; e splendette il suo volto come il sole e le sue vesti divennero bianche come la luce“.

Attraverso queste immagini, gli evangelisti intendono mostrare in Gesù la condizione dell’uomo che è passato attraverso la morte: questa non diminuisce la persona, ma la trasforma, consentendole di manifestare il suo massimo splendore.

Quindi, non si deve aver paura della morte…

Con il messaggio di Gesù la morte cessa di mettere paura perché non indica più la fine della vita ma un passaggio verso una dimensione più intensa della stessa. Quando la morte cessa di mettere paura, nella convinzione che il Cristo l’ha sconfitta per sempre, da momento temuto può perfino diventare desiderato. Scrive Paolo nella prima lettera ai Corinti che “La morte non è più considerata come una nemica dell’uomo, ma come la francescana sorella morte, la compagna di viaggio verso la pienezza della propria persona, che Dio ha preparato per quanti la amano“.

Ma cosa si dovrebbe dire ad una persona colpita da un lutto per la perdita di una persona casa?

Cominciamo col dire cosa non si deve dire. Le persone pie hanno un vero e proprio contenitore di stupidario religioso. Per ogni caso hanno la risposta. Se muore una persona giovane: “era già maturo per il regno dei cieli“; se si tratta di un bambino “i fiori più belli il Signore li vuole per sè”; se è morta una persona buona: “i più buoni il Signore li chiama con sè“, e forse questo è il motivo per cui noi tutti teniamo nella nostra vita una buona dose di sana cattiveria, per sfuggire alle scelte de Padreterno. Questi linguaggi pii, devoti, certamente in buona fede, fanno sorgere un sordo rancore nei confronti di un Dio che prende, che toglie da questa vita. 

E invece cosa si deve dire?

Niente. Ogni parola è inadeguata, insufficiente. Bisogna solo stare vicini alla persona colpita dal lutto con gesti che esprimano quella vita che la persona sente mancare: un abbraccio, un bacio, una carezza.

E come reagire in caso di suicidio di una persona cara o di morte di un figlio?

L’argomento è molto delicato. Sarebbe presuntuoso da parte mia dare una risposta. Il fatto della morte è traumatico: se già è difficile accettare il ciclo normale della vita, cioè per un figlio seppellire i genitori, è contro natura per i genitori seppellire un figlio, oppure accettare che una persona cara ponga fine alla sua vita. Allora credo che in questi casi, per non andare via di testa e per sopravvivere, bisogna mettersi dalla loro parte, pensare: ma dove sono?… cosa sono?… cosa fanno?. Noi cristiani abbiamo la certezza che la morte non interrompe la vita, quindi la persona continua a vivere in una nuova dimensione, più bella, più ricca, più piena. Ne abbiamo tante tracce nei Vangeli, che ci invitano a non cercare i morti per poter sperimentare i vivi, a non piangere un cadavere ma sperimentare un vivente.

In Giovanni c’è un bellissimo brano in cui Maria di Magdala prega e singhiozza davanti al sepolcro e non si accorge che Gesù è vivo lì dietro. Solo quando smette di piangere il morto e si volta, finalmente vede il vivente.

L’esempio più bello, anche sconvolgente, è la madre di Gesù che non è presente alla deposizione. Lo so che tanti grandi artisti hanno raffigurato la deposizione con la presenza di Maria, ma nei Vangeli questo non c’è. La madre di Gesù, che è stata capace di seguirlo fino alla croce, non accoglie un cadavere, perchè continua a seguire un vivente. Mentre le altre donne vanno al sepolcro e si sentono rimproverare: “Perchè cercate tra i morti colui è vivo?”, lei non ci va, lei non piange un morto ma continua a seguire un vivente.

Padre  Maggi, è mai stato colpito dalla morte nei suoi affetti più cari? E in tal caso, che esperienza ha avuto di queste cose belle che lei dice e scrive? 

Per tanti anni ho avuto un dubbio. Sì, io studio, predico queste cose, ci credo, ma mi dicevo: cosa succederà quando anch’io sarò toccato direttamente? Ebbene, quando qualche anno fa morì mio padre, tutte queste cose si dimostrarono vere. Tutti dicono che quando ci muore una persona cara, muore qualcosa dentro di noi. Ebbene, io, di fronte alla salma di mio padre, naturalmente piangevo, ma sentivo crescere dentro di me una allegria, una felicità incontenibile, che mi imbarazzava. Ma come: sto piangendo mio padre e sento dentro di me una grande pienezza di felicità? Questa è un’esperienza che molti fanno, ma non osano dirlo perchè sembra una cosa fuori posto. Sul momento sono rimasto sconcertato, ma poi ho capito: mio padre mi voleva tanto bene, era innamorato di me; ora che era entrato nella pienezza dell’amore di Dio, il bene che mi voleva era potenziato dall’amore di Dio, e quindi mi inondava in maniera traboccante del suo amore. Che è la funzione dei nostri cari defunti, i quali non sono lontani da noi, ma ci sono accanto e continuano a comunicarci non semplicemente l’amore di prima, ma l’amore di prima potenziato dall’amore di Dio. La morte non allenta i rapporti umani ma li potenzia.

Questo significa che è inutile andare al cimitero?

Il termine cimitero deriva da una parola greca che significa dormitorio. In passato, il cimitero non aveva quell’aria funebre che normalmente ha e non era esclusivamente riservato ai morti. Come ho detto prima, la morte, per i primi cristiani, era un addormentarsi e dormire non fa parte della morte ma del ciclo della vita. I defunti non stanno al cimitero, il luogo dei morti, ma continuano la loro esistenza nella pienezza di Rio.

Perchè allora si parla di eterno riposo?

Il riposo di cui si parla non indica la cessazione dell’attività, ma la condizione divina, come il Creatore che – si legge nel libro della Genesi – “compì l’opera che aveva fatta, e si riposò il settimo giorno“. Con la morte, l’individuo viene chiamato a collaborare all’azione creatrice di Dio comunicando vita agli uomini.

L’unica cosa che l’uomo porta con sé nella nuova dimensione di vita sono le opere compiute nella sua esistenza terrena. Le opere con le quali l’uomo ha trasmesso vita agli altri sono la sua ricchezza, quelle che hanno reso la vita “eterna” già in questa esistenza, innescando nell’individuo un processo di trasformazione che non viene fermato dalla morte, ma potenziato. La vita dell’uomo, infatti, non viene trasformata dopo la morte, ma ha già iniziato nel corso dell’esistenza dell’individuo la sua trasformazione.

In ogni uomo arriva un punto della sua vita nella quale l’armonica crescita della persona, nella sua componente biologica e quella spirituale e morale, subisce una metamorfosi. Con gli anni, mentre la maturità della persona cresce e si consolida, il corpo inizia il suo lento inesorabile cedimento fino al disfacimento definitivo. Se fino a una data età l’individuo era cresciuto in maniera armonica e graduale, e allo sviluppo del corpo si accompagnava anche lo sviluppo dell’intelletto, della morale, della spiritualità, di quello che rende una persona tale, arriva un momento dell’esistenza in cui la parte biologica, raggiunge il suo apice, inizia un graduale declino, mentre la parte detta spirituale continua a svilupparsi. “Per questo non ci scoraggiamo, ma anche se il nostro uomo esteriore si va disfacendo, il nostro [uomo] interiore si rinnova di giorno in giorno”, dice Paolo ai Corinti. All’inevitabile disfacimento della parte biologica corrisponde la pienezza della maturità, alla morte delle cellule la vita indistruttibile. 

La morte non è più vista come una distruzione, ma come la trasformazione o realizzazione della persona, proiettata verso “quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì“.

di Ferdinando Montanari

A chi fosse interessato ad approfondire le considerazioni di Padre Maggi sul tema della morte consigliamo di leggere il testo della conferenza “ultima_beatitudine“.

Lascia un commento

Archiviato in Cultura

Il “silenzio” di Dio – il nostro silenzio

 

Martin Luther King

Martin Luther King

 

 

Tratto da Cubia n° 64 – Agosto/Settembre 2006

Sono passate le vacanze, ma le tragedie umane non sono andate in vacanza: guerre, fame, violenze, ingiustizie hanno continuato il loro percorso, non sono andate in ferie. Le carrette del mare continuano la loro navigazione disperata, i poveri errano come possono in un neoliberismo stritolante: così va la vita per gran parte degli uomini del pianeta.

Un caro amico, padre Saverio Paolillo, mi scrive raccontando che nel Comune di Serra (Brasile) è stato inaugurato un carcere metallico: containers trasformati in celle, 20 detenuti in ognuno, una struttura da resuscitare il fantasma dei campi di concentramento. Tutto tace! Non abbiamo informazioni, non si vuol fare informazione su episodi come questo e tanti altri… poi ci si chiede, come papa Benedetto XVI e tanti altri, “perché Dio ha taciuto?”. “Svegliati perché dormi, Signore! Destati, dimentichi la nostra miseria e oppressione? Sorgi, vieni in nostro aituo!” (salmo 44). Questo è il grido straziante che si eleva dai tanti patiboli innalzati dalla cattiveria umana nei nostri giorni.

Il silenzio di Dio!?!

E’ un silenzio che ci infastidisce, soprattutto davanti al dolore che lacera i corpi e le anime degli innocenti. Ci turba l’idea di un Dio che se ne sta lontano, impassibile, seduto sulla “comoda poltrona” a godersi lo spettacolo: l’Abbà, il Dio papà dal cuore pieno di tenerezza materna sembra svanire sull’orizzonte tenebroso della cattiveria umana e della sofferenza che ne scaturisce. Buttare alle spalle di Dio il peso delle responsabilità è una scelta comoda. Scandalizzarsi davanti ad un presunto silenzio di quello di Dio. Nel silenzio della croce di Dio. Solo Dio può fare questo. Solo Dio può dare la vita. Gli uomini fanno tutto per salvare la propria pelle, Dio la dona.

Il silenzio che sconvolge è quello dei presenti. E’ il silenzio della paura di perdersi per gli altri, è il silenzio della vigliaccheria, è il silenzio dell’omertà, è il silenzio che apparentemente è neutrale, ma in realtà è di consenso. E’ di questo silenzio che parlano le Auschwitz di ieri e di oggi. Dio non ha mai cessato di parlare: la sua parola risuona nelle nostre chiese, è proclamata dai nostri pulpiti, è ampiamente diffusa attraverso i mezzi di comunicazione sociale, ma… dove sono i cristiani? Dove siamo noi? Perché taciamo?

Oggi è l’economia neoliberale che sacrifica milioni di innocenti in nome del profitto accumulato nelle mani di poche persone. Intere moltitudini vivono ammassate nei campi di concentrazione di oggi: nelle periferie abbandonate, nelle prigioni disumane, in ospedali dove al dolore fisico si aggiunge la sofferenza dell’abbandono. Dov’è l’Umanità di fronte alle cattiverie di oggi? Silenzio! Fa finta di non vedere. Diventano vicine le tragedie provocate dalla furia della Natura, ma quelle provocate dalla furia umana sono cancellate. Non è il silenzio di Dio che deve scandalizzarci. E’ il nostro silenzio che deve preoccuparci.

Oggi, purtroppo, come dice frei Betto, molti cristiani non cercano un nuovo stile di vita costruito sui valori del Vangelo, ma cercano sollievo e soluzione ai propri problemi esistenziali; non cercano comandamenti, ma consolazioni; non vogliono perdono, ma una spiegazione alle loro angosce e difficoltà. E’ la dittatura dell’io. L’altro importa nella misura in cui mi serve. L’individualismo produce disinteresse e questi genera silenzio. Loquaci si è quando si tratta di difendere i propri diritti. Silenziosi quando si tratta di difendere quelli degli altri. Al massimo diciamo qualche parola di indignazione.

Si parla e discute sulle cattiverie del passato. Tanto la colpa è degli altri. Sulle attuali, silenzio assoluto, perché forse un po’ di responsabilità è anche nostra. Invece di preoccuparci del silenzio di Dio, è necessario rompere il nostro silenzio, assumendo il silenzio di Dio che parla di amore, solidarietà, tenerezza e servizio, senza fare tanto chiasso.

E’ urgente evangelizzare: portare la buona novella. Evangelizzare è mettere l’uomo in contatto con Dio, assumendo le scelte che Lui ha fatto, tra cui l’opzione preferenziale per i più poveri ed abbandonati, che lo ha portato a fare della povertà solidale uno stile di vita. “Bisogna che impariamo a vivere insieme come fratelli, o moriremo insieme come pazzi“, diceva Martin Luther King.

Lascia un commento

Archiviato in Pensieri e Parole

Perché crediamo in ciò che crediamo? (parte I)

parola-di-dio

Tratto da Cubia n° 91 – Aprile 2009

Negli ultimi numeri Cubia ha ospitato degli articoli a firma di Alberto Maggi, un frate che cura la divulgazione a livello popolare della ricerca scientifica nel settore biblico. Vale subito la pena ricordare che in questo campo la scientificità non è omologabile a quella sperimentale delle scienze esatte. Qui ci si riferisce al rigore dei metodi di ricerca inerenti alla ricostruzione dei testi e alla loro interpretazione. Ma torniamo a frate Maggi. Per coloro che hanno scarsa confidenza con le pratiche esegetiche ed ermeneutiche sviluppatesi negli ultimi decenni dopo l’impulso definitivo dato al loro utilizzo dal Concilio Vaticano II, i suoi commenti hanno sicuramente un sapore inedito. Infatti vanno oltre quel senso letterale che la tradizione teologica ha dato spesso per scontato e che molti sacerdoti dal pulpito replicano senza eccessivo entusiasmo, ma che oggi non riesce a fare presa su menti più avvezze ad interrogarsi circa la plausibilità e veridicità di ciò che viene proposto. Il caso Galilei, “eppur si muove”, qualcosa ha insegnato. Chi, anche se uomo di fede, è disposto ancora a credere che il mar Rosso si sia fisicamente aperto in due per lasciar passare gli israeliti fuggitivi? O chi non si pone domande circa la presunta verginità di Maria? Ma una interpretazione del significato, come quella di Maggi, più palpitante e vicina a quello che probabilmente intendevano offrirci gli autori biblici non pone comunque al riparo da abbagli pseudoveritativi e non rimuove le questioni aperte legate al rapporto del lettore con il testo. Questioni che, peraltro, ritroviamo non solo nel Cristianesimo ma in tutte le religioni che si fondano su sacri testi. Vediamone due prima di dialogare con gli scritti di Maggi.

1) La questione della Bibbia, ovviamente vangeli compresi, come “Parola di Dio”. Cosa significa tale espressione? Quanto è credibile che lo spirito di Dio, pur rispettando la libertà e la volontà dell’autore umano, in modo da non trattarlo come mero strumento esecutivo, abbia ispirato proprio “tutte e soltanto quelle cose che Dio voleva fossero scritte?” E chi si addentra nella storia di come i testi biblici siano stati selezionati tra tanti altri per entrare nella hit parade di quelli accreditati ufficialmente non può fare a meno di esercitare il dubbio critico. Per restare solo ai vangeli diciamo che fino al II secolo ne circolavano nei vari gruppi cristiani decine di versioni diverse, ad esempio quello di Tommaso, di Filippo, di Giuda, di Maria Maddalena, il Vangelo della Verità. Quindi Dio avrebbe dovuto illuminare direttamente anche coloro che hanno deciso, non sempre con le intenzioni più nobili e senza esclusione di colpi, quali testi eliminare giudicandoli apocrifi e quali consegnare alla tradizione da dove sono giunti fino a noi. E c’è dell’altro. Di nessun vangelo abbiamo i testi originali, nè conosciamo i veri autori (nemmeno i 4 canonici sono stati scritti da Marco, Matteo, Luca e Giovanni). Ciò comporta che Dio dovrebbe aver ispirato non solo gli autori della prima stesura ma anche tutta la catena di coloro che lo hanno ricopiato più volte, poiché in tale delicata operazione è facile, quando non intenzionale, alterare il testo originale. Ai trascrittori vanno poi aggiunti i traduttori nelle varie lingue non originali (ad es il testo italiano): da una lingua all’altra è quasi come riscrivere una nuova opera (le modifiche dei Testimoni di Geova alla loro bibbia lo dimostrano). Dopo tutta questa fatica Dio deve essersi stancato di parlare agli uomini. Tanto che avrebbe deciso che con Gesù la divina rivelazione era conclusa. Dice in proposito il Concilio: “Dopo aver a più riprese e in più modi, parlato per mezzo dei profeti, Dio […] ha parlato a noi per mezzo del Figlio. L’economia cristiana, in quanto è Alleanza nuova e definitiva, non passerà mai, e non è da aspettarsi alcun’altra rivelazione pubblica prima della manifestazione gloriosa del Signore nostro Gesù Cristo”. Con buona pace di tutti quelli che ad ogni fortuito caso favorevole parlano di miracolo, come nel recente terremoto d’Abruzzo. Si mettano il cuore in pace. Il Dio cristiano ha concluso le trasmissioni. Ora, valutando il tutto, non sarebbe più ragionevole ridefinire la “Parola di Dio” come “parola di uomini, illustri quanto volete ma pur sempre uomini, riguardo Dio”? Ma troppe cose cambierebbero….

2) La questione della Storicità. In merito cedo la Parola a Xavier Leon-Dufour, un grande biblista gesuita recentemente scomparso: “Una domanda non solo si pone ma sembra logica. Dato che i vangeli, la nostra fonte essenziale su Gesù, non concordano in vari punti e d’altro canto furono scritti in una prospettiva di fede e in funzione delle comunità cristiane a cui appartenevano gli autori ci si chiede: cosa è realmente accaduto? [..]In altri termini: Si può risalire a ciò che Gesù di Nazaret ha autenticamente detto e fatto? Qui la risposta deve essere sfumata. Da un lato lo storico riesce a stabilire alcuni “fatti” indubitabili a proposito di Gesù: è esistito in una certa epoca, in un dato paese, in un dato ambiente culturale, ha annunciato per due o tre anni quello che lui chiamava “ il regno di Dio” ha radunato dei discepoli, si è urtato con le autorità, è stato processato, condannato e crocifisso. A questi elementi si possono aggiungere come autentiche solo alcune parole e alcune azioni che i vangeli gli attribuiscono; qui lo storico può proporre solo delle ipotesi, per quanto fondate su criteri rigorosi[…]. Tuttavia supponendo che i dati ottenuti su Gesù di Nazaret siano messi insieme e che si arrivi a una specie di ricostruzione della figura storica che cerchiamo, il risultato raggiunto per questa via può davvero dirsi una conoscenza se non proprio adeguata almeno sufficiente su Gesù in persona? Certamente no.[..]Dunque attraverso uno studio critico dei testi evangelici lo storico può sfociare su una certezza, un’evidenza a proposito della personalità di Gesù? Se il lettore si aspetta qui una risposta affermativa si inganna. Lo storico arriva a qualcosa che non è una risposta bensì, di nuovo una domanda rivolta alla sua libertà e a quella del lettore che ha seguito la sua ricerca: “E voi chi dite che io sia?”.
Sulla lunghezza d’onda di Leon-Dufour si pone il commento di frate Maggi presente su Cubia 90 laddove afferma che “La Resurrezione di Gesù non appartiene alla storia ma alla fede”. Qui la faccenda si fa intrigante e ne riparleremo sul prossimo numero.

di Amedeo Olivieri

Lascia un commento

Archiviato in LIBERAmente

La Resurrezione di Gesù

 

La Resurrezione di Gesù

La Resurrezione di Gesù

 

 

Tratto da Cubia n° 90 – Marzo 2009

Secondo Paolo, “se Cristo non è resuscitato (…) è vana anche la vostra fede” (1Cor 15,14): quindi è importante credere che Gesù sia resuscitato, ma cosa significa che Gesù è resuscitato? Purtroppo abbiamo le idee un po’ confuse o addirittura deviate. Il fatto della resurrezione non è descritto in nessun Vangelo.

L’unica descrizione della resurrezione di Gesù la Chiesa non l’ha considerata autentica, ed è purtroppo invece quella che ha eccitato la fantasia degli scrittori e degli artisti. La conosciamo tutti l’immagine del Gesù trionfante che esce dalla tomba con il vessillo della vittoria: non appartiene ai Vangeli, ma è in un testo apocrifo del 150 chiamato il Vangelo di Pietro.

Quindi nessun Vangelo ci descrive la resurrezione di Gesù. Tutti la descrivono in forme diverse, ma il significato che intendono proporre è identico: ci offrono la possibilità di sperimentarlo resuscitato. Non è possibile credere che Gesù è resuscitato perché ci viene insegnato dalla chiesa, e neanche perché è scritto nei Vangeli: fintanto che non si sperimenta nella propria esistenza la realtà di Gesù vivo e vivificante, non è possibile credere a Gesù resuscitato.

Ecco perché, mentre nessuno dei Vangeli ci dice come Gesù è resuscitato, tutti, in modo differente l’uno dall’altro, danno l’indicazione di come sperimentarlo resuscitato. La resurrezione di Gesù non appartiene alla storia ma alla fede, non è un episodio della cronaca, ma un episodio che si chiama teologico.

Cosa significa? Se al momento della resurrezione di Gesù fosse stata presente la televisione con fotografi, non avrebbero fotografato e ripreso assolutamente niente, perché non è possibile vedere con gli occhi, con la vista fisica Gesù resuscitato, bisogna vederlo con la vista interiore.

Vediamo il cap. 28 del Vangelo di Matteo. “Passato il sabato, all’alba del primo giorno della settimana, Maria di Màgdala e l’altra Maria andarono a visitare il sepolcro”: manca un’altra donna, perché? Al momento della crocefissione di Gesù erano indicate Maria di Màgdala, un’altra Maria e la madre dei figli di Zebedeo: come mai adesso la madre dei figli di Zebedeo sparisce?

Le donne nei Vangeli sono tutte positive eccetto due figure che sono legate con il potere: colei che lo detiene, Erodiade, e colei che lo ambisce, la madre dei figli di Zebedeo, nel famoso episodio “(Gesù), dì che questi miei figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno” (Mt 20,21). E’ la donna ambiziosa che aspira il potere per i figli e indirettamente anche per sé: con la morte di Gesù è la fine dei suoi sogni, quindi chi rincorre il potere non farà l’esperienza della resurrezione di Gesù. Quindi questa donna è assente.

E scrive l’evangelista che “vi fu un gran terremoto”: non è un sisma il terremoto, è una forma letteraria per indicare una manifestazione divina. Ed ecco “un angelo del Signore”: quando troviamo l’espressione “angelo del Signore”, non significa mai un angelo inviato dal Signore, ma è Dio stesso. Gli ebrei ci tenevano a tenere distante la relazione tra Dio e gli uomini; quando Dio entrava in contatto con gli uomini non parlavano mai del Signore e Dio e gli uomini; quando Dio entrava in contatto con gli uomini non parlavano mai del Signore o Dio, ma mettevano sempre l’espressione “angelo del Signore”. Quindi “angelo del Signore”, quando lo troviamo nell’Antico Testamento e nel Nuovo, indica sempre Dio stesso che entra in contatto con gli uomini.

Ed è interessante che nel Vangelo di Matteo troviamo questo “angelo del Signore” tre volte: la prima per annunciare la nascita di Gesù a Giuseppe (Mt 1,20;24), la seconda per difenderlo dalle trame omicide di Erode (Mt 2,13;19) e la terza per confermare che la vita, quando proviene da Dio, è più forte della morte (Mt 28,2).

Questo “angelo del Signore”, sceso dal cielo, si accostò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa”. C’è un espressione che usiamo comunemente: “mettiamoci una pietra sopra”. Cosa significa mettere una pietra sopra? Si rifà all’uso funerario antico: il morto veniva messo nel sepolcro e ci si metteva una pietra sopra.

Mettere una pietra sopra significa: è tutto finito. Ebbene, Dio, che fa irruzione in questo avvenimento, rotola la pietra e si siede sopra la pietra: la comunicazione tra il regno dei morti che indicava il sepolcro e quello dei vivi, con Gesù viene ripristinata, prima c’era la separazione. L’evangelista ci descrive la paura delle guardie e il rimprovero che l’angelo del Signore, Dio stesso, fa alle donne: “So che cercate Gesù il crocifisso” – dire crocifisso significava dire maledetto, perché morire crocifissi era la morte riservata ai maledetti da Dio – “Non è qui. E’ stato resuscitato, come aveva detto; venite a vedere il luogo dove era deposto”. L’Evangelista dice che Gesù è stato resuscitato: la resurrezione è una nuova creazione che compie Dio nella persona. La resurrezione non è la rianimazione del cadavere, ma è una nuova creazione: come dice Paolo, “si semina un corpo animale” – il corpo della ciccia -, “risorge un corpo spirituale” (1Cor 15,44). Quindi la resurrezione non è la rianimazione dell’individuo, ma una nuova creazione compiuta da Dio.

Ecco perché è importante: una volta che Gesù è resuscitato, compare in una forma diversa, in un aspetto diverso che non è possibile percepire se non mettendosi in sintonia con la lunghezza d’onda dell’amore di Dio. La domanda: ma dove sono i nostri cari? Non sono in un luogo. Non stanno da qualche parte: per sperimentarli, per vederli, bisogna che la nostra vita sia messa in sintonia con la lunghezza d’onda dell’amore di Dio, e quindi si sperimenta che queste persone, che non sono state rianimate, si presentano in una forma nuova.

Il Signore dice: “Presto, andate a dire ai suoi discepoli: è stato resuscitato dai morti, e ora vi precede in Galilea; là lo vedrete”. E’ importantissimo quest’annuncio del Vangelo: Gesù è stato resuscitato dai morti, cioè Dio gli ha ricreato la vita e quindi non è più nel regno dei morti, li precede in Galilea – ora vedremo perché –  e li invita: “là lo vedrete”. 

Nella lingua greca il verbo “vedere” si scrive in due maniere diverse. Noi nella lingua italiana adoperiamo lo stesso verbo nelle due realtà. Quando parliamo con una persona adoperiamo il verbo “vedere” anche per “capire”; nella lingua greca ci sono due verbi: uno che indica la vista fisica, l’altro verbo che indica la vista interiore, cioè la comprensione, la percezione, ed è questo verbo che adopera l’evangelista.

L’evangelista non assicura agli undici discepoli che avranno le visioni. Non è un privilegio per poche persone, per i visionari, ma una possibilità per tutti i credenti. Questo verbo “vedere” è quello contenuto nella beatitudine “beati i puri di cuore, perché vedranno Dio” (Mt 5,8).

Cosa dice l’evangelista? “Puro di cuore”: il cuore, nel mondo ebraico, non è la sede degli affetti, è la coscienza. Gesù dice: “le persone limpide, le persone trasparenti, le persone cristalline” – e uno è limpido, cristallino, trasparente quando ha rinunciato all’ambizione di apparire e si preoccupa soltanto di seguire gli altri – “queste persone sono talmente trasparenti e libere che vedranno Dio”. Non nell’aldilà – nell’aldilà lo vedranno tutti – ma qui! Nella loro esistenza terrena, faranno un’esperienza costante e profonda della presenza di Dio.

Mentre gli altri non vedono perché sono occupati da troppe cose, le persone limpide e trasparenti si accorgono di una presenza di Dio continua, costante e vivificante: un Dio che si mette al servizio dei suoi, un Dio che tutto trasforma in bene. Per fare questa esperienza però bisogna essere persone trasparenti, persone cristalline: chi è trasparente con gli altri è trasparente anche con Dio, quindi percepisce Dio nella sua esistenza. Ecco perché non c’è nostalgia di chissà quale paradiso lontano.

Allora dice di andare in Galilea per sentire la presenza del Signore; “abbandonato in fretta il sepolcro, con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annunzio ai suoi discepoli“. Mi piace sempre sottolineare che nei Vangeli uomini e donne non sono posti allo stesso fianco; le donne sono sempre prima degli uomini. Non c’è uguaglianza tra uomini e donne nei Vangeli; noi uomini purtroppo nei Vangeli ci facciamo sempre la figura dei fessi perché siamo sempre i più tonti, i più tardi, e sempre negativi.

E questo era tremendo nella cultura dell’epoca, perché nella cultura dell’epoca c’era una scala gerarchica dove c’era Dio, attorno a Dio c’erano gli angeli del servizio e poi, via via scendendo, gli uomini all’ultimo posto, lontanissime da Dio, c’erano le donne. Le donne, per il fatto delle mestruazioni, erano considerate in una condizione di perenne impurità, per cui le più lontane da Dio.

Nei Vangeli si capovolge. Nei Vangeli il ruolo degli angeli lo svolgono le donne; il verbo “annunziare” è lo stesso da cui deriva il termine “nunzio”, cioè angelo. Alle donne nei Vangeli è concesso non il compito degli uomini, ma quello superiore agli uomini che è quello degli angeli, quello di comunicare vita. “Ed ecco Gesù venne loro incontro”: quando si va a trasmettere un messaggio di vita è impossibile non incrociare nella propria strada Gesù.

Quindi le donne accolgono questo messaggio di vita, vanno ad annunciare una vita che è più forte, della morte e incontrano Gesù: questa è un’esperienza costante nella vita di tutti coloro che vanno a trasmettere un annuncio di vita. Chi va a trasmettere vita, trasmette la propria vita rafforzata da quella di Dio: quando si fa del bene agli altri, quando si comunica bene agli altri, è il nostro bene centuplicato da una forza che il Signore ci dona.

E Gesù dice alle donne: “non temete; andate ad annunziare ai miei fratelli che vadano in Galilea e là mi vedranno”Notate l’insistenza: non era più semplice Gerusalemme? Era lì! Gesù è categorico: che vadano in Galilea e là mi vedranno.

Gli undici andarono in Galilea – ed ecco la novità, ed ecco la possibilità per tutti noi – sul monte che Gesù aveva loro fissato: ma Gesù non ha fissato nessun monte! L’angelo del Signore ha detto: “andate in Galilea e lo vedrete“; Gesù ha ripetuto: “andate in Galilea, là mi vedranno“.

Ma la Galilea è una regione abbastanza vasta, ci sono tanti monti; perché l’evangelista dice: “gli undici discepoli intanto andarono in Galilea sul monte che Gesù aveva loro fissato”? Qual è questo monte, e perché ci vanno direttamente? L’espressione “il monte”, nel Vangelo di Matteo, la troviamo per indicare il monte dove Gesù proclama il suo messaggio, quello che è conosciuto come “il monte delle beatitudini” (Mt 5,1).

Ecco allora la chiave di lettura dell’episodio della resurrezione di Gesù, che non è un privilegio concesso duemila anni fa a qualche decina o qualche centinaio di persone, ma una possibilità per i credenti di tutti i tempi: per sperimentare un Gesù resuscitato bisogna andare in Galilea sul monte dove Gesù ha annunziato il suo messaggio, messaggio che è stato formulato e riassunto nelle beatitudini. Allora questa è un’esperienza per tutti.

Vogliamo sperimentare che Gesù è vivo? Vogliamo incontralo? L’evangelista ci dice come si fa: mettete in pratica il suo messaggio, quel messaggio che Gesù ha annunciato nel discorso sul monte, che è formulato nelle beatitudini e che possiamo riassumere così: “beati quelli che si occupano degli altri perché questi permetteranno a Dio di occuparsi di loro; chi nella propria vita si sente responsabile della felicità degli altri permette a Dio di prendersi cura della sua felicità”.

Quindi “gli undici discepoli, intanto, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro fissato”, ma qui c’è un piccolo intoppo. Scrive l’evangelista: “quando lo videro” – quindi vedono Gesù resuscitato, ed è sempre il vedere che riguarda la vista interiore non la vista fisica -, “gli si prostrarono innanzi” – prostrare significa riconoscere la condizione divina -; “alcuni però dubitavano“. Di che dubitavano? Questo verbo “dubitare” c’è soltanto un’altra volta nel Vangelo di Matteo: è quando Pietro vuole camminare sulle acque – significa avere la condizione divina. Gesù invita a farlo e Pietro comincia ad affondare, e Gesù dice: “uomo di poca fede, perché hai dubitato?” (Mt 14,31).

Dubitare significa non avere la condizione divina, ma, come Pietro, pensare che questa si ottiene con l’intervento da parte di Dio. No! la condizione divina si riceve soltanto mettendo la propria esistenza al servizio degli altri, passando inevitabilmente per la croce e per la persecuzione: allora i discepoli, che hanno visto la fine di Gesù che è passato attraverso il supplizio della croce, dubitano di essere capaci anche loro di passare attraverso questa croce per ottenere la condizione divina.

Le ultime parole di Gesù sono importantissime. Dice: “andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo”,  cioè immergendo le persone nella realtà di Dio, e soprattutto questa espressione che sembra essere stata cancellata dai Vangeli: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine dei tempi”. “Fino alla fine dei tempi” è un’espressione ebraica per indicare “per sempre”: Gesù resuscitato non si congeda dai suoi, ma li invita ad andare per il mondo, non a trasmettere una dottrina, ma a praticare un messaggio d’amore.

Questo invito non è rivolto ai preti, ma è per tutta la comunità dei discepoli. Gesù non sta parlando di amministrare il Sacramento del Battesimo – il verbo battezzare significa “immergere”. Gesù invita la comunità dei credenti e dice: “andate a ogni persona che incontrate immergetela nella realtà del Padre” – il Padre è colui che comunica vita – “nella realtà del Figlio” – il Figlio è colui nel quale questa vita si è realizzata – “e nella realtà dello Spirito” – la forza e l’amore che consente a questa vita di realizzarsi. E’ l’unico compito che ha la comunità cristiana.

La tragedia di noi cristiani è che ci hanno trasmesso dottrine, ci hanno trasmesso catechismi ma non ci hanno fatto fare l’esperienza di essere immersi in questo mondo d’amore: siamo stati educati più al timore di Dio e non ci hanno fatto fare l’esperienza di essere completamente immersi, indipendentemente dalla nostra condizione e dalla nostra condotta.

Gesù qui non dice “andate e i meritevoli immergeteli nell’amore di Dio”: qui Gesù dice “andate tra le nazioni pagane” – cioè tra i miscredenti, tra coloro che secondo la cultura ebraica non sarebbero resuscitati – andate di fronte ad ogni persona indipendentemente dal loro credo religioso, dalla loro condotta morale, dalla loro appartenenza a chissà chi.

Il compito della comunità cristiana è di immergere ogni persona nell’amore di Dio, un amore che perdona e che cancella, un amore che non ama per essere riamato, ma ama soltanto per amore: questo è l’amore che comunica vita. Forse questa è stata la nostra tragedia: che ci hanno trasmesso dottrine, insegnamenti, ma non ci hanno fatto fare l’esperienza piena dell’amore di Dio, se c’è questo “perché io sono con voi tutti i giorni per sempre”.

Gesù non è pensionato, Gesù non è un cassaintegrato: è al centro della comunità cristiana per sempre, una comunità che, se mette in pratica il suo insegnamento, lo sente vivo, visibile e vivificante in ogni momento della propria esistenza.

di Alberto Maggi



Lascia un commento

Archiviato in Cultura

L’adorazione di Erode

Fra Alberto Maggi

Fra Alberto Maggi

Tratto da Cubia n° 88 – Gennaio 2009

“Gesù il Messia nacque così: Maria sua madre era promessa sposa di Giuseppe, e prima che cominciassero a vivere insieme si trova in attesa di un figlio per opera dello Spirito Santo” (Matteo 1,18)

La nascita di Gesù, con l’accettazione da parte di Giuseppe del suo concepimento per opera dello Spirito Santo, non ha segnato la fine della turbolenza nella vita di Maria e Giuseppe.
Chi mi ascolta vivrà tranquillo, senza paura di nessun male“, aveva sentenziato il grande re Salomone (Pr 1,1.32), ma a Giuseppe e Maria l’aver ascoltato il loro Signore non ha portato tranquillità.

“Così nacque a Betlemme di Giudea ai tempi di Erode. Allora alcuni magi giunti da oriente si presentarono a Gerusalemme domandando: Dov’è quel re dei giudei che è nato? (…). Saputo questo il Re Erode si spaventò, e con lui tutta Gerusalemme; convocò tutti i sommi sacerdoti ed i dottori del popolo, e chiese loro informazioni circa il luogo in cui doveva nascere il messia. (…)
Allora Erode chiamò in segreto i magi, perché gli dicessero con precisione quando era apparsa la stella; poi li mandò a Betlemme con questo incarico: Informatevi esattamente del bambino, e quando l’avrete trovato avvisatemi, perché vada anch’io a rendergli omaggio”.
(Matteo 2, 1-8)

Maria e Giuseppe si trovano a Betlemme, dove Gesù è nato. I sommi sacerdoti e gli scribi della vicina Gerusalemme hanno già informato Erode, che ha espresso il desiderio di adorare “il re dei Giudei” nel luogo dove questi è nato: “A Betlemme di Giudea” (Mt 2,5) da dove, secondo il profeta Michea, “uscirà il Messia” (TgMic 5,4). Ma da Gerusalemme nessuno si è dato la pena di verificare se nella piccola Betlemme si fosse realizzata la profezia di Michea.
L’atteso Messia è li a due passi e nessuno si muove.
Veramente una visita c’è, ma non è quella attesa. I personaggi che si sono presentati da Maria e Giuseppe hanno sconcertato i genitori di Gesù. Infatti, gli unici che si recano nella casa di Betlemme sono “alcuni maghi giunti da oriente“. (Mt 2,1)
Per comprendere la presenza dei maghi a Betlemme, è necessaria un’opera di restauro. Occorre ripulire la figura di questi personaggi dalle incrostazioni accumulate nel tempo da tradizioni che hanno ridotto i maghi ad elemento di folclore.
Lo sconcerto che dei maghi fossero stati i primi ad adorare Gesù ha portato i primi cristiani a cercare di nobilitare tali personaggi, elevandoli a dignità regale. In seguito si è provveduto a trasformare l’imbarazzante termine maghi, che era adoperato nella lingua greca per indicare i ciarlatani e gli imbroglioni, nel più innocuo magi (unica volta che il greco màgoi-maghi è tradotto così).
In base ai doni portati si stabilì il loro numero in tre e si trovarono persino i nomi: Gaspare, Melchiorre e Baldassarre. Infine, nella tradizione i maghi vennero rappresentati uno bianco, uno nero e l’altro meticcio… e i personaggi per il presepio sono pronti.
Con la presenza dei maghi, l’evangelista intende affermare che i primi (e gli unici) a rendere omaggio al re dei Giudei sono stati i pagani (giunti da oriente). Constatando l’assenza dei sommi sacerdoti e la presenza dei maghi a Betlemme, Matteo anticipa e realizza la profezia di Gesù:
“Ora io vi dico che molti verranno dall’oriente e dall’occidente e sederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli, mentre i figli del regno saranno cacciati fuori”. (Matteo 21,43)

L’estensione del regno di Dio ai pagani viene raffigurata nei doni che i maghi offrono:
ORO – Omaggio regale: i pagani riconoscono Gesù come loro sovrano (1 Re 9,11.28). Il regno di Dio si estende a tutta l’umanità, pagani e peccatori compresi, perché tutti sono oggetto dell’amore di Dio, qualunque sia la loro religione o la loro condotta. (Matteo 5.45)
INCENSO – Una caratteristica esclusiva del popolo d’Israele era quella di essere un “regno di sacerdoti” (Es 19,6), e l’incenso era l’elemento specifico del servizio sacerdotale (Lv 2,1-2). L’offerta dell’incenso a Gesù significa che il privilegio di essere un popolo sacerdotale non è più riservato ad Israele, ma viene esteso a tutti i popoli. (1 Pt 2,9; Ap 5,10)
MIRRA – Nei profeti, il rapporto tra Dio ed il suo popolo era raffigurato con l’immagine del matrimonio, nel quale Dio era lo sposo ed Israele la sposa (Is 62,5; Os 2). La mirra, simbolo dell’amore della sposa per lo sposo, è il profumo con il quale l’amante seduce il suo amato: “Ho profumato il mio giaciglio di Mirra” (Pr.7,17;Ct 5,5). Il dono a Gesù è segno che l’onore di essere il popolo sposo del Signore non è più solo di Israele ma, attraverso i maghi, viene esteso a tutte le nazioni pagane.

“Non appena quelli se ne furono andati, l’angelo del Signore apparve a Giuseppe e gli disse: Alzati, prendi il bambino e sua madre e fuggi in Egitto, resta lì fino a nuovo avviso, perché Erode cercherà il bambino per ucciderlo”. (Matteo 2,13)

Il potere è sempre “menzognero e padre della menzogna” (Gv 8,44). Erode aveva espresso il desiderio di adorare il re dei Giudei. In realtà voleva ucciderlo.
Erode è il re che era stato capace di uccidere i propri figli per paura che gli togliessero il potere e, giocando sull’assonanza, nella lingua greca, tra la parola porco (hys) e figlio (hyòs), circolava il detto che era “meglio essere un porco che figlio di Erode” (Saturnalia II,IV, 11).
Il re, per dimostrare al popolo che rispettava la Legge ebraica, non mangiava il maiale (Lv 11,7), ma per mantenere il trono uccideva i propri figli.
Giuseppe, preso il bambino e sua madre, scappa in Egitto.
Si ripete al contrario la storia del popolo d’Israele. Questo era fuggito dall’Egitto, “dalla casa di schiavitù” (Dt 5,6), e aveva trovato rifugio nella terra promessa.
Ora la terra della libertà si è trasformata in terra di morte dalla quale occorre fuggire e trovare rifugio proprio in Egitto. Si corre meno pericolo in Egitto, tra i pagani idolatri, che a Betlemme, nelle vicinanze di Gerusalemme, la città santa che pullula di sacerdoti e persone devote.
Sinagoga e Tempio, religiosi e persone pi, saranno per il Figlio di Dio un pericolo mortale dal quale dovrà costantemente fuggire. In terra pagana, tra peccatori e miscredenti, troverà sempre rifugio, accoglienza e fede.

“Erode, vedendosi beffato dai maghi, si adirò moltissimo e mandò ad uccidere tutti i bambini che stavano a Betlemme e in tutto il suo territorio dall’età di due anni in giù”. (Matteo 2,16)

Questa strage è un duro colpo alle certezze di Maria e di Giuseppe.
Essi credono nel Dio di Israele, in colui che per liberare il suo popolo dalla schiavitù egiziana non esitò a sterminare “ogni primogenito nel paese d’Egitto” (Es 12,29), e nella preghiera benedicono “Colui che percosse gli Egiziani nei loro primogeniti, perché la sua bontà dura in eterno” (Sal 136,10).
Ora è Erode a sterminare i bambini di Betlemme, per cercare di uccidere il figlio di Dio.
Perché questa volta il Dio, a cui tutto è possibile, non agisce, perché non colpisce Erode, così come ha percosso il faraone?
Maria e Giuseppe avranno tempo per riflettere, per scoprire che il Dio che si manifesterà nel loro figliolo è diverso da quello che essi hanno conosciuto: non ucciderà i nemici, ma darà anche a loro la vita (Mt 9,23-25).

Di Alberto Maggi

Lascia un commento

Archiviato in Cultura